Le vittorie e le prospettive di Philipsen e Ayuso
Jasper Philipsen aveva sfiorato la vittoria due volte al Giro degli Emirati e sabato alla Het Nieuwsblad. Ieri, nel giorno del suo 27esimo compleanno, dice che sarebbe potuto cadere e finire in ospedale. Invece: primo. Alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne non è successo molto, i fuggitivi sono stati ripresi e i successivi tentativi di Edoardo Affini e Wout Van Aert sono andati a vuoto. Philipsen ha battuto Olav Kooij e Hugo Hofstetter. Secondo il suo direttore sportivo Christoph Roodhooft ha ritrovato fiducia. Philipsen ha vinto la Milano-Sanremo l’anno scorso e potrebbe vincere la Parigi-Roubaix se non si trovasse nella peggiore condizione possibile: avere per compagno di squadra Mathieu Van der Poel.
E poi? E poi uno vede un corridore con la maglia bianca della UAE che spinge in salita, e pensa a lui. Ne vede un altro che attacca e parte per una fuga solitaria di 40 km, e pensa a lui. Come stai, e penso a lui. Dove andiamo, e penso a lui. Non son stato divertente, e penso a lui.
Tutti e sempre ormai pensano a Pogacar quando accade qualcosa di enorme su una bici. Sulle strade della Drôme Classic, i suoi compagni hanno giocato a sentirsi Tadej come i bambini. Facciamo che io ero. Isaac del Toro, messicano, 21 anni, si è messo in testa a tirare la testa al gruppo per far danni, perché con le cadute di Brandon McNulty e Igor Arrieta erano finite le alternative. Nel ruolo del fuggitivo si è calato Juan Ayuso, partito sul Col de la Grande Limite senza che nessuno fosse riuscito a seguirlo, ci ha solo provato Mattias Skjelmose.
L’Équipe lo definisce “un turbo boost in stile Mario Kart” e lo spagnolo stesso alla fine della corsa ha menzionato l’analogia. Non con Mario Kart. Con Pogacar. Ha detto che «cerchiamo tutti di seguire ciò che fa Tadej. È impossibile farlo come lui, ma credo che abbia creato un nuovo ciclismo, un nuovo modo di gareggiare, in cui i corridori della classifica generale cercano di vincere su tutti i terreni, anche gare come quella di oggi che per me non sono l’ideale. Cerchiamo di essere competitivi ovunque»
Sabato in Ardèche Ayuso era nel gruppo che lottava per la vittoria dell’altra semiclassica francese, ma è rimasto intrappolato nel finale caotico. È arrivato al 10° posto e dice che è stato molto frustrante. Ieri il percorso era anche meno selettivo, ha colto l’occasione per andarsene e nei lunghi rettilinei in mezzo alle vigne si è messo in posizione da cronoman. Con il vento a sfavore, senza l’auricolare rotto, L’Équipe sostiene che lo spagnoletto della Generazione Coliving abbia avuto tutto il tempo per pensare allo scorso Tour de France, quando è stato accusato di essersi giocato le sue carte personali anziché sacrificarsi per Pogacar. Il suo abbandono dopo tredici giorni per Covid ha innescato una discussione memorabile, la prima battuta d’arresto mediatica nella carriera del prodigioso 22enne, il più giovane corridore dal 1904 a salire sul podio di un grande giro quando fece 3° alla Vuelta 2022 a 19 anni.
Fabrizio Guidi, il suo direttore sportivo, dai, dice che è un ragazzo, è ‘nu guaglione [e passa e spassa sotto a ‘stu balcone, ma tu si’ guaglione], è un ragazzo forte, e lo vedremo come capitano al Giro di maggio dove cercherà di fare i buchi a terra. “L’inizio di un nuovo capitolo” lo chiama il giornale francese.