prima di tutto
Bastarde le pietre e questa corsa assurda
La Roubaix non è solo fatta di pietre e fango, di foresta e polvere. La Roubaix è fatta di sfide imprevedibili. È fatta pure di parole. Salopard, per esempio. I più rispettabili dizionari francesi dicono che il termine indica “un individuo senza scrupoli che si comporta in modo spregevole nei confronti degli altri” oppure qualcuno “privo di qualsiasi moralità e che agisce in modo sleale”. Nel Diario di un curato di campagna [Journal d’un curé de campagne], Georges Bernanos scrisse: “J’ai connu dans ma jeunesse un salopard de maître verrier qui faisait souffler dans les cannes des garçons de quinze ans” dove il salopard conosciuto da ragazzo era questo maestro vetraio che faceva soffiare sulle canne dei ragazzi quindicenni. Uno sfruttatore. In Morte a credito, uscito nello stesso anno [1936], Louis-Ferdinand Céline raccontava che “il me fout une baffe, un coup de pompe tout à fait rageur, pour que je traverse au galop. (…) je pouvais plus m’empêcher de pleurer. « Petit salopard, qu’il m’engueulait, je te ferai chialer pour des raisons!… »”, aveva preso uno schiaffo, un calcio, non riusciva più a smettere di piangere, e si sentì dare del salopard, il tipo lo avrebbe fatto piangere per un altro motivo.
Ci sono pure un paio di canzoni francesi che hanno per titolo Salopard, a tutti gli effetti pare proprio che si possa tradurre con bastardo, con carogna, con pezzo di merda, un porco, un farabutto.
La Roubaix è fatta di sfide imprevedibili se la mattina comincia con la riga uno di Alexandre Roos da tradurre e le salopard, piccole, delle petits salopard, alla quinta parola del suo pezzo. Le piccole bastarde, “le nostre facce rotte preferite, con le loro fronti orgogliose e sporgenti, le loro cicatrici, i loro denti di pietra allentati, pronti a mordere e lacerare qualsiasi persona sfacciata che entri nel loro santuario e disturbi la loro pace”.
Le pietre di Roubaix arrivano dunque sotto i nostri occhi come teste di Modigliani, antropomorfizzate e forse un giorno, scrive l’immaginifico inviato de L’Équipe da Compiègne “sarà una buona idea fare una seduta di psicoterapia di gruppo per capire perché ci siamo innamorati di questi ciottoli, perché i sampietrini del Nord ci hanno stregato con i loro poteri magici, queste pietre millenarie capaci di accelerare il tempo e sconvolgere i destini, ancora di più quando sono molto brutte, come al Carrefour de l’Arbre. Questi tratti ancestrali sono un pellegrinaggio, un anacronismo e un’assurdità confortanti, una forma di resistenza che ogni corridore della Parigi-Roubaix deve provare lottando contro gli elementi naturali, gli avversari ma soprattutto contro sé stesso”.
Questo è. Questo forse deve essere.
Frankenstein Un pezzo cucito con le spillette
Il Giro delle Fiandre è un rito collettivo, la Parigi-Roubaix un’introspezione. Questa è la differenza tra le due grandi classiche del Nord secondo Roos, una differenza che va scorta “dietro la cortina di polvere e la cavalcata frenetica, perché nessun’altra corsa risuona così tanto con i luoghi che attraversa, terre dimenticate e abbandonate dove torniamo ogni anno con lo stesso strazio nel cuore, uno strazio che si stringerà un po’ di più più tardi, quando il clamore della gente del Nord si alzerà dalla foresta di Arenberg. Il Velodromo di Roubaix è il traguardo più bello dell’anno, per la sua piccola cornice d’altri tempi, ma soprattutto per la pace che ognuno viene a trovare dopo momenti difficili, un rifugio personale”
Cercherà pace al Velodromo Tadej Pogacar che non ha mai corso qui. È venuto su queste strade solo in ricognizione. Sono strade che una cinquantina d’anni fa posavano un bacio sulla fronte di un certo tipo di corridore, un altro tipo di corridore, uomini che poco amavano le montagne, gambe che sapevano spingere rapporti duri lungo una linea che la cartina della corsa e la sua altimetria riproducevano del tutto piatta, dall’inizio alla fine, piatta come le zattere su cui scaricavano il grano. Erano passistoni che potevi pure veder diventare campioni del mondo nell’inseguimento su pista. In genere in montagna non andavano, anzi si staccavano su un cavalcavia.
I corpi di Roubaix
Quel prototipo sopravvive in Filippo Ganna, anche se non si stacca sui cavalcavia e riesce a reggere pure il Poggio. I Tadej Pogacar così leggeri un tempo puntavano dritti sulle Ardenne – la Freccia, la Liegi, la Amstel – a meno di non esser Eddy Merckx, per il quale non è mai esistita una strada straniera.
Xavier Colombani su L’Équipe racconta di quando nel 1950 Fausto Coppi succedeva al fratello Serse nell’albo d’oro della corsa e Jacques Goddet riteneva che se “fino ad ora si trattava di un onore per un corridore vincere la Parigi-Roubaix, stavolta è la Parigi-Roubaix a essere onorata di finire a un simile fenomeno”. Colombani dice che in 75 anni non è cambiato nulla. “La Monumento francese rimane il grande obiettivo di quei ciclisti robusti che si presentano da candidati naturali, dei mangiavento poco attratti da salite e corse a tappe, tra i quali si insinua qua e là qualche cavallo leggero che rimescola le carte cancellando il tipico profilo del vincitore. Sono loro ad attirare l’attenzione sulla gara con la loro presenza e il loro successo, più che il contrario”.
L’evoluzione del corridore ha portato questi giganti a prendersi la corsa dagli anni Settanta in poi. Fra i Cinquanta e i Sessanta era ancora possibile veder vincere Emile Daems di un metro e 67 e 64 chili, Walter Godefroot di un metro e 68 per 67 chili. I pesi piuma sono stati soppiantati fra 2000 e 2009 quando il vincitore della Roubaix ha avuto un’altezza media di 1 metro e 85 e il peso di 78,4 chili.
Negli ultimi quattro anni siamo però calati di tre centimetri e di tre chili. È questo è il ciclismo dei campioni che corrono ovunque, ovunque e sempre per vincere, “dopo che la specializzazione, le classiche per alcuni, i grandi Giri per altri, aveva diluito l’interesse e fatto perdere il grande pubblico” ricorda Roos.
Bernard Hinault ha vinto la Roubaix con 64 chili di carne sullo scheletro e pensa che il peso di un corridore sia ininfluente. È una tesi estrema. Secondo alcuni esperti che L’Équipe ha sentito nei giorni scorsi, per resistere alle vibrazioni è difficile scendere sotto una certa soglia. Julian Alaphilippe con i suoi 61 chili era fuori contesto anche nei suoi giorni migliori. Il cugino e allenatore Franck sostiene che ne sarebbero serviti altri cinque o sei. Con Pogacar sia lì: 66 kg. Ma Hinault considerava essenziale l’agilità, la tecnica nella guida.
Romain Bardet si è messo a scrivere per L’Équipe e sostiene che “se c’è una gara nello sport che potrebbe consentirci di confrontare i campioni, indipendentemente dall’epoca, è sicuramente questa” perché abolisce le differenze di stile e i mezzi meccanici, alla fine misura solo il coraggio.
I favoriti, il meteo e le docce
È il terzo episodio di questa nuova stagione di Pogacar vs Van der Poel: uno campione del mondo della strada e l’altro campione del mondo di ciclocross. L’olandese è detto “il boia di Sanremo” ed è stato “torturato nelle Fiandre per 60 chilometri sul tavolo operatorio di Tadej Pogacar, non possiamo credere che il suo orgoglio non sia ancora ferito”.
L’Équipe gli ha dato cinque stelline e quattro a Pogacar e Mads Pedersen [ottava partecipazione, 3° nel 2024], due sono per Wout van Aert [sesta partecipazione, 2° nel 2022], per Filippo Ganna [quinta partecipazione, 6° nel 2023], Jasper Stuyven [decima partecipazione, 4° nel 2017], Stefan Küng [decima partecipazione, 3° nel 2022], una stellina per Dylan Van Baarle [11esima partecipazione, 1° nel 2022], Jasper Philipsen [quinta partecipazione, 2° nel 2023 e nel 2024], Nils Politt [nona partecipazione, 2° nel 2019].
C’è stato qualche scroscio d’acqua, la foresta potrebbe essere ancora scivolosa, il resto dovrebbe essersi asciugato per il passaggio della corsa. Il vento può essere un fattore. Soffia prevalentemente per tre quarti da dietro. Più è umido, più sarà avvantaggiato Mathieu Van der Poel. “Dove tirerà fuori i coltelli Pogacar? Ci sono molti punti di riferimento, ma il resto è poco chiaro. La Parigi-Roubaix è la classica con il percorso più lineare, ma raramente negli ultimi anni la sua lettura è stata così sfumata, il suo esito così incerto. L’emozione c’è – conclude Roos – anche l’Inferno del Nord, il nostro piccolo angolo di paradiso”.
Un vero angolo di paradiso è “questo cubo di cemento, tozzo, disadorno, a cui nessuno sembra aver messo mano da quando fu costruito negli anni Venti del secolo scorso. È lì, in quelle due grandi stanze con i soffitti alti, non sul pavé, che i corridori ricevono questo battesimo profano e diventano qualcosa di diverso da prima”. Sono le douches di Roubaix, le docce di Roubaix, il luogo del rito finale collettivo, il posto dove va via la polvere o dove si scrosta il fango. Ne ha scritto Alessandra Giardini su Domani: “Negli anni molti dei luoghi sacri del ciclismo sono spariti, spazzati via dalla civilizzazione o dalle esigenze dello spettacolo: la cabina telefonica della Milano-Sanremo è stata rottamata nell’estate del 2023, la cappella sul Muur non vede più passare il Giro delle Fiandre, ma le docce di Roubaix sono ancora lì che aspettano di lavare via le lacrime e il sangue dei prossimi eroi”.
«Almeno una volta nella tua carriera, dovresti fare una doccia a Roubaix – queste sono parole dell’olandese Servais Knaven, per sedici volte al via della corsa, una vittoria nel 2001 – sei lì con tutti gli altri corridori. Tutti sono stanchi e tutti hanno la loro storia da raccontare. È qualcosa di speciale. Sai che è dove venivano ragazzi come Merckx. Ti dà una connessione con la storia di questo sport».
Giardini racconta che “in origine era una scuola all’aperto, in cui si curavano i problemi di tubercolosi nei bambini. Le docce furono costruite negli anni Venti, cubicoli piastrellati con le catenelle per aprire l’acqua, ma fu solo nel 1943 che i reduci della Roubaix cominciarono a usarle. Fu così che diventò una leggenda nella leggenda, amplificata dalle foto crude e senza filtri dei corridori coperti di fango o polvere, feriti, stremati. Mentre l’acqua fredda scorre, i corridori tornano alla vita. Le docce sono il muro del pianto, il luogo in cui i corridori confessano uno con l’altro le sfortune, le cadute, le forature, gli infortuni. Lavano via il sangue, la polvere, le ferite, la paura. È freddo e tetro, ma potrebbe essere comoda e calda una doccia dopo 260 chilometri di inferno? Se tu l’inferno l’hai appena attraversato, perché dovresti avere paura di una doccia?”
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