L’appello di Amnesty: non escludete dallo sport le donne con l’hijab

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I Giochi della parità, ma non per le allenatrici. I Giochi dell’inclusione e del rispetto, ma non per le donne musulmane. È la denuncia che arriva da Mónica Costa, responsabile delle campagne di genere presso Amnesty International. C’è un suo intervento sul quotidiano spagnolo Diario AS, nel quale reagisce al divieto di praticare sport con l’hijab in vigore in Francia. Una discriminazione, dice. “Gli sforzi dichiarati per promuovere l’uguaglianza di genere e l’inclusione nello sport non si applicano a un gruppo specifico di atlete. In Francia, le donne con l’hijab non solo non possono far parte di una squadra olimpica, ma non possono competere nelle categorie inferiori, giovanili o amatoriali che siano, in sport come calcio, basket o pallavolo. Le loro federazioni proibiscono di indossare abiti religiosi, ma sono in contrasto con le regole delle federazioni internazionali e le associazioni che tutelano il rispetto dei diritti umani.

Costa scrive che l’esclusione e l’umiliazione causate da queste regole sono palpabili, esponendo il caso di Hélène Bâ, cestista dall’età di cinque anni, una delle fondatrici del gruppo Basket pour Toutes. Dietro questi divieti – si legge su AS – si celano un razzismo strutturale e le ripetute campagne e leggi volte a limitare i diritti delle donne musulmane – o percepite come musulmane – alimentate in Francia da pregiudizi e stereotipi dannosi su chi siano. Lo abbiamo visto recentemente nelle ultime elezioni legislative; e il mondo dello sport non è estraneo a questo problema

Per la Francia si tratta invece di un riflesso della chiamata alla laicità, l’esclusione di ogni simbolo religioso dalla vita dello Stato. Ma l’hijab è un simbolo religioso o in senso più ampio un simbolo culturale? Costa intanto dice che il divieto dell’hijab sportivo in Francia viola i diritti umani come il diritto alla libertà di religione o all’accesso alla salute. Colpisce la libertà delle donne musulmane di prendere decisioni sulla propria vita e sulle proprie forme di espressione, si tratta di un modo di controllare il corpo altrui, una forma di violenza di genere. È importante che il CIO, le federazioni sportive e le autorità di tutto il mondo sostengano misure affinché lo sport in Francia sia veramente inclusivo e le donne musulmane non siano costrette a scegliere tra la propria fede, la propria identità personale o culturale e la passione per lo sport.

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