Se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto. Le ultime parole per Lea Pericoli

  La vita di Lea Pericoli, stamattina ch’è finita, sembra quella canzone di Tosca, se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto, io ti rispondo ho amato, ho amato tutto. Ha amato il tennis e il golf, fino a sentirsi sempre dietro una pallina, a rincorrerla. «Mi sa che nella vita precedente ero un cane». Ha amato il giornalismo. «Sul primo numero del Giornale c’è la mia firma in prima pagina, ne sono orgogliosa. Ricordo che portai il pezzo a Carlo Grandini, capo dello sport. Era un foglio battuto a macchina sui due lati. Prima di leggerlo mi disse: “Guarda che due fogli ce li possiamo permettere”. E mi è sembrato di tornare bambina, quando i diari li scrivevo solo sulla pagina di destra». Ha amato dare testimonianza, lei, la prima a chiamare tumore il tumore in pubblico. «Fu decisiva la spinta del professor Veronesi. In quegli anni si faticava a nominarlo, il tumore, il cancro. Era “il male inguaribile”, da tener nascosto, quasi fosse una vergogna. Sei mesi dopo l’intervento chirurgico vincevo il campionato italiano e Veronesi diceva che quel risultato valeva cento conferenze, che con una diagnosi precoce, era il mio caso, si continua a vivere». Era il ’73, e quarant’anni più tardi ha amato pure il pudore, la riservatezza, quella cosa che esisteva davvero quando ancora non le avevamo fato il nome di privacy. Si riammalò nel 2014 e non lo seppe nessuno, perché nel frattempo di tutte e tutti era diventata l’abitudine di parlarne nell’agorà. «Molte donne di una certa età quando vado a fare la spesa in tram mi sorridono e mi salutano e questo mi rende felice. Ho un carattere che mi porta a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Ho avuto una vita meravigliosa e ogni giorno la ringrazio».

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  Ho amato, ho amato tutto, raccontò sei anni fa a Gianni Mura, fu uno degli incontri di una serie di interviste a dieci donne dello sport italiano, o forse erano nove, o forse undici ma chi se ne frega, una per una erano irripetibili. Lea Pericoli raccontò di Indro Montanelli che l’aveva definita un coniglio coraggioso, raccontò del rapporto troncato da Vittorio Feltri [«Mi convoca e mi dice: da domani lei non è più collaboratrice di questo giornale. Così, secco. Mi ha fatto male la mancanza di una spiegazione, dopo tanti anni credevo di meritarla»] e raccontò dei molti incontri fatti per il mondo, molti più di mille, a cominciare da quel Ted Tinling, «ex colonnello dell’esercito, alto alto e calvo, gay, aveva un fidanzato piccolino e malinconico. Disegnava cravatte, camicie, abbigliamento sportivo un po’ bizzarro. La sua prima tennista-modello era stata Gussie Moran , mutandine panterate. Avevo visto la sua foto quand’ero a Nairobi, nel convento di suore dove si parlava solo inglese, io ero l’unica italiana ma a cavallo e a tennis ero la migliore, ed ero anche titolare nella squadra di hockey su prato». 

Quel sarto, quel Ted che le disegnò sottogonna in tulle rosa, mutandine rosa e calze rosa nel tennis bianco, bianchissimo, di Wimbledon, il tennis che era stato di donne con gonne lunghe, con la sottana lunga quanto un pantalone. «Mio padre mi proibisce di continuare col tennis. Il clamore – raccontava Pericoli – non gli è andato giù». È tutto esposto al Victoria Albert Museum di Londra, compreso un gonnellino di visone, uno di penne di cigno, un abito di petali di rose, un pigiama di pizzo, in Sudafrica mise un vestitino d’oro con le mutandine di brillanti.  «Vorrei chiarire che questi costumi stravaganti, a volte eccessivi, li indossavo solo per le gare facili. Se c’era da soffrire, tenuta bianca classica. Ho cominciato con Ted perché mi divertiva e perché in Italia era molto diffusa l’idea che lo sport trasformasse le donne in muscolose virago senza grazia. Ho fatto una scelta dalla parte delle donne».

Aveva scritto quattro libri – e qui come inciso resti scritto che Mura non andò all’incontro prima di averli recuperati e letti tutti. Uno s’intitola Maldafrica, in Africa Lea Pericoli tornava ogni anno per almeno un mese. Infanzia avventurosa è dire poco. Padre con molto fiuto per gli affari – si legge nell’articolo di Repubblica dell’epoca – un po’ megalomane (la villa prefabbricata in Italia arriva per nave in Africa), due volte straricco grazie alla coltivazione di banane, concessionario di Fiat, Om, Olivetti, Piaggio, due volte costretto a ricominciare da capo

Lea Pericoli v Susanna Alexander at the rain soaked pre Wimbledon garden party at the Hurlingham Club. The girls were there braving the deluge, to...

 

  Non ha vinto molto, Lea Pericoli. La sua è la parabola perfetta da mostrare a chi trasforma lo sport in una faccenda di ragioneria, di numeri, di pesi, come se un cammino fosse qualche etto di mozzarelle da posare sul piatto di una bilancia. Lea Pericoli si era fatta bastare qualche ottavo di finale al Roland-Garros e a Wimbledon, la soddisfazione di aver battuto cinque vincitrici di un Grande Slam: Shirley Bloomer, Karen Susman, Ann Haydon, Françoise Dürr e Billie Jean King. «Mi ha rovinata Dinny Pails, australiano – raccontò – alle sue lezioni mi aveva mandato la federtennis. Prima, giocavo un tennis istintivo, molto aggressivo, selvatico, tipico di chi è cresciuto senza maestri. Pails mi ha cambiato l’impugnatura e costretta a diventare specialista di pallonetti. Non avevo l’età per ribellarmi, mi sono adattata a giocare un altro tennis. E dire che avevo il polso di Borg. Clerici scrisse pezzi di fuoco, sostenendo che Pails era un asino, un cane testardo di nessuna utilità. Niente da fare. Non l’ho odiato, odiare costa fatica. Del tennis, a quei tempi, mi affascinavano soprattutto i viaggi, perché guadagni non ce n’erano. La purezza del dilettantismo. Voli notturni per spendere di meno, pensioncine da pochi soldi. A Wimbledon, oltre al ticket per la prima colazione, avevamo diritto al macchinone che ci portava dall’albergo ai campi. Per il resto ci arrangiavamo, quelle poche lire ce le strappavamo giocando a poker fra di noi. Poveri ma belli. Eravamo a Londra, dico a Lucia Bassi che avevo rimediato un invito per due e lei mi fa: non m’interessa, sono una ragazza che ha dei princìpi. E io sono una ragazza che ha fame e ci vado anche da sola, le ho detto».

Ha fatto in tempo a innamorarsi dello stile di Federer «che sfiora la perfezione: è bello, simpatico, molto impegnato nel sociale e, dettaglio fondamentale, pensa tennis come uno dei nostri tempi e lo gioca con i mezzi e gli avversari di oggi. Sono tutti badilanti senza fascino».  

Uscendo, scrisse Mura, resto attratto da un quadro sulla parete di sinistra. Bello, chi l’ha dipinto? «Io. Ne ho dipinti una sessantina in un solo inverno per superare una crisi». Che stupido a chiedere. Dovevo immaginarmelo.


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LEI E PIETRANGELI  «Nicola si arrovella ancora oggi che ha passato i novanta: Lea, perché io e te mai? — raccontava dall’alto di un fascino indiscusso —. Ha ragione, a volte ce lo siamo chiesti anche noi: non è che non ci abbiamo pensato, eh… Ma io avevo sempre al fianco un’altra persona, lui almeno due! In compenso è nata un’amicizia infinita, lunga un’esistenza intera, durante la quale ci siamo pianti sulla spalla tante volte». 


  Gaia Piccardi sul Corriere della sera scrive che nella sala stampa di Montecarlo, il torneo che frequentava più volentieri (insieme a Roma) per la prossimità con il principe Alberto, di cui era amica, la Lea arrivava preceduta da una nuvola di profumo fruttato e capelli biondi. Sentivi in lontananza il fruscio dei suoi pantaloni palazzo e il timbro flautato di una voce che ha educato intere generazioni al tennis («Un piccolo quindici…») e alla televisione garbata («Paroliamo» su Tele Montecarlo negli anni Settanta fu una delle poche alternative al monopolio Rai), e subito dopo sbucava lei, Lea Pericoli. Da sempre, una questione di stile.

Emanuela Audisio, ancora su Repubblica, ha scritto oggi che le dobbiamo tanta consapevolezza e cita altre memorabili frasi. «Il tennis è stato un grande amore e i grandi amori vanno lasciati prima che diventino vecchi mariti».  Era grata allo sport, dice Audisio, «perché insegna a stare al mondo e ad accettare la sconfitta».  Il suo colpo più bello – conclude – non perdere mai l’appetito per la vita.

Stefano Semeraro su la Stampa ricorda che Gianni Clerici, che le voleva molto bene, la chiamava «Miss Ozono», per via della pettinatura biondissima, ariosa, inscalfibile, mai una ciocca fuori posto. «Lea – diceva – è la quintessenza della milanesità». Non della Milano da bere, ma di quella svelta, capace, ironica, affettuosa senza smancerie, multitasking. Soprattutto concreta

Umberto Zapelloni sul Foglio sportivo la definisce la signora del nostro tennis quando il tennis era tutta un’altra cosa e le ragazze non avevano la considerazione e i premi degli uomini.

Alessandra Giardini sulla Gazzetta ricorda che si domandava Ma chi sei, Lea Pericoli? quando per esempio bastava osare mezzo centimetro di pizzo sotto il completino da tennis per scatenare il più blasfemo dei paragoni. Perché come Lea – scrive Giardini – non poteva essercene un’altra. Soave, generosa, appassionata. Il fatto di essere un mito non le impediva di perdere volentieri il suo tempo a insegnare a una ragazzina che cominciava a scrivere di tennis il modo più efficace per tenere il punteggio di un match. aveva tratto da una vita lunga e avventurosa come un feuilleton il gusto del racconto, del particolare, del pettegolezzo a fin di bene, delle infinite chiacchiere tra amiche in un mondo maschile. Oddio, maschile finché non era apparsa lei, come una dea: biondissima, chic, piena di stile anche quando avrebbe potuto essere sudata, scomposta, affannata

 

  IL SUO PRIMO ARTICOLO

Il suo Giornale la ricorda ripubblicando appunto quel primo articolo, il pezzo scritto per il primo numero di martedì 25 giugno 1974, dal titolo Cos’è Wimbledon. Una parata di moda e di campioni. Lea Pericoli scriveva: In questo tradizionalissimo angolo d’Inghilterra, dove vado da diciotto anni, non cambia mai niente, persino il menu del ristorante dei giocatori è lo stesso da sempre: ieri pollo, oggi lamb chop, domani kidney pie. Negli ultimi anni l’ambiente del tennis ha subito parecchie variazioni: solo Wimbledon resiste a qualsiasi tentativo d’innovazione e riesce a mantenere immutato il suo prestigio arrivando al limite d’imporre la divisa da tennis bianca e di pagare pochissimo i partecipanti. 

Mr. Mainards da una vita è addetto all’assegnazione dei campi e alla consegna delle palle. Il centrale e il numero 1 sono inviolabili; sui campi della prima fila mette le donne perché sono più leggere e non rischiano di rovinargli l’erba. Ogni anno, da diciotto anni, io mi presento e lui mi dice molto cordialmente: «Hello miss Gordighiani». E io: «Ma Mr. Mainards I am Lea Pericoli». E lui: «Of course miss Gordighiani, here is court n. 7 for you». Non mi lascia il tempo di tentare di spiegargli che non sono miss Gordighiani perché sta rincorrendo Nastase, che ha perso una palla, e lo minaccia di fargliela pagare. Ilie gli risponde che lui è così ricco che forse si comprerà anche Wimbledon solo per poterlo licenziare: ma anche questo Mr. Mainards non lo sente.

per anni ho esibito i costumi più strambi. Domenica ho indossato un abito fatto di paillettes d’oro. Il colore non è consentito, ma il mio sarto sostiene che l’oro non è un colore.

 

  TESTIMONI

«Non mi viene in mente un solo momento in cui Lea mi apparve in panni diversi, fuori luogo, o soltanto triste, nemmeno nelle due occasioni in cui ha combattuto contro il tumore. «Ci gioco a tennis e lo batto», mi diceva. Giocava un tennis buffo, correva veloce ed era instancabile, difficile da battere credo, ma era un tennis di pallonetti. Una volta, a Parigi, mentre la seguivo dalla tribuna, vicino al campo, mi venne da dirle, «Dai Lea, e mo’ basta co’ ‘sti pallonetti, vai una volta a rete». Lei mi rispose dubbiosa. «Ci provo, ma sarebbe la prima volta». Ci andò, scivolò, cadde, un piede le si attorcigliò nella rete, le venne da ridere, e ovviamente da insultarmi, come solo lei sapeva fare. La ricordo così, spirito libero, e non credo che a lei sarebbe dispiaciuto». [Adriano Panatta, Corriere della sera]

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«Sarò più solo. Vuol dire che toccherà a lei prenotare il tavolo» [Nicola Pietrangeli, a Repubblica]

«Ricordo che una una sera bussai alla porta della sua camera perché dovevo chiederle una cosa. Mi aprì e fu una visione: indossava un pigiama meraviglioso, di seta beige, e sopra una vestaglia altrettanto elegante. Era tardi, le undici di sera, ma lei era semplicemente perfetta. Tanto che le chiesi: Lea, per favore, mi spieghi qual è il tuo segreto? Sembrava che di vite Lea ne avesse vissute molte più di una. secondo me sarebbe stata anche una bravissima mamma». [Flavia Pennetta, La Stampa]

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