La Coppa delle tenniste d’Italia, nel nome di Lea Pericoli e Billie Jean King

I primi furono i Lakers. Si fecero mettere l’anello al dito nella bolla di Orlando otto mesi dopo il discorso di LeBron James per Kobe bro’, continui a vivere con noi fratello – disse – e quel ricordo, quel pensiero del compagno d’anima accompagnò LA fino a un titolo NBA che mancava da dieci anni. 

Anche gli Atlanta Braves sentirono di avere uno spirito guida, un fratello che vigilava e guidava dall’alto come accade a quel Fratello Orso della Disney. Hank Aaron era morto nel gennaio del ‘21 e nell’autunno successivo le bluse bianche e blu erano arrivate a un titolo inseguito inutilmente dal ‘95. 

Poi venne il momento di Diego, e Diego volle esagerare. Trentaquattro anni dopo l’Azteca, Messi alzò la Coppa vestito da sceicco nella terra del petrolio e poiché dopo il 1986 era venuto il 1987, dopo il 2022 venne il 2023 dello scudetto a Napoli. C’è chi per sopravvivere deve uccidere il padre, chi trova sé stesso dandogli sepoltura.

Anche le ragazze del tennis italiano, con la Coppa del mondo sotto al braccio, sentono stamattina di aver avuto in Lea Pericoli una si’, continui a vivere con noi sorella, sister, o forse possiamo dirla madre, radice, gemma, pioniera, la donna da cui tutto è cominciato, nulla sarebbe così se non fosse passato attraverso lei e attraverso una ribellione a tutto campo, di forma e di sostanza, pure estetica, pure di moda. Altre quattro volte l’Italia aveva vinto questo trofeo, ma quando si chiamava Fed Cup, non come ora che porta il nome di Billie Jean King, un’altra apripista, un’altra ragazza che a suo tempo disse qualche no. 

Se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto. Le ultime parole per Lea Pericoli

È da un po’ di tempo che sui campi da tennis sfilano rappresentazione, forma e sostanza del percorso sociale femminile di un paese. A chi serve un hobby come il tennis o la filatelia? Io ne ho un altro: rileggere Lady Chatterley.  Così in Smut cantava Tom Lehrer, matematico pianista e compositore. Era il ’65 e si sbagliava. Non perché dicesse una scemenza. Diceva una cosa giusta, ma la diceva fuori tempo massimo. Quattro anni prima – nel ’61 – la Grove Press era finalmente riuscita a pubblicare un’edizione del romanzo scritto da Lawrence in Toscana fra il ’25 e il ’28, a lungo messo al bando in tutta Europa. Un tentativo l’avevano fatto già nel ’59, la distribuzione avveniva via posta: le copie erano state sequestrate. Bon (© Baricco, Pickwick, 1994).

Lehrer citava Lady Chatterley in contrapposizione al tennis perché voleva evocare due mondi distanti. Cosa c’era di più lontano da una nobildonna sposata a un paraplegico e impegnata in una relazione con un uomo della working class, se non una tennista fasciata dentro corpetti e gonne lunghe fino alle caviglie? Era l’evocazione della ribellione contro la tradizione, Lady Chatterley era la nemica di Suzanne Lenglen, una reietta e l’altra divina, un romanzo da mandare al rogo contro lo sport della buona società. 

Giusto. Tutto giusto. Figurarsi che nel tennis, negli anni in cui Lawrence scriveva il suo capolavoro, passava per bizzarra una lady dalla postura rigida e solenne come Helen Wills sposata Moody, perché indossava una gonna lunga “solo” fino al ginocchio e portava un berretto con una visiera bianca.

Lady Chatterley era il sinonimo dell’erotismo puro. Il tennis al suo confronto pareva un hobby sensuale quanto la filatelia. Il torto di Lehrer fu scrivere questa cosa nel ’65. Quando i due mondi invece si stavano avvicinando. Non se ne accorse. Appena una decina d’anni dopo, Philip Larkin avrebbe rimesso l’orologio a posto nella poesia Annus Mirabilis dicendo che il rapporto sessuale cominciò nel 1963, assai tardi per me, tra la fine del bando di Lady Chatterley e il primo LP dei Beatles

Sono gli anni del via alla contraccezione orale. La rivoluzione sessuale. La minigonna arriva nel ’63. Che è pure l’anno della prima delle 18 finali di Slam di Billie Jean King, prima atleta americana ad aver raccontato di aver avuto una relazione omosessuale: con la sua segretaria Marilyn Barnett. Negli stessi anni Martina Navratilova rende pubblico il suo orientamento sessuale per fare chiarezza sulla natura della sua relazione con la scrittrice Rita Mae Brown. Significa che il tennis insomma si scrolla definitivamente di dosso i panni vittoriani indossati fino a due decenni prima, e soprattutto comincia a vivere in tempo reale sui suoi campi di gioco le conquiste femminili maturate nella società.

Nel ’72 Bertolucci gira Ultimo tango a Parigi, Chris Evert e Jimmy Connors stanno insieme, ammettono la loro relazione che non vogliono legalizzare con il matrimonio, girano il mondo uno accanto all’altra. Lei porta i nastri nei capelli, lui sposerà una ex coniglietta di Playboy. Gli anni ’80 sono quelli della sessuofobia e della paura per l’Aids, il modello femminile nel tennis torna spartano, ed è quello riservato e rigoroso di Steffi Graf. Ma quando l’immagine pubblica della donna di successo viene rappresentata attraverso una patinata forzatura del suo profilo sexy, il tennis si fa trovare di nuovo lì. Con Anna Kournikova prima e Maria Sharapova poi. Il modello della donna-mamma? C’è Kim Clijsters. La donna che afferma la propria capacità di scegliere a dispetto delle convenzioni religiose e sociali? L’indiana Mirza sposa un pakistano. Per non dire dell’evoluzione nell’abbigliamento. Fino al nude look rivendicato da Venus Williams.

Dopo i pizzi di Lea Pericoli, per molto tempo l’Italia è stata spettatrice delle rivendicazioni altrui. Non c’è stata una grande nazione occidentale che fino al 2010 non avesse avuto una donna in una finale degli Slam. La Spagna sì, la Francia sì, la Germania sì, l’Inghilterra sì, gli Stati Uniti sì. Ne aveva avute l’Europa dell’Est – dove il tennis è stato strumento di scalata sociale – ne aveva avute l’Europa del Nord. L’Italia mai. Fino a Francesca Schiavone, nei giorni in cui il Paese stava aprendo un dibattito pubblico su come il corpo delle donne fosse stato rapito e piegato alle esigenze della tv e della politica – due parabole che coincidevano nella figura di Silvio Berlusconi. Proprio nel 2010 era cominciato il caso Ruby

Se è vero allora che sui campi da tennis sfilano e coincidono rappresentazione, forma e sostanza del percorso sociale femminile di un paese, questa Coppa che arriva in Italia con il nome di Billie Jean King forse vuole dirci qualcosa. 

Vengono da Toscana, Marche, Romagna, Veneto. C’è chi ha cominciato tardi — Bronzetti, figlia di un vigile del fuoco («Non avevamo tante possibilità economiche, giravamo per tornei in camper per risparmiare») —, e chi invece non smetterebbe più (Errani), racconta Gaia Piccardi sul Corriere della sera. Federica Cocchi sulla Gazzetta dello sport dice che questa è la storia di una promessa fatta un anno fa, quando a Siviglia le azzurre persero la finale contro il Canada: «Il prossimo anno vogliamo riprovarci, e vincerla, questa coppa». Una promessa – scrive Cocchi – che, in quel momento, aveva il carattere dell’utopia. Perché quella squadra, la stessa che oggi solleva il trofeo dopo aver battuto la Slovacchia, aveva appena compreso il proprio potenziale, ma forse non aveva ancora imparato a crederci fino in fondo. E perché il loro capitano, Tathiana Garbin, sapeva di dover affrontare le cure contro un cancro molto raro e aggressivo che avrebbe potuto anche portarsela via. Questa è una storia di lacrime e di gioia, di salti, abbracci e felicità, di rinascita e rivincita

Ci sono però altre classifiche dove le cose non tornano e l’Italia femminile non primeggia. Siamo all’87esimo posto al mondo per Global Gender Gap, con otto posizioni in meno rispetto al 2023, al 37esimo in Europa, in piena zona retrocessione. Sette posizioni sono state perse nella partecipazione economica [11esima] e nel tasso di partecipazione alla forza lavoro persiste una differenza di -17.4% con gli uomini [40.7% vs 58.1]. Solo l’11,5% delle aziende presenta una maggioranza di donne titolari, mentre in politica i seggi al Senato sono per il 64% riservati ai maschi. Quanto alle federazioni sportive, lasciamo stare. 

Il dato che cresce di più è quello della percentuale di ragazze che acquisiscono titoli di studio. Per le ultime quattro generazioni, la formazione è migliorata, le esperienze all’estero sono aumentate, le qualifiche sono spesso superiori alla controparte maschile. Nell’ambito dell’istruzione il global gender gap index è migliorato di 4,2 punti percentuali negli ultimi vent’anni. I tempi per il raggiungimento della parità sono stimati in 20 anni, a fronte dei 152 previsti per la partecipazione alle attività economiche e i 169 per l’emancipazione politica. Il tennis è invece qua, altezza Sinner. Nel nome di Billie Jean King e di Lea Pericoli. 

Mancavi solo tu ha scritto Emanuela Audisio rivolgendole un pensiero su Repubblica. Almeno per un giorno – considera – nel tennis l’Italia è in cima al mondo nello stesso momento. Oggi la Nazionale maschile comincia la difesa del titolo contro l’Argentina. Dove arriverà si vedrà, quel che conta – scrive Audisio  – è che il gap non c’è più. È la prima volta, eppure le italian girls non sono valchirie. Come a significare che nelle diversità si può essere pari. Ognuno con le proprie forze e caratteristiche, senza per forza dire in modalità Sinner. Ci erano riuscite Usa, Australia, Repubblica Ceca, Russia ad affermarsi contemporaneamente, ma mai l’Italia, come se la questione uomo-donna fosse un ascensore per il patibolo: se salivano le ragazze scendevano i ragazzi. Nel volley azzurro, mai insieme. Nel ciclismo solo nel 2007, Paolo Bettini e Marta Bastianelli. Poi il sorpasso del movimento femminile mentre i maschi non vincono un Mondiale dal 2008. Billie Jean King ha messo personalmente le giacche blu da campionesse a tutte le azzurre. Quando hai una regina che ti porge il mantello quello che devi fare è camminare umilmente a testa alta.

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