I muri cadono quasi sempre all’improvviso.
Al proprietario dei Boston Celtics, Walter Brown, la sera del 25 aprile del 50 fecero notare che con il numero 2 al secondo giro del Draft aveva preso un nero. Lui fissò negli occhi l’interlocutore e disse che non aveva capito bene, lo aveva preso nero sì, ma come? «A strisce, a quadri o a pois?».
Fine della segregazione nel basket americano.
Chuck Cooper si chiamava e diventava settant’anni fa il primo afroamericano a essere scelto dalla NBA. Per 4 campionati non ce ne era stato nemmeno uno. Quattro anni possono sembrare un’eternità se non fosse che in NFL le stagioni per soli bianchi erano andate avanti dal 1920 al 1946 e nel campionato di baseball dal 1869 al 1947. Ma al ritorno dal fronte della seconda guerra mondiale, come si poteva pensare di negare ancora l’accesso allo sport professionistico a chi aveva combattuto ed era morto dentro la stessa divisa dei non-fratelli bianchi?
Chuck era figlio di un postino e di una maestra di Pittsburgh, una città dove la segregazione gli impediva di andare qui o là, di fare cose, di mescolarsi ai bianchi. Aveva giocato per la squadra del liceo Westinghouse, con una certa insoddisfazione perché lo avevano destinato al lavoro sporco, marca questo, corri dietro a quello, fino a fargli venire la tentazione di mollare tutto. Uno dei coach, Ralph Zahnhiser, lo aveva convinto a non smettere. Tre anni prima della chiamata in NBA la squadra dell’Università del Tennessee si era rifiutata di giocare contro il college di Cooper, Duquesne, se in campo ci fosse stato lui. La partita saltò. Ai difensori avversari che si scambiavano indicazioni gridando «Il N* lo prendo io», Chuck rispondeva «e io prendo tua madre». Anche in NBA ebbe la sensazione di essere utilizzato da gregario, in trincea, disse che la lega non era ancora pronta per avere una stella nera che avesse tanti punti nelle mani.
Guadagnava 7500 dollari e non gli piaceva passare per l’uomo che aveva abbattuto una barriera. «Non mi pare questa grande cosa di cui vantarsi». Quando smise di giocare nel 56, del basket non volle più saperne niente. Diventò capo del Dipartimento Parchi di Pittsburgh. Morì per un cancro al fegato a 57 anni. Sua moglie Irva disse a Ron Thomas che la intervistò per il libro They Cleared the Lane: «Non credo che gli sia piaciuta l’esperienza del pioniere». In alcune trasferte negli Stati del sud gli veniva negato l’accesso a ristoranti e alberghi. «La gente dice che ho un bell’aspetto e porto bene gli anni. Ma tutto il danno è dentro. È lì che mi fa male. Per fortuna non ho dovuto portare questo peso da solo – diceva – non ero Jackie Robinson».
Non lo era perché due mesi dopo il Draft, Nat Sweetwater Clifton si univa ai New York Knicks e Earl Lloyd ai Washington Capitals, diventando lui grazie al calendario il primo a debuttare il 31 ottobre del 50 a Rochester con 6 punti e 10 rimbalzi, mentre la folla gli urlava dove fosse la coda, gli gridava di tornarsene in Africa e gli sputava addosso. «Non possiamo immaginare il livello di stress mentale che i pionieri hanno dovuto sopportare» ha detto una volta Charles Barkley. Fred Bowen sul Washington Post ha scritto che negli anni 40 il basket non era così popolare come il baseball, la boxe o il baseball. «Gli afroamericani più bravi giocavano in squadre senza bianchi, come i Rens New York o gli Harlem Globetrotters».
Furono proprio gli Harlem a spingere la NBA a cambiare. C’era la folla per vederli. Spesso battevano le squadre dei professionisti bianchi, compresi i campioni dei Minneapolis Lakers. Diventarono così popolari che i team di NBA piazzavano nel programma serale una loro partita a seguire. È vero pure che il loro proprietario Abe Saperstein disincentivava l’ingaggio di giocatori suoi per non perderli. Il 1950 cambiò la scena. I Knicks minacciarono di lasciare la NBA se gli fosse stato negato Clifton. Earl Lloyd seppe dell’ingaggio di Washington da una compagna di classe: «Ho sentito il tuo nome alla radio». Lloyd disse a Mark J. Spears del New York Times prima di morire: «Non direi che quel periodo è stato una passeggiata». Quando fu il primo a debuttare in NBA il Rochester Democrat & Chronicle non diede nemmeno la notizia.
Lloyd era nato in un sobborgo di Washington e fino ai 22 anni non aveva avuto modo di parlare con un bianco. Disse che la NBA aveva scelto loro tre solo perché erano “dei bravi ragazzi”. Quando era universitario a Syracuse gli fu impedito di scendere in campo a Spartanburg, nella Carolina del Sud, e nessuno dei compagni fu solidale. Lloyd sarebbe diventato il primo afroamericano a guidare da coach la Nazionale olimpica. Quando nel 2003 entrò nella Hall of Fame, molti giocatori non sapevano chi fosse. Nel 1953 Don Barksdale sarebbe diventato il primo nero in un All-Star Game. Gli afroamericani giocavano convinti che esistesse per loro una quota di 4 a squadra. “Si diceva – ha scritto John Christgau in The Team That Changed the World – che avessero polmoni piccoli e ossa pesanti, che fossero incapaci di saltare. Ve lo immaginate? Incapaci di saltare”.
Chuck Cooper, Lloyd e Clifton sono la proiezione nel basket dell’età di Rosa Parks. Ma il decennio successivo è quello delle lotte di Martin Luther King. Anche la NBA esige un nuovo modello di giocatore afroamericano. La figura giusta è Bill Russell. Ha una vita simile a quella dei membri della sua comunità.
Suo padre lavora senza alcuna speranza di avanzamento in una cartiera di West Monroe, nella Louisiana, dove i linciaggi sono un’usanza comune. Dopo l’inizio della seconda guerra mondiale, si sparge la voce che ci sono lavori disponibili nei cantieri navali di Oakland, in California, e la famiglia Russell fa la sua corsa verso il West. Il padre trova un lavoro e lo perde subito, la famiglia cade in povertà. La morte della madre toglie fiducia a Bill che sta ore da solo in biblioteca. Presto realizza che il basket è la sua chance per cambiare vita, per sfuggire al razzismo e alla povertà. Diventerà un innovatore nella maniera di difendere. Il primo a saltare per stoppare. L’inventore del basket moderno aggressivo in difesa. Come Cooper, anche lui a Boston. Fuori dalla NBA ci sono Muhammad Ali che non va in Vietnam, Smith e Carlos che alzano il pugno ai Giochi in Messico. «È la prima volta in quattro secoli che il popolo nero americano può determinare la propria storia», scrive Russell negli anni ’60. «Far parte di questo processo è una delle cose più significative che possano accadere».
Russell parte per l’Africa. Vuole vedere, vuole sapere. Si ferma in Libia, in Etiopia in Liberia. A uno studente dice: «Sono venuto qui perché credo che da qualche parte ci sia la mia casa ancestrale. Sono attratto dalla ricerca della terra dei miei antenati», e scoppia a piangere. Nel 1961 un ristoratore a Lexington non lo fa entrare e la squadra cancella l’esibizione. Dopo l’assassinio dell’attivista Medgar Evers, Russell va a Jackson, dove l’hanno ucciso, per tenere dei camp di basket. Gli entrano in casa, gli scrivono cose orribili sui muri e gli lasciano escrementi nel letto. Russell sarà il primo coach afroamericano nella storia della NBA. Gregory Kaliss in Race and Racism in the United States (2014) ricorda che nel 1966 per la prima volta un quintetto tutto nero batte un quintetto di soli bianchi, nella finale NCAA: sono Texas Western e Kentucky”.
Kareem Abdul-Jabbar è la prosecuzione della stagione dell’impegno aperta da Russell. È il figlio di Ferdinand Lewis Alcindor, newyorchese di Brooklyn, musicista, uscito dalla Juilliard School prima di arruolarsi nell’esercito fra il 1941 e il 1945, poi poliziotto al dipartimento di New York. Kareem è il volto politico della comunità nera nella NBA anni 70, decennio in cui il campionato registra il sorpasso degli afroamericani sui bianchi. Non si tornerà più indietro. Nel libro Examining Identity in Sports Media Benjamin F.Goss, Andrew L. Tyler e Andrew C. Billings hanno analizzato le 216 copertine di Sports Illustrated dal gennaio 1970 a novembre 2003: 186 sono dedicate a giocatori neri, 37 a bianchi. Ma l’81% di quei bianchi è precedente gli anni 90. Dal 1990 delle 114 copertine dedicate a giocatori NBA, solo 7 appartengono a giocatori bianchi. L’arrivo di David Stern alla guida della Lega come commissioner dà un nuovo indirizzo politico al campionato.
La NBA diventa un brand di marketing globale. Come Disney. David Stern infatti dice: “Loro hanno dei parchi a tema e anche noi, ma li chiamiamo palazzetti. Loro hanno Topolino e Pippo, i nostri personaggi si chiamano Magic e Michael”.
Il primo è Earvin Magic Johnson, sette fratelli, un padre che lavora alla catena di montaggio della General Motors poco fuori Detroit. Arrotonda trasportando rifiuti. «Sono cresciuto in quella tipica famiglia nera che sta sparendo. Avevamo quello che ci bastava, il cibo a tavola e il tempo per stare insieme».
Magic ha un rivale in Larry Bird, la cui famiglia sta più giù nella scala sociale, sua madre fa la cameriera nell’America più rurale dell’Indiana, suo padre è un veterano della guerra di Corea che si arrangia con dei lavoretti per il vicinato. Quando non lavora è al bar a bere.
Magic vs Bird è la rivalità dell’era Reagan. È un dualismo dolce, nel quale si sublimano le misure e le contraddizioni con cui la Casa Bianca si propone di mettere la comunità afroamericana nella scia della parte wasp del paese. Buoni pasto e welfare accolti come paternalismo da un lato e come assistenzialismo dall’altro. La Boston di Cooper e Russell è ora diventata la squadra bianca di Larry, di Kevin McHale, di Danny Ainge.
La NBA si sta trasformando in una fabbrica di icone cool e globali. Magic lo diventa anche per la solidarietà che raccoglie intorno alla positività all’HIV. Se non ci fosse Bird, sarebbe già quello che toccherà a Jordan incarnare. Il primo nero che i bianchi vorrebbero essere.
È col volto di Michael Jordan che la Lega va alla conquista del mondo. Scrive Doug Merlino in A Brief History of Basketball and Race, a cui quest’analisi fa più volte riferimento, che Jordan è il giocatore giusto al momento giusto. Offre l’immagine di un nuovo afroamericano. Le scarpe «che non metterò mai perché hanno il colore del diavolo» segnano un’età e indirizzano la politica della non offesa e della ricerca del consenso diffuso. The Last Dance su Netflix ha appena cominciato a raccontarci tutto questo. Una frase del 1990 è emblematica. Quando a Jordan chiedono se sia disposto ad appoggiare al Senato un attivista per i diritti civili contro il segregazionista Jesse Helms, nel suo stato natale della Carolina del Nord, risponde: «Anche i repubblicani comprano scarpe da ginnastica». Facendo piazza pulita di Jack Johnson, Arthur Ashe, Joe Louis, Jackie Robinson, Muhammad Ali e Bill Russell.
Jordan, ha scritto Doug Merlino, è il primo nero che si comporta come una superstar bianca. “Dopo tutto non chiediamo endorsement politici a Brett Favre o Tim Lincecum”. Il sociologo William Julius Wilson ha scritto in The Declining Significance of Race che “dopo le battaglie dei movimenti civili, molti neri hanno trovato per conto loro delle opportunità personali di avanzamento, creando una spaccatura dentro il movimento, delle disparità, accedendo al mainstream e lasciando dietro gli altri”. È un cambiamento che impersona in Bill Cosby, Oprah Winfrey, Michael Jordan. La Gatorade organizza i suoi spot con lo slogan “Be Like Mike”. Vent’anni prima sarebbe stato impossibile rivolgersi a quel modo a una platea di bianchi, o immaginare bambini bianchi disposti a imitare a un nero.
L’evoluzione successiva è in un ragazzo dell’Ohio che non ha mai conosciuto suo padre, figlio di una ragazza madre sedicenne, di cognome James, di nome LeBron. Nel 2011 Richard Lapchick con l’Institute for Diversity and Ethics in Sport della University of Central Florida ha stabilito che in NBA si è toccata la più bassa percentuale di giocatori bianchi di sempre: il 17%. Nel 2015 salirà al 18,3% ma siamo là. Nel 2016-17 ben otto squadre non hanno neppure un americano bianco nella rosa. Il totale è di 43 su 450.
È di un campionato così che LeBron diventa the King.
Nel momento più basso della sua popolarità, dopo il passaggio da Cleveland a Miami, ha avuto la tentazione di flirtare con una immagine da bad boy. Ma accade qualcosa di inatteso.
Mentre Kobe Bryant era stato il borghese perfetto per i giorni dell’amministrazione Obama, James finisce al centro del riflusso suprematista che accompagna l’ascesa di Donald Trump. Scrive Merlino che “le divisioni economiche e politiche del paese sono così fastidiose che le questioni affrontate dagli afroamericani sono solo un sottoinsieme di una crisi più ampia”. James si fa politico. Usa twitter contro il presidente. Mette il cappellino con cui dichiara il suo sostegno a Beto O’Rourke, il candidato democratico in Texas al Senato che ha difeso Colin Kaepernick. Fonda la I Promise School per la scolarizzazione dei bambini indigenti.
Tutto è in evoluzione con lui e dopo di lui. Non ci rimane che aspettare e vedere dove porterà l’immagine del Black Power il nuovo predestinato Zion Williamson, se e come vorrà un giorno giocare la partita politica della sua popolarità globale.
da un’idea di gustavo affinita
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto e Massimiliano Gallo.
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