lunedì 20 gennaio 2025
#1 giorno all’inizio del ciclismo maschile su strada
GLI SPIN-OFF
QUELLO CHE STA SUCCEDENDO
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| Anche tutte le spie, in fondo, sono attori
Gary Oldman
DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA
Il giocatore di hockey che invece era una spia
Cosa pensava Maxim Sergeyev quando si è imbarcato per Cracovia il 1° ottobre del 2021? Quando i suoi genitori lo hanno lasciato all’aeroporto di Mosca-Sheremetyevo, era consapevole di quel che il suo paese a volte chiede ad alcuni dei suoi espatriati? È la domanda che si pone L’Équipe nel raccontare la storia del giocatore di hockey.
Tre anni dopo aver lasciato Mosca con un parka dello Spartak sulle spalle, Maxim è in prigione, lontano dalla sua regione natale o dalle piste di hockey, accusato di essere un agente dei servizi segreti. Una spia. “Buona fortuna nei territori della NATO” aveva scritto una mano anonima sotto il post Instagram del padre che ufficializzava la partenza. «Cosa c’entra la NATO?» rispose sobriamente papà, senza sospettare il resto della storia.
Il campionato della Polonia viene considerato una sorta di corridoio verso ribalte europee più prestigiose. Ci sono giocatori russi che lo percorrono per guadagnarsi una prospettiva successiva migliore. Lo fanno pure alcuni americani. Sono gli agenti che la vendono così. Secondo le voci di chi ha conosciuto Maxim da bambino e da adolescente, chi lo ha visto allenarsi al Khimik Voskresensk o all’HK Balashikha a est di Mosca, per Maxim non è mai esistita una prospettiva che fosse un compromesso. Voleva l’hockey, voleva tutto, voleva sfondare. A costo di essere estremo in campo, brusco, qualche volta violento.
Maxim non è cambiato nel campionato polacco, a Sosnowiec, un comune di 200.000 abitanti che confina con Katowice, nel sud della Polonia. La squadra è lo Zaglebie, squadra di Seconda Divisione che aveva urgentemente bisogno di un difensore nato tra il 1999 e il 2003. Offriva alloggio e 100 euro di vitto al mese attraverso un’agenzia di mediatori. Il direttore dice di non ricordare Maxim, «forse ha lavorato con noi ma è passato molto tempo, forse aveva rapporti con qualcuno che lavorava per noi in Polonia ma è morto».
EUROGOL
Il bullismo di Amorim
Per misurare le libertà che si prende il calcio, bisogna prendere le parole di Ruben Amorim e trasferirle nella vita quotidiana di qualsiasi azienda di qualunque altro settore. Immaginate un manager che si prenda la licenza di definire le persone con cui lavora le più scarse nella storia di quella compagnia. Questo ha fatto l’allenatore del Manchester United quando ha detto che la squadra a sua disposizione è «forse la peggiore nella storia del Manchester United».
Esistono molti modi di reagire a una posizione del genere, sia da parte della proprietà sia da parte di chi si sente dare dello scarsone. L’unica cosa da escludere è che in una qualsiasi azienda di qualunque altro settore non ci sarebbero delle conseguenze. Al Manchester United lo vedremo. La situazione si è arravogliata dopo la sconfitta per 3-1 contro il Brighton, la squadra è stata fischiata all’Old Trafford, la classifica dice che lo United si trova al 13esimo posto con 26 punti, 10 di vantaggio comunque sulla zona retrocessione. Tutto nel giorno in cui i tifosi e gli ex giocatori hanno reso omaggio a Denis Law. È stata la sesta sconfitta casalinga in campionato su 12 partite, il rendimento peggiore dal 1893-94. Ecco, Amorim avrebbe potuto dirlo così.
«So che volete i titoli – ha detto ai giornalisti – ecco qua i vostri titoli. Non sono un ingenuo. Ora l’obiettivo è sopravvivere». Amorim crede che la squadra non reagisca al suo arrivo perché «sono abituati a cose diverse. A volte hai una squadra che quasi vince il campionato e nella stagione successiva è pessima, senza fiducia. I giocatori sono nervosi. L’unico modo per uscirne è vincere le partite». In effetti sembra una buona soluzione. Un’indicazione perfetta.
IL TELECO-SLALOM
Guida allo sport in tv di oggi
SPAGNA
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Il VAR racconta com’è fatta la vita di tutti noi
Che sublime invenzione è stata la VAR. È come una scheggia di ellenismo capitata fra noi. Tiene insieme mondi vasti e differenti. Cominciammo con la poesia, chi non lo ricorda. Avanzò l’ipotesi Beppe Marotta, anzi era una certezza, era convinto che la VAR l’avrebbe uccisa, disse così, la VAR avrebbe ucciso la poesia del calcio, disvelando verità che non conoscevamo, letture segrete di Prévert e García Lorca nei tunnel degli spogliatoi. Dopo è venuta la scienza a tracciare linee, proiettare ombre, comporre sagome in 3D così da non perderci neppure un fuorigioco. A ben vedere – allo stesso tempo – una forma d’arte. L’economia ha fatto capolino con le prime richieste di risarcimento danni, la religione con le preghiere silenziose dei tifosi in tribuna, stamattina Manuel Jabois su El Pais aggiunge la filosofia, quando scrive che quello è il momento in cui il calcio imita la vita, “quando si verifica un fallo evidente e l’arbitro non fischia, allora il gioco continua, con una squadra che fa circolare la palla e l’altra che si difende, entrambe sospettando che sia sbagliato o inutile, anche se qualcuno alla fine dovesse segnare un gol. Si realizza allora un fenomeno fantastico: si attacca ma con scetticismo. Possono passare diversi minuti, eterni per lo spettatore, e può anche succedere che tutti si dimentichino che c’è stato un fallo all’inizio dell’azione. Non so se il regolamento lo preveda, ma potrebbe verificarsi un fuorigioco che l’arbitro non vede nel primo minuto, la palla non esce per 89 minuti, una squadra segna al 90esimo: il gol deve essere annullato?”.
Quelli bravi – e Manuel Jabois è molto molto bravo – offrono l’impressione di saper dare una voce corposa anche alle opinioni che non condivideresti. “Esistono vite così – scrive – invalidate fin dall’inizio. La cosa normale è che a un certo punto qualcosa va storto e non te ne accorgi, allora vai avanti, o indietro, a seconda dei momenti, senza sapere che tutto è stato cancellato e non ci sarà alcun risultato. Eppure, ecco la lezione cantata da Machado sul viaggio: non ne è forse valsa la pena in qualche modo, la squadra non si è divertita realizzando una giocata spettacolare? Quei minuti, a volte degli anni, in cui tutto continua a funzionare come un simulacro, possono essere più proficui di altri destinati alla trascendenza. Pedro García Cuartango ha una frase al riguardo: – Pochi si rendono conto che il godimento della vita dipende molto più da una conoscenza priva di utilità o di significato pratico che dalla capacità di aumentare il conto corrente. Se lo trasferiamo al calcio pare un’esagerazione: si preferisce sempre ciò che è utile. Ma se le occasioni sprecate da Mbappé, quelle annullate per un fuorigioco precedente, difficilmente danno sollievo al giocatore, i gol annullati sono un deposito di fiducia. Uno pensa: non vale ma ho battuto il portiere, ho saltato il difensore, alla prossima giocata saranno più attenti e nervosi”.
Jabois ha cuore madridista. Nessuno è perfetto. Così la sua riflessione nasce da alcune circostanze che il Real Madrid avrebbe patito. Succede. Anche lo sceriffo di Nottingham crede di essere nel giusto con Fra Tuck, con il fabbro Otto, con il coniglietto Saetta. Si fa ascoltare quando il particolare diventa generale, quando dice che “succede spesso anche nella vita di tutti i giorni: esci dal bar per tornare a casa, e prima di varcare la soglia ti danno un rigore”.
LA PAROLA CHE NON VI HO DETTO Gilicorner
È una parola che usano in Spagna. Il corner è il calcio d’angolo. Gili è un prefisso dispregiativo, significa qualcosa di simile a sciocco, stupido. Una connotazione negativa nel calcio viene ovviamente adoperata per qualcosa che sfugge alla tradizione. Il gilicorner è il calcio d’angolo corto, quello che dalla bandierina non viene battuto come un tempo, con una bella pedata al pallone in mezzo all’area, a chi coglio coglio. Sembra che il termine sia stato coniato dal quotidiano Marca all’epoca in cui Carmelo Martínez ne era direttore [1973-1983]. Gilicorner si scrive tutt’attaccato, senza trattino, alcuni dizionari autorizzano la forma plurale all’inglese: gilicórners.
Comunque sia. Al gilicorner si è dedicata Natalia Junquera su El Pais con una riflessione che è ancora conseguenza delle azioni viste nella finale di Supercoppa tra Barcellona e Real Madrid. In Spagna la vita è quella cosa che succede tra un Clásico e l’altro. In italiano potremmo forse tradurlo uno stupidangolo. Dice Junquera che ci sono mode con cui l’essere umano migliora, per esempio andare a correre senza essere inseguiti, fare pilates, ce ne sono altre che evidentemente ci danneggiano, come la tendenza o l’abitudine a usare espressioni inglesi per ogni cosa. Lo stupidangolo fa parte di questa seconda categoria. È quel gesto che produce “un’’insalata di passaggi che ti riportano a metà campo. Nasce come aneddoto ed è ormai una categoria, al punto che adesso è più frequente vedere calci d’angolo con quattro passaggi – quante cose possono andare storte in quattro passaggi – sui campi di seconda divisione. Immagino che in allenamento, alla presenza dell’allenatore, andranno bene”. Scrive Junquera che pure se fosse, è come quando la macchina smette di fare rumore nel momento esatto in cui la portiamo in officina. “In altre parole: il successo del gilicorner è solo nella loro testa”.
E qui l’editorialista di El Pais parte con una serie di considerazioni che vanno nella direzione egemone della derisione della contemporaneità. Scrive Junquera che “nel calcio, come in amore, pensare troppo è spesso controproducente, soprattutto perché in questo sport che ormai ha più di 160 anni la cosa più semplice è farsi leggere nel pensiero e indovinare la prossima mossa in campo. I grandi giocatori sono quelli che si affidano più all’istinto che alla lavagna, vedono le lacune che nessun altro vede, quelle che fino a pochi secondi prima non esistevano. È lì che nascono i gol e la magia. Un’altra delle tendenze mal calibrate del calcio moderno – continua – è che si sta sviluppando la cattiva abitudine di inscatolarli in campo, limitando i loro movimenti in rigidi approcci di gioco. I geni, di tutta la vita e di qualsiasi disciplina, devono essere lasciati liberi. La tecnologia è nemica della creatività e gli ordini limitano sempre le idee”.
Dipende. Su questa faccenda della tecnologia come nemica della creatività, potrebbero avere qualcosa da obiettare alla Pixar, per esempio. Anche Now And Then non è un cattivo esempio di tecnologia applicata alla creatività. Dietro la tecnologia quasi sempre c’è una persona creativa che l’ha immaginata. Ma non siamo qui noi per seppellire Cesare. Junquera dice che il VAR e il Nuovo Testamento del calcio hanno portato un po’ più di giustizia, “ma nel calcio moderno – e il gilicorner è una delle sue espressioni – la palla viene fermata molto più a lungo di prima e il gioco ha perso spontaneità. E poi ci sono i fuorigioco per una rotula, la prova di qualcosa di cui fino a poco tempo fa non eravamo consapevoli: esiste una giustizia poetica ed esiste anche una giustizia ridicola. Forse abbiamo esagerato come garanti. Il calcio moderno è pieno di linee, mappe di calore e statistiche, che sono l’opposto dell’imprevedibile. Che bello vedere un cambio di passo, il giocatore che salta tutte le linee del campo, evitando gli avversari fino a un provvidenziale assist. È un brutto affare lasciare tanto spazio ai burocrati, complicare il bello e il semplice. La strada migliore verso il gol è sempre stata la più breve. Risparmiamo i minuti sprecati su quei calci d’angolo da quattro passaggi per segnare. Più arte e meno prove. Alleniamo i piedi e la fronte affinché al momento della verità, nell’uno contro uno, sappiano schiacciare la palla verso il basso, verso quell’angolino dove si annida la felicità, il minuscolo spazio tra la rete, i pali, la traversa e gli arti di un portiere. Su un calcio d’angolo non serve altro, e il gol – ve lo prometto, cari allenatori – lo festeggeremo lo stesso. Limitiamo i gilicorner. Nemmeno quando entrano, come un’eccezione che conferma sempre la regola [vedi il gol dell’Atlético Madrid contro l’Osasuna del 12 gennaio] compensano la frustrazione di tutte le occasioni perse per un eccesso di svolazzi su calci piazzati”.
Maledetto tu sia stupidangolo. Tu e tutti gli esperimenti, le innovazioni, il tentativo di usare la curiosità per scavare dentro le cose che ci accadono ogni giorno, nei secoli dei secoli amen.
FRANCIA
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La rosa corta del Marsiglia
Di fronte al Lille in Coppa e allo Strasburgo in campionato, il Marsiglia ha assaggiato quel che lo attende la prossima stagione, quando probabilmente giocherà in Champions League e avrà settimane piene di impegni scanditi a pochi giorni di distanza, con l’obbligo di avere una rosa più ampia per resistere agli sforzi ripetuti. È l’analisi di Régis Testelin che apre stamattina L’Équipe. “Siamo andati a letto – scrive – con due idee forti. La prima è che ci vuole tanto ingegno e tanta competenza per costruire in pochi mesi uno Strasburgo così completo ed equilibrato, dal portiere al centravanti. Ha i mezzi di un ricco azionista, vero, ma ne abbiamo conosciuti altri, a Rennes o altrove, capaci di buttare i soldi dalla finestra. La seconda è che l’OM ha patito due partite in una settimana. Oggi il Marsiglia non sembra avere la squadra adatta a questa somma di impegni. Nella prossima stagione avrà bisogno di due squadre, Come il PSG”.
Ecco, il PSG. Parliamone. Con nove punti di vantaggio e sedici partite da giocare, compreso uno scontro diretto al Parco dei Principi a metà marzo, è come se il PSG fosse già campione. Per questo i giornali francesi si concentrano sulla partita di mercoledì contro il Manchester City – il ritorno della Champions League – una partita che sembra essere arrivata o troppo tardi o troppo presto, scrive Testelin. Il City è a sua volta a 12 punti dal Liverpool, “chi è più spaventato dell’altro, in questa settimana piena di pericoli? A fine dicembre era forte la tentazione di immaginare Pep Guardiola e la sua truppa presentarsi a Parigi con la testa nel secchio. Invece servirà un grande PSG”.
IL CALCIO ITALIANO
Il tuo bacino d’utenza è come un rock
Nella giornata di ieri si è tenuta una lunga discussione su Facebook intorno a un post scritto da Fabrizio Bocca, responsabile dello sport di Repubblica durante il suo percorso professionale, curatore di Bloooog! – uno spazio che continua a vivere fuori dalla piattaforma del giornale.
Bocca ha pubblicato le pagine dei quotidiani italiani di ieri mattina e ha scritto quel che era sotto gli occhi di tutti: “I tre gol che il Napoli, ecchecz… ostinatamente in testa alla classifica!, ha segnato – e in particolare la fondamentale e decisiva capocciata di Lukaku – li ha fatti non solo all’Atalanta ma perfino ai principali giornali italiani. E più in generale ai media tutti, di cui una buona parte testardamente conservatrice e ancora ossequiante ai canoni più antichi e superati della geopolitica dell’informazione, che hanno continuato ad aprire le loro pagine con la vittoria della Juventus sul Milan piuttosto che quella del Napoli sull’Atalanta. Al fatto hanno preferito il blasone, l’albo d’oro, il censo e a questo punto direi perfino lo scudo araldico. Al primo posto accertato e matematico del Napoli in corsa per lo scudetto, il quarto posto virtuale della Juventus. A conferma che il pregiudizio della “juventinocentricità“, e in subordine quello della “milanocentricità“, dei media più diffusi (che poi oggi non è certo una manciata di giornali di carta che fa tendenza o tantomeno opinione) non è poi tanto un pregiudizio quanto un fatto evidente a sua volta. Che poi il Napoli possa prendersi lo scudetto invece che lasciarlo a Torino o Milano è evidentemente un dettaglio, forse anche un’eventualità po’ fastidiosa e sconveniente. E certamente, fin quando disgraziatamente non accada davvero, declassabile e relegabile al piano inferiore”.
Boati di esultanza da Napoli, dove da qualche giorno – sempre via social – facevano notare che sulla prima pagina della Gazzetta la squadra non è mai nominata. Casomai c’è Conte che scappa [“Inter che guaio” era il titolo di quattro giorni fa], oppure c’è l’Inter che insegue Conte. Potrebbe trattarsi di amore per le figure retoriche, di un trasporto pubblico per la sineddoche, Conte è la parte per il tutto, ma verso i trasporti pubblici a Napoli si coltiva da sempre una certa diffidenza.
Comunque. Non era passato molto tempo dal post di Fabrizio Bocca, quando tra i commenti è apparsa un’incursione spericolata di Stefano Barigelli, che della Gazzetta attuale è il direttore: “Fabrizio – ha scritto – ma dare i voti ai colleghi…dai. Juve e Milan sono club con una ventina di milioni di tifosi, Atalanta e Napoli molti ma molti meno. Da capo dello sport di Repubblica avresti aperto col Napoli? Benissimo e allora? Ma quale fastidio, il Napoli ha vinto lo scudetto solo due stagioni fa e non si è infastidito nessuno. Anzi. Infine una notazione: le tre testate che hai segnalato fanno insieme sul web circa 13/14 milioni di lettori al giorno. Le manciate di copie sono diventate altro. Non sei ancora cosí vecchio da assumere la posa dell’ex che ha una lezione per tutto e per tutti. Quando c’ero io, caro lei…”.
Il direttore Barigelli ha ribadito una tesi che da tempo non nasconde. L’ha più volte sostenuta in radio e in televisione. È la sua linea guida. “Sappiamo che il nostro pubblico è composto prevalentemente da interisti, milanisti e juventini. Di conseguenza conosciamo i loro gusti. I lettori della Gazzetta dello Sport seguono maggiormente le squadre del Nord: noi lo sappiamo perché, andando anche in rete, abbiamo il polso della situazione”.
Quella del giusto equilibrio tra la funzione del giornalismo e le sue esigenze commerciali è una polemica che di tanto in tanto si riaccende. Fu stridente la differenza di spazio dedicata alla morte di Kobe Bryant dalla Gazzetta rispetto ai giornali del resto del mondo. In effetti quante copie si vendono a Los Angeles?
Più di qualcosa è cambiato. Nei giornali e in Gazzetta. Le collezioni in archivio sono testimoni di un’attenzione in prima pagina che era di respiro nazionale. Indimenticabile il titolo d’apertura “Vinicio ritorna al Pisa”, indimenticabili certi numeri fra 1983 e 1984 dove Inter Milan e Juventus erano in secondo piano rispetto alle imprese dell’Udinese di Zico, del Verona di Bagnoli, l’ascesa del Napoli di Maradona, le prodezze di Junior a Torino [sì, certo, il Torino in prima pagina c’è ancora].
Eppure, anche quella Gazzetta aveva lo stesso bacino d’utenza di oggi e aveva anche allora un editore con interessi nel calcio. Era Gemina, holding della famiglia Agnelli. La circostanza non impedì a Candido Cannavò, il direttore d’allora, di scrivere un fondo nel quale sosteneva che la Juventus avrebbe dovuto restituire la sua Coppa dei Campioni perché la finale con il Liverpool si era giocata ugualmente, nonostante i trentanove morti prima dell’inizio della partita.
Fabrizio Bocca ha poi replicato: “Certo che avrei aperto col Napoli, e per un principio giornalistico molto semplice: notizia scaccia notizia. Se il Napoli avesse perso o pareggiato no, ma se avesse vinto – e ha vinto – sicuramente sì. Il Napoli che a Bergamo vince una partita importante è comunque superiore a Juventus e Milan che invece lo spazio se lo prendono anche per rango e consuetudine. Hanno un pubblico maggiore, certo, ciò non toglie che il Napoli aveva diritto al primato non solo sulla classifica ma anche sulla giusta copertura da fornire ai lettori. Non c’è niente di sorprendente e tantomeno di bilioso, qualcosa detto su un social è solo la visione “personale” della realtà. Ce chi lo fa a livello cento volte superiore al mio e con ben altri mezzi: cosa fanno forse Grasso, Dipollina, Riccardo Bocca e Beatrice Dondi (la migliore di tutti) e decine di altri? E cosa fanno Dagospia, Propaganda su La7, TvTalk su Rai3, The Breakfast Club o TgZero su Radio Capital? I social sono la sede ufficiale, legittima e autorizzata del “trombonismo” liberamente e democraticamente aperto a tutti. E così come ne facciamo uso, altrettanto per contrappasso possiamo esserne oggetto”.
[Oh, comunque. Anche oggi in Gazzetta ha vinto il partito delle figure retoriche. “Ora Conte ci crede” c’è scritto in prima pagina]
L’EDICOLA
Le prime pagine dei giornali
Che cosa stanno leggendo in Europa
RUOTE
Storia della trattativa fra Hamilton e la Ferrari
La storia tra Lewis Hamilton e della Ferrari si macchia d’olio e di puzza di motori da domani, al massimo da mercoledì, con i primi giri al volante, i primi test non ufficiali sul circuito di Fiorano. L’Équipe coglie l’occasione per ritornare alla genesi di quello che definisce “il trasferimento del secolo”, l’incontro tra il sette volte campione del mondo britannico e la scuderia italiana. Quasi un anno fa, era febbraio, la notizia cominciò a circolare alle cinque del mattino. “Quelli della Mercedes non ci potevano credere, i tifosi della Ferrari non osavano farlo”.
«Francamente se ci penso – racconta Fred Vasseur al giornale francese – sono ancora stupito di come siamo riusciti a mantenere il segreto. Fino all’ultimo momento siamo stati in non più di quattro o cinque persone a saperlo». La stessa riservatezza di Hamilton, che prese la decisione senza consultare le persone a lui vicine. «L’ho detto ai miei genitori solo il giorno dell’annuncio. Nessuno lo sapeva».
Le trattative erano cominciate nella primavera del 2023 con una telefonata informale di John Elkann, “un modo sobrio per rompere il ghiaccio senza secondi fini. Per il momento”. La chiamata diventò un pranzo, qualcuno dice che fu una cena. DIventò un caso, non se ne fece niente. Al GP di Baku, Hamilton incontrò Fred Vasseur, la sua guida nella F3 Euroseries vent’anni fa. Si abbracciano, ridono, una scena ordinaria ma chissà perché stavolta la scena fa rumore. Prende un significato diverso.
«Ricordo di avergli detto, ridendo, che dovevamo sederci per discutere del contratto» ricorda Vasseur, «ma non ci pensavo davvero. Non ancora. Tuttavia l’idea stava guadagnando terreno». Si rivedono al compleanno di Vasseur, ma da soli, senza testimoni. È il momento in cui Lewis si dice interessato. Ma la Ferrari aveva appena prolungato i contratti ai suo piloti e non c’erano sedili liberi prima del 2025, dannazione, proprio mentre Hamilton era nel pieno dei colloqui in Mercedes per il rinnovo.
Oggi sappiamo perché Hamilton chiese a Toto Wolff di non rinnovare per due anni, ma per uno più uno, con la possibilità di uscire dal secondo a sua discrezione. “Il genio di Hamilton – ricostruisce L’Équipe – stava lì: in questa porta aperta che ha tenuto per sé”.
«Volevamo entrambi concludere – riassume Vasseur – ma quando ti chiami Hamilton e hai la Ferrari davanti a te, sono due grandi macchine che si incontrano».
“Sponsor che si scontrano, complicazioni amministrative” sintetizza il giornale francese. Fino all’imminenza dell’annuncio. Il 31 gennaio Hamilton va a Oxford per parlarne con Wolff, il suo da un decennio, anche un amico. Fred Vasseur contemporaneamente gli fa una telefonata. Un blitz. In un giorno deve essere tutto definito, perché ci sono delle procedure da seguire. La Ferrari è quotata alla Borsa di New York e ha degli obblighi. Bisogna dirlo ai dipendenti e poi alla stampa. Quando le azioni a Wall Street passarono dai 318 euro di mezzogiorno ai 350 delle 15.30, tutti sapevano cosa aspettarsi, aspettavano solo la formalizzazione dell’accordo. Un giorno era trascorso nell’attesa del comunicato. Una nota sobria,
TENNIS
Sinner e la partita più pazza del mondo
AUSTRALIAN OPEN Da un’idea di Stefano Accorsi e per la regia di Mel Brooks, la partita più pazza del mondo di Sinner contro Rune – liberamente tratta da Il Giovane Holgen – ha visto Jannik alle prese con problemi respiratori, ai trenta gradi e più di Melbourne, con difficoltà negli spostamenti, un calo negli ultimi game del secondo set, l’intervento del fisioterapista nel terzo. Schiere di persone comuni si sono sentite riscattate dalla scena in cui il medico misurava la pressione al numero 1 del tennis mondiale, prima di accompagnarlo fuori dal campo.
Jannik si è poi ripreso. È rimasto in campo ma avvicinandosi più volte al proprio angolo – a Melbourne si trova a bordo campo – per parlare con il team. Ha anche ricevuto delle bottiglie con degli integratori dal fisioterapista Ulises Badio.
………..
[Spazio bianco a disposizione di qualche stand-up comedian per una battuta sulla speranza che stavolta il fisioterapista non abbia fatto qualche casino con gli integratori]
Dopo il quinto game nel terzo set e due turni di battuta durati 20 minuti, Sinner ha chiesto il suo intervento. Ecco. Il gioco allora è ripreso dopo 10 minuti di interruzione e anche Rune ha chiesto l’intervento del fisioterapista.
A quel punto la commedia di Mel Brooks è scivolata in una distopia di Christopher Nolan, non tanto perché il danese si è seduto in panchina sentendo un dolore al ginocchio destro. Il punto è che dopo una palla finita sulla rete, non si sa come, non si sa perché, probabilmente per la forza sovrumana del pensiero di Jannik, o su suggerimento di Rulli e Petraglia, si è rotto il gancio alla base e sono serviti più di 15 minuti per risolvere il problema.
Ma nel frattempo hanno anche giocato a tennis. Sul serio. Ha vinto Sinner.
POP-CORN
Le immagini della notte dall’Australia e dalla NBA
Lo Slalom mentre succede
LO ZIBALBOURNE
PINGUINI Michelsen e Tien
Learner Tien è nato a Irvine, nel sud della California. Alex Michelsen un anno prima di lui ad Aliso Viejo, a 22 km di distanza, come dire nulla negli Stati Uniti. Sono cresciuti insieme, hanno frequentato gli stessi posti da bambini, insieme sono finiti agli ottavi di finale di Melbourne. “Farebbero la felicità di Hollywood” ha detto Eurosport France nel raccontare le loro storie incrociate da adolescenti felici del tennis.
«Dobbiamo esserci incontrati per la prima volta quando avevamo 9 o 10 anni, negli stessi tornei nel sud della California» dice Alex Michelsen, salito al numero 42 del mondo. «Learner è sempre stato il migliore di tutti. Ricordo che nel mio gruppo di amici, dicevano: – Oh mio Dio, mi tocca giocare contro di lui. Aveva 10 anni e giocava contro quattordicenni o sedicenni».
Si sono ritrovati nello stesso centro di allenamento, sotto la direzione di Jay Leavitt. Nel 2021 hanno iniziato ad allenarsi nella stessa accademia, 15 e 16 anni, quando il mondo pareva che avesse smesso di girare soprattutto per i ragazzi di quell’età. Sono i due migliori amici che esistono nel circuito del tennis. Michelsen dice di avere l’1% dei meriti della carriera di Tien perché stanno praticamente insieme tutti i giorni da anni e anni, Tien replica che se gli avessero raccontato da bambino che sarebbe andata così avrebbe risposto che era una prospettiva da matti.
A Tien si è dedicato anche il Wall Street Journal raccontando la sua formazione e la sua educazione “in una famiglia che ha riposto in lui grandi speranze fin dalla nascita, chiamandolo Learner in onore della madre insegnante, così come sua sorella si chiama Justice in omaggio al padre avvocato”.
Pare di capire che se il papà fosse stato un autista, lo avrebbero chiamato Guido, mentre una madre fioraia avrebbe partorito una figlia Rosa o Margherita [in realtà Margherita va bene pure in una famiglia di pizzaioli. Nel caso in cui la nascita fosse accompagnata da una qualunque fake news si tratterebbe di Margherita con bufala].
CROCODILE Lorenzo Sonego
Comunque. Tien è caduto poco fa. La sua corsa in Australia è finita agli ottavi di finale contro Lorenzo Sonego. Dopo aver perso tre volte negli ottavi, due al Roland-Garros e una a Wimbledon, il piemontese si è guadagnato il primo quarto di finale in uno Slam [6-3 6-2 3-6 6-1]. Emanuele Romano su Eurosport lo chiama il Ringo Starr del tennis italiano. Dice che “in un mondo di John e di Paul, Lorenzo Sonego non ha mai smesso di regalare grandi emozioni e risultati”.
ACQUE
Il primo vincitore della Vendée Globe dice che oggi non andrebbe più
Antoine Lamazou si era iscritto da ragazzo alle Belle Arti, aveva pure una passione per i viaggi. Fu così che conobbe Éric Tabarly, ufficiale della Marina, pilota in Indocina, velista. Sarebbe morto poi durante una traversata dalla Cornovaglia alla Scozia per un raduno di barche, durante il transito nel Mare d’Irlanda. Un albero gettò Tabarly in mare e lui annegò. Il suo corpo fu recuperato da un peschereccio. Ma prima aveva fatto in tempo a trasferire il senso dell’avventura a Lamazou, nato a Casablanca, pittore, nomade. Lo incoraggiò a iscriversi alla Vendée Globe. Lamazou la vinse [1990]. Ha scelto di farsi chiamare Titouan, oggi espone i suoi dipinti sulle meraviglie multicolori dell’oceano e del cielo stellato e in una intervista con Libération ritorna sul suo rapporto militante con l’arte e sul suo desiderio di sensibilizzare il grande pubblico sulla crisi del pianeta. «Noi ecologisti – dice – siamo spesso criticati perché siamo ansiosi, ma io sono magico. Oggi la Vendée Globe non mi entusiasma come prima. Se fossi giovane, non sono nemmeno sicuro che farei regate oceaniche. Ho sempre pensato all’oceano come a un gigantesco pozzo di luce con una profondità media di circa 3.000 metri. Somiglia a una pozza d’acqua posta sulla crosta terrestre, come la vernice di una palla da biliardo».
[Questa è bella. Al prossimo pezzo ce la rivendiamo]
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link
Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico.
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