La vita di Robinho in prigione in Brasile
Robinho pensava che il tempo, la distanza e il Brasile fossero una protezione sufficiente. A 36 anni, quando nel 2020 ha chiuso la carriera, si era convinto che la condanna italiana — nove anni di carcere per uno stupro di gruppo commesso a Milano nel 2013 — non lo avrebbe mai raggiunto. Lontano dall’Italia, senza accordi di estradizione, la prigione sembrava un’ipotesi astratta. “La sua idea di futuro era fatta di investimenti immobiliari, partite di futevolei, barbecue sul mare e musica a tutto volume” dice France Football in un pezzo che ricostruisce invece i giorni della detenzione.
Nel marzo 2024 la realtà ha bussato alla porta. La giustizia brasiliana ha accolto la richiesta italiana: Robinho avrebbe scontato la pena in patria. “I suoi avvocati gli avevano detto che non sarebbe mai andato in prigione”, racconta Ullisses Campbell. “Ora è completamente abbattuto, piange molto, prega a braccia alzate e parla da solo durante l’ora d’aria.”
La caduta è stata rapida. L’arresto davanti alla moglie e ai figli, le urla, le lacrime. Poi Tremembé, la cosiddetta “prigione delle celebrità”: una cella di otto metri quadri, un cortile assolato, nessuna fuga possibile. “Non è l’inferno più buio del sistema carcerario brasiliano”, ma resta un carcere vero, popolato da assassini, trafficanti, violenti. Robinho rifiuta di giocare a calcio, non lavora, non frequenta la biblioteca. Non accetta la pena.
Il passato ritorna con brutalità. Le intercettazioni telefoniche del 2014 — «ridevo, non me ne fregava niente» — raccontano la leggerezza con cui Robinho aveva trattato la violenza. «Era completamente ubriaca… non l’ho nemmeno toccata», diceva. Poi le ammissioni, goffe e terribili. «Ho solo provato… ma gli altri…». E infine la frase che lo condanna più di tutte: «Per fortuna non c’erano telecamere, altrimenti eravamo finiti».
Il processo italiano, le due condanne, la fuga sportiva tra Brasile, Cina e Turchia. Il ritorno impossibile al Santos. Ora una cella che sostituisce la villa sull’oceano. Il figlio gioca con il numero 7, il padre guarda le partite dal carcere. Il pezzo di France Football racconta con crudezza una caduta senza metafore: dall’idolo paragonato a Pelé a un uomo che non ha mai davvero accettato ciò che ha fatto. E si chiude con la voce della vittima, lontana dai riflettori: «Saperli in prigione non è una vittoria. È una sconfitta per tutti. Mi hanno rubato una parte di me».