Il fallimento degli USA in Coppa América è tutta colpa del ct Berhalter

   Doveva essere l’estate della nazionale statunitense, invece la Copa América 2024 porterà il Canada a sfidare in semifinale i campioni del mondo e del Sudamerica in carica. La squadra di Jesse Marsch avrebbe potuto chiudere il quarto di finale con il Venezuela sul 2-0, sul 3-0, sul 4-0, prima di subire invece il pareggio a metà del secondo tempo, andare ai supplementari, e poi ai calci di rigore.

  Nella sua newsletter On Soccer, la firma del calcio del New York Times, Rory Smith, analizza cosa è accaduto agli USA; scrivendo che a volte i risultati sono propria colpa dell’allenatore. Eh sì. Gli USA sono crollati sotto il peso delle aspettative. Smith ripercorre il percorso di reclutamento del cittì Gregg Berhalter, selezionato in federazione attraverso l’analisi dei dati, metriche sofisticate e metodi di all’avanguardia. È stato calcolato che esistono 22 caratteristiche per allenare una squadra di calcio, tra cui guidare il coinvolgimento dei giocatori fuori dal campo, supportare l’audit della squadra, qualsiasi cosa voglia dire, e otto competenze di base. Ogni candidato alla posizione di cittì doveva possederle, e tra esse c’era pure l’identità guidata dalla visione, un tratto che secondo Rory Smith fa sembrare il lavoro in panchina uguale a quello di un ottico. Comunque. Quando gli USA hanno assunto Berhalter in virtù della sua adesione alle 8 voci necessarie, secondo l’editorialista del Nyt hanno commesso un errore. Con il senno di poi, purtroppo – scrive – avrebbero dovuto considerare una nona competenza fondamentale: non perdere contro Panama

Se pare qualunquismo in salsa calcistica, Smith precisa allora che Berhalter non ha la scusa, come nel 2022, di avere una squadra giovane. I giocatori chiave degli Stati Uniti hanno tutti circa 25 anni e si stanno avvicinando a quello che dovrebbe essere il loro periodo migliore. Sebbene si possa sostenere che il costo del gioco del calcio negli Stati Uniti sia proibitivo per molte famiglie, limitando così il bacino per la pesca di talenti del Paese, nel nostro caso quest’affermazione non coglie nel segno. Solo tre membri della squadra di Berhalter in Copa América giocano nella Major League. Aveva a disposizione sei rappresentanti della Premier League e quattro della Serie A italiana, oltre quelli che giocano in Spagna, Francia, Belgio e Paesi Bassi. Il calcio contemporaneo per nazionali segue altre vie. Venezuela e Panama hanno raggiunto i quarti di finale. Slovacchia, Slovenia, Georgia e Austria gli ottavi agli Europei, la Svizzera almeno i quarti, eppure le loro risorse non sono significativamente più profonde o di qualità superiore rispetto a quelle a disposizione degli Stati Uniti. Il fatto che i loro risultati siano stati molto migliori — sfortunatamente — getta una luce sinistra sul cittì. È difficile non sostenere che Berhalter non sia riuscito a sfruttare al meglio ciò che aveva a disposizione. In definitiva, è questo il lavoro di un commissario tecnico

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Con un’eco del dibattito italiano in quello USA, Smith scrive che per quanto sia allettante prendere in giro la tendenza della federazione a usare un linguaggio elaborato da consulenti aziendali, respingere la convinzione che il miglior parallelo per le complessità degli sport d’élite possa essere trovato nel mondo di Wall Street e della Silicon Valley, per quanto sia facile deridere l’aria da LinkedIn che aleggia attorno all’organizzazione, va notato che Crocker è un dirigente abile e stimato. Tuttavia viene da chiedersi se a un certo punto tutti coloro che sono coinvolti nel calcio statunitense non abbiano perso di vista ciò che un allenatore della nazionale deve fare. Non solo se non sia successo nel back office, nell’organizzazione, con le sue presentazioni in PowerPoint, i suoi profili sulla personalità, i suoi test sul ragionamento astratto, ma anche lo staff, i giocatori e persino i tifosi”.

Smith sottolinea ancora che Berhalter parla spesso del suo lavoro di allenatore come di un lavoro nel quale deve cambiare il modo in cui il mondo vede il calcio americano. È un messaggio penetrato nel cervello dei suoi giocatori. È un sentimento ammirevole – dice – seppur donchisciottesco. Il calcio è già radicato nel panorama sportivo americano. Milioni di persone lo giocano. Milioni di persone lo guardano. C’è un campionato nazionale forte, molto seguito. I giocatori americani sono sparsi in tutta Europa. La squadra femminile è stata per molto tempo la migliore al mondo. Il calcio ha attirato l’attenzione degli americani da un po’ di tempo. È vero, il resto del mondo potrebbe non averci fatto caso, ma non è una cosa rara. A parte la Premier League, nessun altro torneo nazionale cattura davvero l’attenzione di un pubblico straniero. I tifosi in Italia non consumano avidamente le ultime novità della Bundesliga. Il calcio è una questione tipicamente provinciale, ed è bello per questo. Questa convinzione che gli Stati Uniti non debbano giocare per vincere le partite ma per conquistare i cuori e le menti, accumula una pressione indebita sui giocatori. Crea un’urgenza, un panico che non dovrebbe esistere. Ma soprattutto: distorce il modo di pensare. Compito della federazione è pensare al futuro, considerare dove andrà a parare il gioco, avere la famosa identità guidata dalla visione. Compito dell’allenatore invece è prendere McKennie, Pulisic, Gio Reyna e tutti gli altri e trasformarli in una squadra che possa vincere qualche partita nel 2026, magari arrivare ai quarti di finale. Non ci sono otto competenze fondamentali per fare il cittì di una nazionale. Ce n’è una, ed è ovvia


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