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Marocco vs Isole Comore: si comincia
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In lontananza, l’inno marocchino si è sentito fin sulle tribune dello stadio Moulay-Abdellah. Ieri è stato il momento degli ultimi test dell’impianto audio. Riscaldati da un dolce sole invernale, alcuni dignitari molto scortati hanno visitato l’arena per l’ennesima volta, hanno controllato ogni minimo dettaglio e alcuni curiosi si sono messi in posa per una foto ricordo davanti al nido d’uccello futuristico che richiama gli stadi del Mondiale in Qatar. Così L’Equipe racconta la vigilia del Marocco, le ore che precedono la partita d’inaugurazione del torneo contro le Isole Comore.
Il protagonista è Walid Regragui, il ct, a poco più di tre anni dalla semifinale mondiale persa con la Francia: fisico asciutto, cranio lucido, voce rapida tra francese e darija. Nella sala stampa del palazzo di marmo, ha ignorato le allusioni dei cronisti locali ai successi recenti delle altre nazionali marocchine: il Mondiale Under-20 vinto, la Coppa araba vinta dalla squadra B. Ha scartato l’idea che si tratti di altra pressione, parlando di ambiente elettrico, ritmo alto, libertà. Il Marocco che debutta stasera porta addosso una nuova postura. “Giocatori senza complessi, che sognano in grande” scrive Grégoire, dando la chiave del clima che circonda il gruppo. L’obiettivo dichiarato è vincere la Coppa d’Africa davanti al proprio pubblico, e farlo giocando in modo diverso che in Qatar. Più possesso, più iniziativa, il ribaltamento dell’immagine di una squadra soltanto difensiva. «L’idea del Marocco che fa solo difesa contro la Spagna… la pagherò tutta la mia vita» ha detto il ct.
Le figure centrali sono Brahim Diaz, Saibari, Akhomach, Abde, Ben Seghir, Talbi: un ventaglio di possibilità dentro un collettivo elastico. Non tutti brillano nei loro club, qualcuno fatica, ma l’occasione è gigantesca. Achraf Hakimi ha portato in nazionale un’eco del metodo Luis Enrique: niente supereroi, identità collettiva, controllo delle emozioni, rispetto per l’avversario. E poi parli il pallone.
Qualche tempo fa, Simone Dagani ha intervistato per Sky Sport Insider il ct delle Isole Comore. Che è Stefano Cusin, l’italo-canadese giramondo. «Arrivavo da un’esperienza con la nazionale del Sud Sudan e la federazione cercava un Ct con le mie caratteristiche: europeo, pratico dell’ambiente africano, bravo a lanciare i giovani. Parlando con il presidente ho capito che non c’era fretta, che la missione principale, per il momento, era svecchiare la squadra e far ripartire il movimento. Mi è piaciuto molto il suo entusiasmo controllato, tipico di una persona che ha il polso della situazione. Non ci ho messo molto ad accettare».
Il primo compito è stato «convincere i bi-nazionali a scegliere la nostra squadra. All’inizio è stato complicato, perché i senatori erano in conflitto con la federazione. Al primo raduno non si sono presentati in 20, abbiamo dovuto convocare un folto gruppo di ragazzini che giocavano in Francia, senza esperienza internazionali. Incredibilmente abbiamo battuto Capo Verde per 2-1 all’esordio, in rimonta. Da quel momento sono cambiati i rapporti. Oggi abbiamo un buon mix di veterani e di giovani. Sono giocatori tecnici, generalmente poco fisici. Infatti soffrono le squadre che la mettono sul piano dei muscoli. Hanno una bellissima mentalità. Il campionato locale è poco competitivo, quindi abbiamo dovuto fare un attento lavoro di scouting verso i giocatori con il doppio passaporto, soprattutto nelle serie minori francesi. Il Mondiale non è mai stato un obiettivo, era una missione troppo grande, però già aver fatto 15 punti nel girone è qualcosa di incredibile. Quando firmai il contratto si parlò di un progetto di ricostruzione come obiettivo principale. Sul lungo periodo, la missione sarà quella di essere regolarmente presenti alla rassegna continentale. Poi perché no, magari provare ad andare al Mondiale del 2030, approfittando del numero allargato di squadre qualificate: sarà un’impresa molto difficile, ma sono convinto sia possibile».
ore 20 su Sportitalia
La Coppa degli scrittori: Fouad Laroui
Fouad Laroui scrive prevalentemente in francese. È un ingegnere di formazione, vive e lavora tra il Marocco e l’Olanda. Scrive di calcio per esplorare l’identità marocchina, l’incontro e lo scontro tra culture, la globalizzazione, la politica. In L’esteta radicale “c’è chi come il visionario incompreso Zahidi si inventa una squadra di calcio locale che tenta di affrancare i giocatori dai modelli dei campioni occidentali. Ma ci sono anche i giovani marocchini che vivono e lavorano in Europa, figli degli emigrati, protagonisti degli oscuri e travagliati processi di inserimento nella società di Amsterdam o di Marsiglia. Le pagine di questi racconti di Laroui lasciano intravedere i percorsi incerti, tortuosi, difficili di quanti tra le nuove generazioni sono impegnati a definire la propria identità, a tentare strategie di riconoscimento, a riscattare la propria condizione di subalternità culturale” [qui].
Ma amici di Retequattro non anticipiamo altro per non rovinarvi il finale.
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In Marocco, il calcio non è uno sport: è una cosmogonia che nasce dal nulla. Prendete un pezzetto di terreno vago, qualche pietra per segnare i pali e un numero imprecisato di ragazzini con le ginocchia sbucciate. In quel caos di polvere, dove il pallone è spesso un groviglio di stracci, nasce una gerarchia più solida di quella dello Stato. Lì, tra un dribbling impossibile e un urlo al cielo, si decide chi diventerà un uomo e chi resterà un’ombra. Non servono arbitri: il fango e la polvere non mentono mai.
[liberamente tradotto da Slalom]