Gli stadi sono le nuove trincee

Quando miliardi di persone si preoccupano di un gioco,
cessa di essere solo un gioco
Simon Kuper

 

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Gli stadi sono le nuove trincee

 

  Gli spazi dei calciatori diventano spazi per malati. Il tempo sospeso del mondo finisce per occupare concretamente anche i posti dove scorre in modo diverso, dove trova altre forme e misure, dove c’è quell’attimo di distrazione che contrasta la morte, dove si può essere divisi e, invece, ora si deve necessariamente marciare uniti. Gli ultimi concreti luoghi del conflitto sociale diventano luoghi del conflitto epocale, della lotta alla pandemia; gli ultimi ad ospitare la normalità pre-virus, e i primi a trasformarsi, passando dal dolore effimero della sconfitta sportiva a quello concreto di una corsia ospedaliera.
di marco ciriello, il Mattino

 

  L’ambulatorio nella tribuna VIP – Al quarto piano della Tribuna Nord del Westfalen Stadion, quando gioca il Borussia siedono i VIP. È quella l’area riservata ai box d’onore, ai posti più costosi. A Dortmund ora hanno smontato tutto, e del resto a cosa serve uno stadio senza calcio – hanno smontato i tavoli per il buffet e hanno messo in piedi un ambulatorio medico che andrà a integrare l’assistenza di base per chi si ammala di coronavirus. Il principio è che «ci sembrava il momento di restituire qualcosa alla città dopo quello che ci ha dato in questi anni, il nostro stadio è un simbolo della città» (Hans-Joachim Watzke, l’amministratore delegato). 
A Dortmund una settimana fa era stato istituito il primo centro di trattamento presso la North Clinic ma l’afflusso di pazienti è presto diventato ingestibile. Più di mille dopo una settimana, ha detto il dottor Volker Schrage alla rivista Kicker. Il Westfalen integra il servizio. All’esterno dello stadio i cartelli indicano il percorso da seguire, il centro è aperto dalle 12 alle 16 senza prenotazioni. Die Welt spiega che allo stadio si ricevono le prime cure, l’eventuale certificato di negatività e si stabilisce se un paziente può continuare a essere seguito in regime ambulatoriale o deve essere ricoverato. «Certo, l’idea può sembrare insolita: andare allo stadio se si ha la febbre e se si hanno disturbi respiratori. In realtà qui ci sono le condizioni ottimali per interrompere la catena del contagio. Siamo quindi molto contenti dell’aiuto offerto dal Borussia» ha detto Dirk Spelmeyer, il primo presidente dell’Associazione medici di assicurazione sanitaria obbligatoria della Westfalia. 
Il giallo e il nero sono i colori della solidarietà. Nel calcio il Borussia spicca come un’anomalia. Poche altre squadre hanno un rapporto così stretto con il territorio. Ai suoi tempi Klopp parlava di “responsabilità degli uni verso gli altri”. Il Borusseum, il museo del club, svolge anche un ruolo sociale: c’è una sala con dei biliardini dove i ragazzini possono andare a intrattenersi durante la giornata (omini gialli contro omini neri). Qualche anno fa Watzke raccontava che il Borussia è un posto dove si discute per giorni se aumentare di 10 centesimi il prezzo di mezzo litro di birra. Era una richiesta dei ristoratori all’interno dell’impianto, volevano portarlo da 3,70 euro a 3,80. «Ci dicevano: tanto non fa differenza. Ma allora se per voi non fa differenza: perché dovremmo aumentarlo? Per scontentare la gente?».
In Germania ci sono state 26.400 diagnosi di coronavirus e 1.478 morti fino a ieri sera alle 20. 

 


 

Firenze è una città d’amore. Nel celebre dualismo con le città di libertà che Luciano De Crescenzo teorizzava in Così parlò Bellavista, sarebbe dunque tra quelle che si sentirebbero rappresentate dalla frase “siamo angeli con una sola ala, possiamo volare soltanto abbracciati”.
Nei giorni dell’isolamento e delle distanze sociali, le città d’amore dovrebbero essere dimezzate. In realtà una finta per smarcarsi e dribblare gli ostacoli la trovano sempre. A Mondello, la spiaggia di Palermo, è apparsa una bancarella con una frase scritta su un cartello: «Chi può lasci ciò che può, chi ha bisogno prenda ciò di cui ha bisogno». Nel centro di Napoli è stata rilanciata l’antica usanza del panàro, il cesto di vimini calato dai piani alti dei palazzi verso la strada, nel quale chi ha mette e chi non ha prende. La natura d’amore di Firenze si è smarcata aprendo ai pazienti la casa della Nazionale, il centro tecnico di Coverciano diventato la Casa della Solidarietà. Paolo Tomaselli su Corriere della sera scrive stamattina: “Non è solo un aiuto simbolico, ma la forza delle icone anche in casi come questo è incontestabile: la Federcalcio italiana ha ceduto alla Usl Toscana-centro la sede di Coverciano, tempio laico del calcio azzurro dal 1968. Da oggi i primi pazienti – autonomi, clinicamente guariti, ma ancora positivi – saranno accolti nel centro tecnico federale, portando così a compimento l’iniziativa intrapresa dal presidente Gabriele Gravina: le camere a disposizione sono 54 e saranno utilizzate assieme a tutti gli spazi comuni della Casa delle Nazionali, ribattezzata dal sindaco di Firenze, Dario Nardella, «Casa della solidarietà»”.

 


 

La lista degli impianti sportivi convertiti in bastioni antivirus è lunga. Si va dalla Bombonera di Buenos Aires al Pacaembu di San Paolo, dove Pelé giocò anche una volta in porta, dal Maracanã di Rio allo stadio di Pretoria dove dormono i senza tetto. Duemila posti letto sono a Cardiff, nel parcheggio dello stadio del Tottenham si preparano pasti. Il Velodrome di Marsiglia fa da ricovero al personale medico e da magazzino per materiale sanitario. Il Riazor del Deportivo La Coruña accoglie gli homeless.
Lo stadio del tennis di Flushing Meadows sta diventando un ospedale di campo e un centro di smistamento pasti: 25mila al giorno. Nel frattempo a New York una tigre nello zoo del Bronx è stata trovata positiva al virus. Secondo la ABC è stata contagiata da un dipendente. I primi sintomi sono apparsi il 27 marzo, lo zoo era chiuso dal 16. Nel mondo hanno finora contratto il virus un milione e 252mila persone. Gli Stati Uniti sono il Paese con la maggioranza (325.185 casi) e con 2.500 decessi nelle ultime 48 ore, per un totale di 9.368. Il direttore esecutivo della Sanità pubblica, Jerome Adams, ha invitato «a prepararsi a una settimana dura, sarà il nostro momento Pearl Harbour». 

 


 

È diventato una struttura medica il Villaggio degli atleti per i Giochi Panamericani di Lima del 2019. Ospitava 10mila atleti. Hanno montato 900 letti in due dei sette palazzi in soli 10 giorni. Può arrivare fino a 3.000 posti. Il Perù ha meno di 1.000 casi e 24 morti. In India convertono a struttura di quarantena lo stadio Jawaharlal Nehru di Nuova Delhi, 60.000 posti, sede delle cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi del Commonwealth 2010. 
Il Lord’s Cricket Ground, impianti del tiro con l’arco ai Giochi di Londra 2012, ha offerto i suoi spazi agli ospedali locali per farne 75 parcheggi. The New Normal World lo chiama la federazione internazionale di atletica leggera. 
E poi c’è questa foto che arriva a darci coraggio dalla Corea del Sud, dove il prato di uno stadio è stato utilizzato non per un dramma ma per una speranza. È la inusuale sede di un concorso. I candidati sono a distanza di sicurezza, portano le mascherine, la tempesta non è passata, i suoi segni sono ancora evidenti, sono in mezzo a noi. Eppure sono un principio di folla, una bozza di neo società uscita dall’isolamento. I candidati hanno la testa china su un foglio, impegnati in una prova, verosimilmente per un ruolo, un incarico, un lavoro. Per un progetto insomma. Per un’idea di futuro. Per la vita come ce la ricordiamo. 

 


 

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