Quelli che non si calmano stanno in testa alla classifica. Tadej Pogacar primo, Jonas Vingegaard secondo, Remco Evenepoel terzo, e tutt’e tre hanno scalato il Plateau de Beille più velocemente del Pantani 1998. Ieri mattina La Stampa ha rilanciato in un titoli “i soliti sospetti” che si agitano intorno al ciclismo. La discussione in Francia è guidata da Le Monde e stamattina arriva anche sulle pagine de L’Équipe, il quotidiano di proprietà del gruppo ASO che organizza la corsa. Yohann Hautbois e Pierre Menjot riferiscono che Pogacar e Vingegaard hanno sviluppato una potenza calcolata in watt per chilogrammo superiore rispettivamente del 7,7% e del 5% rispetto a Evenepoel, e dell’11% e dell’8,2% meglio di Mikel Landa, arrivato quarto. “Un divario enorme”, scrivono.
La loro analisi si divide in tre punti: quello che sappiamo, quello che intuiamo, quello che non sappiamo. Sappiamo che la Emirates spende 50 milioni di euro all’anno per il ciclismo e la Visma-Lease a bike 40, i due maggiori budget del World Tour, con tutto ciò che ciò comporta. Pogacar e Vingegaard possono permettersi compagni di squadra che sarebbero capitani altrove: Adam Yates, Ayuso, Almeida. Quelli fanno il lavoro sporco in montagna, riducono a spettri i rivali, e loro danno il colpo finale. “Il Giro – spiega L’Équipe – è stato un esempio lampante, dove Antonio Tiberi è stato l’unico ad attaccare Pogacar, una sola volta, in tre settimane”.
Le risorse quasi illimitate consentono investimenti nella ricerca e nello sviluppo, nella misurazione dei dati e nell’ottimizzazione dell’aerodinamica. La squadra olandese è all’avanguardia anche sul piano dell’alimentazione, Tadej Pogacar ha rivisto il suo protocollo di allenamento per adattarlo al suo profilo fisiologico,
Quel che immaginiamo è che possano avere un ruolo i chetoni, la sostanza che abita una zona grigia. Il vincitore di tappa di ieri, Jasper Philipsen, ne ha ingoiata una porzione velocemente all’arrivo. Non sono vietati dall’Agenzia mondiale antidoping, ma il Movimento per il ciclismo credibile, l’associazione che riunisce otto squadre del World Tour, chiede ai suoi membri di farne a meno. La settimana scorsa, il sito Escape Collective spiegava che alcuni team, tra cui la UAE e la Visma, hanno testato l’inalazione di monossido di carbonio. L’Équipe ha trovato conferma alla notizia, anche se Pogacar martedì ne ha sorriso. Ha detto: «Pensavo fosse quello che sputano le macchine».
Ci sono manager, dice il giornale francese, che non ne avevano mai sentito parlare. La pratica non è vietata. Non lo era inizialmente neppure l’auto-emotrasfusione. La presenza nel giro di Inigo San Millan, ex direttore delle prestazioni della Emirates, un grosso nome in Spagna nella ricerca di una cura contro il cancro, dice bene quanto il ciclismo faccia riferimento ad altri mondo, nella sua ricerca di qualcosa che consenta non di sfidare i limiti, ma di ignorarli. A San Millian viene attribuito nel ciclismo lo studio della funzione cellulare e della fisiologia dello sforzo.
«Ci sono molte cose che non sappiamo ancora sul funzionamento del corpo umano e possiamo supporre che alcune squadre dispongano già di elementi che vanno nella direzione di un miglioramento delle prestazioni» spiega Emmanuel Brunet, responsabile della ricerca e delle prestazioni della squadra francese di ciclismo, a L’Équipe. Si sa molto poco del cervello, e secondo Brunet le neuroscienze possono fare la differenza per migliorare le prestazioni. “Restando nelle regole” sottolinea L’Équipe.
IL DIRITTO DI NON SCHIERARSI
Alexandre Roos interviene con un commento e dice che “il ciclismo è fossilizzato nel suo passato, tormentato dai suoi demoni, dai suoi fantasmi che riappaiono a ogni prestazione straordinaria, tra chi grida alla truffa e gli ingenui del Sì-Sì pronti ad accettare tutto. In mezzo esiste una maggioranza silenziosa che dubita, divisa tra la possibilità di sgamare un miraggio e avere davanti agli occhi il più grande ciclista degli ultimi cinquant’anni”.
Roos dice che ai suiveur viene spesso domandato se ci credono, se credono a quel che vedono, “perché in questa materia pare che ognuno debba avere una propria obbedienza, una propria cappella, una propria scatolina ben definita dentro la quale sistemarsi. Come se fosse una questione di fede: questo è il segno che il dibattito è scivolato nel campo della passione. Noi vogliamo che il ciclismo sia una religione, che susciti sentimenti profondi e personali, ma tutto questo è intimo, ognuno cerca nel ciclismo ciò che vuole, guarda la gara con i propri occhi senza che la sua visione diventi una verità per tutti. Credere o non credere implica una cecità, un ruolo dell’irrazionale, esattamente quel che dobbiamo evitare quando guardiamo le prestazioni e giudichiamo i corridori. L’unica domanda da porsi è questa: cosa sappiamo? In attesa di cercare e di trovare risposte concrete, ognuno dovrebbe avere il diritto di dire che non sa, senza doversi schierare in un campo o nell’altro”.
Roos spiega che si tratta di un esercizio complicato, perché “Tadej Pogacar, Jonas Vingegaard e in misura minore Remco Evenepoel possono rispondere a tutte le domande sul sospetto, su cosa fanno, cosa non fanno, ma non sarà mai abbastanza. Anche loro sono congelati in una forma di impotenza, perché le loro risposte non convinceranno mai tutti, almeno chi ha deciso a priori la loro colpevolezza. Non spegneranno mai la brace. Nel ciclismo il dominio non è più tollerato, l’eccezionalità ancor meno. Non esiste più una felicità collettiva, una gioia senza asterisco: sono riservate ai campioni di altri sport. Ma questo scalino da salire contribuisce alla bellezza di questo sport, alla sua complessità, dobbiamo abbracciare il ciclismo nella sua totalità, nei suoi eccessi, nella sua commedia umana, nei suoi tormenti, uno sport in fuga dalla quotidianità e allo stesso tempo un richiamo alla difficoltà e alla fragilità delle cose”.
Pezzone.