Lo step back di James Harden

gesti | lo step back di Harden

James Harden è famoso per essere uno dei migliori esecutori dello step back, un retro-passo, un movimento molto tecnico e rapido con il quale prima si punta il difensore e poi si spinge un piede all’indietro, per creare uno spazio più ampio possibile ed evitare la sua mano in faccia. A 2’10” dalla fine della partita di venerdì contro Philadelphia, ne ha eseguito uno esemplare con canestro da tre. È un gesto reso celebre da Kobe Bryant, Dwyane Wade, Manu Ginobili e Dirk Nowitzki.

Molti avversari di Harden ritengono che alcune delle sue esecuzioni siamo viziate da infrazione di passi e che siano troppo spesso perdonate dagli arbitri. In una partita dello scorso campionato Steph Curry dei Golden State Warriors ha provato il movimento e si è sentito fischiare passi. Così si è voltato verso gli arbitri e con le dita ha mostrato un numero 13 sulla maglia. Il 13 è il numero di Harden. Come dire: a me lo fischiate e a lui no. 

In questo contesto, a luglio scorso Harden ha annunciato una evoluzione: “Quest’anno mostrerò qualcosa di ancor più creativo, sembrerà ancora che starò facendo passi ma non è così. Sono sincero. Anche quando sono in giro per l’Europa o Cina vedo ragazzini che lavorano sul proprio step back perché è un movimento che ti permette di prendere un vantaggio sugli avversari. È quello che farò in futuro. Se cominceranno a fischiarlo come infrazione di passi, allora mi inventerò un altro modo per avere un impatto sul gioco”.

 

La volata di fine andata tra Sassari e Virtus Bologna

 

Se oggi Trento fermasse la marcia della Virtus Bologna, Sassari festeggerebbe il titolo (platonico ma significativo) di campione d’inverno. A Pistoia, al cospetto di una formazione che nelle precedenti cinque uscite interne aveva ottenuto altrettante affermazioni, il Banco ha colto la sua settima vittoria in campionato consecutiva (70-78). | Corriere dello sport-Stadio

 

la classifica  Sassari e Virtus Bologna 26, Brescia 22, Milano 20, Brindisi 18

 

I disagi di Milano raccontati da Scola. Ha portato i capelli lunghi, tenuti insieme da una fascetta, in giro per i parquet di tutto il mondo, il suo marchio di fabbrica quasi quanto l’uso del piede perno. «Poi un giorno mi sono guardato allo specchio e mi sono accorto che i capelli erano diventati bianchi. Ho pensato: non posso essere questo vecchietto con i capelli lunghi. Così me li sono tagliati».

Come fa un uomo di quasi 40 anni ad aver voglia di continuare a prendere (e a dare) botte su un campo di basket? «È semplice: non ci pensa. Io non so per quanto potrò ancora giocare a pallacanestro, penso solo a lavorare duro giorno dopo giorno, in allenamento, sul campo. Vado avanti una partita per volta, un allenamento per volta, faticando sempre con la stessa intensità».

Perché ha scelto Milano? «Perché mi ha cercato Ettore Messina e volevo lavorare con lui».

Una scelta facile, allora. «Per nulla. All’inizio gli avevo detto di no. Stavo in Cina, nemmeno l’avevo detto a mia moglie, pensavo non avesse voglia di cambiare ancora continente. Poi però quando gliel’ho detto, mi ha risposto: perché no? Così ho cominciato a prendere in considerazione l’ipotesi».

Calci nel sedere a parte, immaginava un inizio più soft, o sapeva che ci sarebbe stato da soffrire? «La premessa è che non siamo tanto lontani da dove avremmo voluto essere a questo punto della stagione, nelle prime otto in Eurolega e tra le prime in campionato. Poi è chiaro che c’è ancora molto lavoro da fare: una squadra non nasce in un attimo, bisogna avere pazienza».

Che aveva quell’Argentina?

«Aveva fame. Il Paese era in crisi economica e 200 giocatori sono partiti dall’Argentina per trovare una squadra. E se non eri bravo: via, ti tagliavano, avanti un altro. Abbiamo lottato per diventare quello che siamo stati». 

Hanno scritto di lei: è un bianco senza velocità, senza potenza, senza salto. Eppure ha resistito 10 anni in Nba. «Forse il basket non è solo correre, schiacciare, saltare. Io sono la dimostrazione che è anche altro». | Intervista di Roberto De Ponti, Corriere della sera

 

Le partite della notte. Antetokounmpo segna 32 punti in 29 minuti nel successo di Milwaukee su San Antonio (Belinelli 7 punti). Dallas cade in casa al supplementare contro Charlotte nonostante la tripla doppia da 39 punti di Luka Doncic. Gallinari ne segna 19 nel successo di OKC a Cleveland, dove scoppia il caso Kevin Love. In mattinata durante la sessione di tiro di Cleveland ha gridato contro il GM Koby Altman ed è rimasto evidentemente frustrato durante tutto il match.  | Sky Sport online

 

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