Due mesi fa stava per morire. Oggi si è piazzato fra i primi-10

  Due mesi dopo la famosa caduta collettiva al Giro dei Paesi Baschi, il belga Steff Cras è tornato. Sta correndo in Slovenia, oggi si è piazzato ottavo, per la prima volta fra i primi-10, dopo l’ottavo posto al GP Indurain di fine marzo. 

L’Équipe ha raccolto le sue confidenze e i pensieri che gli hanno tenuto compagnia nel corso di queste lunghe settimane trascorse a curare uno pneumotorace, fratture alle costole e alle vertebre.

«Venti centimetri più in là – dice – e per me era finita. Ho sentito che stavamo entrando in curva troppo velocemente, ho visto Remco Evenepoel e Natnael Tesfatsion cadere per primi. Dovevo prendere una decisione: o frenare forte e cadere anch’io, oppure non frenare e provare a prendere la curva esterna a tutta velocità. Ho scelto la seconda opzione, ero quasi fuori dalla curva e ho sentito qualcuno che mi colpiva di lato, era Primoz Roglic. Sono stato scaraventato in un fosso, con Roglic sopra di me. Venti centimetri oltre c’era un blocco di cemento, se lo avessi preso a 60 o 70 km all’ora, credo che sarebbe stato impossibile non morire» 

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«All’inizio non riuscivo a respirare a causa dello pneumotorace, sarà durata 20 o 30 secondi. Poi il polmone si è rigonfiato un po’, potevo respirare ma non parlare, mi mancava l’aria. È passato molto tempo prima che arrivassero degli aiuti. C’erano tanti feriti a terra, come in una scena di guerra. E nelle ambulanze non c’erano medici, solo infermieri. Se avessi avuto un ictus o fossi finito nei guai, non credo che sarei sopravvissuto. Sono stato fortunato»

«Sono rimasto quattro giorni all’ospedale di San Sebastian, mia moglie era lì dal giorno dopo la caduta. Al lunedì mi ha accompagnato in macchina in Belgio, abbiamo fatto tutti gli esami necessari all’ospedale di Herentals. Abbiamo visto che avevo una costola rotta invece di tre, ma sette o otto fratture vertebrali e non due, come ci avevano detto in Spagna. I primi giorni non pensavo più al ciclismo, non potevo muovermi dal letto, né le gambe, né le braccia. Non ero ottimista. Ma una volta a Herentals, il medico mi ha detto: Steff, potresti essere in buone condizioni al Tour, e ci ho creduto»

«Ogni giorno sono venuti a trovarmi gli amici, mi faceva bene al morale. Il momento più difficile era dormire. Non potevo andare a letto perché la pressione era eccessiva sulla mia schiena. Dormivo dormo su una poltrona speciale, come dal dentista. Mi svegliavo più volte di notte, con i muscoli molto tesi. Dovevo camminare per cinque minuti, fare piccoli esercizi e poi dormire di nuovo un paio ore. Cercavo di fare le cose di tutti i giorni, le piccole cose come portare un piatto, prendere qualcosa dal frigo. Per tutta la prima settimana mia moglie mi ha aiutato a lavarmi, a tagliare la carne, come con un bambino».

«Ho ripreso la bici alla terza settimana, sui rulli, è stata dura mentalmente, alla quarta sono tornato nel mio letto, con un cuscino da gravidanza per non muovermi. Occupa molto spazio, ma abbiamo un letto grande. Alla quinta settimana gli esami medici hanno dimostrato che tutto andava bene. Potevo aumentare intensità e volume della pedalata, non avevo più limiti, ho fatto la ricognizione della tappa di Troyes con i direttori sportivi, gli ultimi 160 km con i tratti in terra battuta. Alla settima settimana sono potuto andare in quota per fare tutto l’allenamento. Avevo solo i muscoli un po’ tesi dietro la schiena. A casa mi mancava l’adrenalina della corsa, tutti gli allenamenti senza correre, ma quando sono arrivato in mezzo al gruppo, non ho avuto paura».

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