Lo sterrato di Toscana, la cronometro di Umbria, la montagna d’Abruzzo. Tre arrivi in tre regioni diverse stanno per riscrivere la classifica generale del Giro d’Italia. Michela Vair su Bicisport si domanda “chissà cosa stanno dicendo adesso quelli che alla vigilia del Giro d’Italia dicevano che sarebbe stato noioso, scontato e con un solo protagonista. Questa corsa sta evolvendo nel modo meno convenzionale che ci si poteva immaginare”.
In effetti la trama è vivace, ma sempre perché al centro delle scena e davanti all’obiettivo si piazza Tadej Pogačar, il favoritissimo che infatti è in maglia rosa. “Con Tadej Pogačar non ci si annoia mai” ha titolato Il Post dopo queste prime tappe. “Negli ultimi due anni, soprattutto quando ha perso la sfida con il suo avversario Jonas Vingegaard al Tour de France, diversi opinionisti si sono chiesti se a volte Pogačar non sia troppo aggressivo, se non esageri a voler attaccare sempre, sprecando energie inutilmente”.
In genere accade nei salotti dove si ricordano quanto fossero belli i tempi di una volta – quando i corridori non facevano calcoli. Se però sono i contemporanei a non farne, allora sono scellerati, forse inetti. In caso contrario, quando ne fanno, il ciclismo di oggi è noioso. È sempre successo tutto, quando eravamo giovani.
“Allacciate le cinture” invita invece Bicisport perché entriamo in un week-end di takadà.
LA CRONO: COSA SARÀ
Alla crono umbra Filippo Ganna si presenta come il migliore del campo, il migliore per risultati negli ultimi tre anni, e anche il corridore con la media più alta in carriera, 50.133, davanti al danese Mikel Berg [49.688 km orari nelle crono corse] e l’austriaco Rainer Kepplinger [48.213 km orari].
Einer Rubio va invece alla linea di partenza con lo stato d’animo opposto, con la consapevolezza di aver lasciato in media 1 minuto e 25 agli avversari in classifica generale nelle ultime 20 cronometro corse.
È solo la seconda cronometro di oltre 40 km nel ciclismo post-covid. L’altra s’è vista a Rocamadour per il Tour 2022, la vinse Wout van Aert. Quella precedente è addirittura del 2017, la tappa di Logroño alla Vuelta 2017 vinta da Chris Froome. Sette anni fa, sembra passata un’era.
Sulla scorta di medie e prestazioni registrate nelle ultime cinque cronometro, il sito Procycling Stats prevede che stasera avremo una classifica generale con Pogačar in maglia rosa, Daniel Martínez a 55 secondi, Geraint Thomas a 1.22, Cian Uijtdebroeks a 2.40, Ben O’Connor a 2.43. Pogačar aumenterebbe dunque il suo vantaggio sul secondo in classifica di 9 secondi.
TADEJ E L’ITALIA
Dopo aver perso da Jonas Vingegaard nello scorso Tour a Combloux, Pogačar si è messo a lavorare sul tic-tac in inverno. “Fin dall’inizio del Giro – scrive L’Équipe – Tadej è stato viziato dagli organizzatori, che hanno aggiunto una salita ripida – il Bivio di San Vito, due volte – nella prima tappa, gli hanno offerto un arrivo in vetta a Oropa, tre settori delle Strade Bianche, una cronometro intorno a Perugia”.
Avere il nome di Pogačar nell’albo d’oro è un’occasione che il Giro non può lasciarsi scappare. Nei 25 anni seguiti alla doppietta di Pantani del 98, in Italia hanno vinto solo quattro corridori arrivati al primo posto pure al Tour: Alberto Contador [dopo la maglia gialla], Vincenzo Nibali [prima e dopo], Chris Froome [dopo], Egan Bernal [dopo].
Il feeling è ricambiato. Yohann Hautbois su L’Équipe ha dedicato un pezzo alla genesi della passione di Pogačar per l’Italia, lui che è nato a nord di Lubiana, a un’ora e mezza di macchina dal confine. Sua madre Marjeta, insegnante di francese, non sa spiegarselo, dice che «non ci siamo mai andati in vacanza. Credo che il suo amore sia nato dalle prime gare lì, dalle prime vittorie importanti poi».
L’Équipe ha ricostruito. La prima apparizione di Pogacar su un giornale risale al 2014, a un articolo apparso sulla Tribuna di Treviso in cui si raccontava di una kermesse su un circuito di Bosco di Orsago, dove la maglia rosa si piazzò seconda alle spalle del compagno di squadra della Radenska, Matej Mercun. Il suo nome cominciò a girare sul serio quando vinse il Giro della Lunigiana. Fu la vittoria di Luka Mezgec nella tappa del Giro tra Gemona e Trieste nel 2014 a ispirarlo. «Andò lì con il suo club giovanile» ricorda la madre. «Ebbe un impatto su di lui come su tanti altri, perché era uno dei primi successi di un corridore sloveno in questo sport».
Chi lo sa, forse dipende dal fatto che “quando conta Pogačar è solo” – come ha scritto Alessandra Giardini su Bicisport, “salita o sterrati che sia”
PERCHÉ SEMBRA NERVOSO
Tuttavia, Michele Pelacci su Al Vento fa notare che sullo sterrato di Toscana lo sloveno ha “flirtato col pensiero di perdere la maglia rosa. E invece gli è rimasta addosso, non per meriti suoi”. Così, dopo la tappa è salito sul palco delle premiazioni, ha lanciato i fiori al pubblico, ma i fiori non sono atterrati tra la folla. Si sono fantozzianamente “schiantati come una tortora contro il vetro, ricadendo tristemente al suolo. Anziché ridere della scena – un’occasione piuttosto facile farsi una risata auto-ironica – Pogačar ha fatto il gesto di mandare a quel paese i fiori e tutto quanto, e poi se n’è andato scocciato. Tutto un po’ strano, vero? Da una parte sembra consapevole di essere il più forte, e questo lo fa sentire bene perché senza la vittoria non sa stare; dall’altra non sembra divertirsi granché: che sia – ed è incredibile per uno che ha dimostrato il suo dominio – preoccupato?
È illeggibile, imperscrutabile, pur essendo un campione amatissimo e buonissimo di cui si conosce ormai ogni cosa. Provando a fargli domande, si prova un senso d’imbarazzata ed esitante timidezza: si teme che possa non rispondere, che possa blastarti, che usi solo un monosillabo. E probabilmente va benissimo così, non ci deve nulla, e anche trovare una domanda al giorno è un’impresa. Forse però la soluzione degli enigmi – sulla vera natura di Pogačar e sul vincitore del Giro – è più lontana del previsto”.
LE CITTA DEL GIRO
▛ KM 40 Perugia
Una crono nella città dove venne fondata una delle più antiche università d’Italia. La rivista Rouleur ha scritto che non c’è posto più adatto, allora, per questo esercizio contro il tempo nel quale si manifesta “un nuovo concetto di corsa in bicicletta, dove l’equipaggiamento e la tecnologia utilizzata dai ciclisti sembrano futuristici: la scienza continua ad avanzare nella ricerca infinita di un’aerodinamica sempre più efficiente. I risultati non sono sempre all’altezza della perfezione estetica, i tifosi si sono ritirati con orrore davanti al nuovo casco oversize presentato all’inizio di quest’anno, ma quei caschi consentono ai ciclisti di andare ancora più veloci”.
Questo tipo di approccio scientifico, dice Rouleur, è l’antitesi di un’altra eccellenza perugina, il jazz, a cui la città dedica uno dei festival più riusciti d’Europa, ogni anno a luglio. “Non c’è spazio per l’improvvisazione o l’espressione spontanea di sé, quando si pianifica una corsa a cronometro” fa notare la rivista.
Le poesie di Sandro Penna con una bicicletta
Il jazz sembra un territorio per solisti, come le crono. Ma è una scommessa, una sfida, il jazz è il posto dove i solisti devono saper stare insieme.
Si è soli come Pogačar sulle biciclette che appaiono nelle poesie di Sandro Penna, perugino.
In La veneta piazzetta, “antica e mesta, accoglie / odor di mare. E voli / di colombi. Ma resta / nella memoria – e incanta / di sé la luce – il volo / del giovane ciclista / vòlto all’amico: un soffio / melodico: “vai solo?””
In Stranezze, “la bicicletta tutta luce aspetta / l’arruffato fanciullo senza voce”, mentre in Una strana gioia di vivere “se passa una bellezza che va in fretta / non hai l’anima nera per non averla stretta. / Tu guardi al cielo verde nella prima sera. Passata è la Bellezza in bicicletta”.
E ancora in Poesie: “È pur dolce il ritrovarsi / per contrada sconosciuta. / Un ragazzo con la tuta / ora passa accanto a te. /Tu ne pensi alla sua vita / – a quel desco che l’aspetta. / E la stanca bicicletta / ch’egli posa accanto a sé. / Ma tu resti sulla strada / sconosciuta ed infinita. / Tu non chiedi alla tua vita / che restare ormai com’è”.