Rose rosse per te, Sir Ranieri

Per molti anni Claudio Ranieri è stato al posto giusto nel momento sbagliato. È stato l’allenatore del primo Napoli dopo Maradona, dalla prima Fiorentina in serie B dopo mezzo secolo, dell’ultimo Atlético Madrid materassaio, dell’ultimo Chelsea prima dei milioni di Abramovich, dell’unica Juventus neopromossa, della prima Roma con Totti dimezzato, della prima Inter del disimpegno di Moratti. Ma tutte queste belle avventure monche servivano a costruire la più gigantesca delle ricompense, servivano a farsi trovare nel posto sbagliato al momento giusto, Leicester, la più incredibile delle avventure calcistiche di questo inizio secolo. 

Claudio Ranieri aveva cominciato il suo cammino del pallone votandosi a un’apparente anti-ideologia. Teorizzava, e fu tra i primi, la necessità di avere quella che all’epoca chiamava una squadra camaleonte, adeguare la propria partita a chi ti sta di fronte, magari facendo giocar male l’avversario e approfittare dei suoi errori. È quello che fa chi sulla carta si sente inferiore. Anzi, è proprio quello che deve fare. Solo che detto così è una specie di reato. Si può finire sul rogo. 

Il percorso di Ranieri ha raccontato che non esiste un calcio eticamente superiore a un altro: tiki taca e catenaccio valgono uguale. «Se non pratichi il contropiede è perché sei stupido» disse una volta Mourinho al Times. Davanti al minimalismo di Ranieri si è dovuto piegare pure lui – che per un po’ sulla pelle e sull’età di questo gran signore aveva ironizzato. A Leicester per la prima volta, forse, Ranieri diede a una sua squadra una classifica superiore al valore oggettivo. Era appartenuto alla categoria dei tecnici-amministratori, capaci di non far rendere mai un gruppo al di sotto delle possibilità. A Leicester si è evoluto citando il passato. Ancelotti aveva vinto la Premier 2010 con il centrocampo a diamante e il «Chelsea sexy» dei 103 gol. Avrebbe perso il titolo l’anno dopo nonostante la miglior difesa. Il City di Mancini fu primo nel 2012 con il miglior attacco. Degli italiani rinnegati. Ranieri invece aveva sbancato l’Inghilterra con il 43% medio di possesso palla e il portiere figlio di Schmeichel che toccava più palloni del centravanti. 

Questo signore dalla carriera piena di curve è arrivato al traguardo in uno dei posti del cuore. Ha salvato il Cagliari e ha detto che può bastare così, lui figlio di Mario, macellaio a Testaccio. «Da giocatore ero uno qualunque, quindi da allenatore non ho avuto le porte aperte: sono partito dalla Calabria e sono arrivato qui. Un paio di volte mi hanno cacciato, altre due mi sono dimesso. All’Atletico Madrid, per esempio: la società era in esercizio controllato, la gestiva un giudice che un giorno mi disse: Ranieri, o vince o la caccio. Gli ho risposto: guardi, me ne vado io. Un giudice non può cacciare un allenatore».

 

A Malcom Pagani, che ha scritto anche un libro su di lui, una volta ha detto: «Non sono tra quelli che nella vita hanno percorso a tutta velocità corsie preferenziali. Sono partito dall’interregionale. Non sono cambiato di una virgola. Ma ho viaggiato. La valigia che ho riempito di voci, suoni e colori distanti dall’effimero bar dello sport italiano mi è servita. Ho allenato in Spagna e in Inghilterra, correndo l’azzardo di farmi dimenticare. Ma non sono un calcolatore e rifarei tutto quello che ho fatto. Amici, incontri, culture, musei, panorami. Quello che ho appreso evadendo dalla gabbia nazionale non ha prezzo». 

Beppe Di Corrado ha scritto di lui sul Foglio che quando lasciò il Chelsea per far spazio a Mourinho, la società non credeva di dover faticare tanto per farlo dimenticare alla gente. A settembre 2004, ha scritto il Mirror, è stata fatta circolare tra lo staff dei Blues una mail in cui si invitava a non menzionare in nessun contesto l’uscita dell’autobiografia di Ranieri, Proud Man Walking. Quasi contemporaneamente, il nome dell’ex tecnico è scomparso dal sito del club e da tutta la pubblicistica ufficiale. Secondo il tabloid i vertici dei Blues hanno invitato i propri giornalisti a citare il meno possibile il nome di Ranieri nei loro articoli, nelle trasmissioni di Chelsea Tv così come nei programmi radiofonici di radio station Big Blue. Quando gliel’hanno raccontato, Claudio s’è fatto una risata

 

| Marco Imarisio sul Corriere della sera di stamattina ricorda quando durante una intervista televisiva, gli avevano fatto una domanda cattiva. Il titolo della sua biografia potrebbe essere «Una vita da secondo»? Lui rispose che non ci vedeva nulla di insultante in quella definizione, l’importante è essere in pace con la propria coscienza e lasciare un buon ricordo di sé. È questo il segreto antico di Claudio Ranieri. La sua innata capacità di trasmettere la sensazione di avere di fronte un uomo che conosce i fondamentali, non solo quelli del calcio. Ma la parabola di una carriera quarantennale disegna anche il ritratto di un uomo divenuto monumento alla capacità di resistere.  È il modo in cui ci provi, come sei e come ti comporti, che rimane nella memoria. Anche più del Leicester.

| Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio considera che nel calcio ci stava ancora bene, da signore. In questi tempi da scienziati, uno come lui era la risposta di un calcio che non tramonta.  Per quello stile british sembra nato nei dintorni di Oxford, ma il cuore è quello di Testaccio. Ha giocato in un Catanzaro antico e i ragazzi di quel gruppo, le famiglie di quel gruppo, le ha sempre riunite attorno a sé”.

| Ancora sul Corriere della sera, Luca Valdiserri gli rende omaggio con un pezzo che analizza la sua carriera intera: C’è sempre un momento per farsi dare del «bollito» (parole sue) ma bisogna avere l’umiltà e l’intelligenza per capirlo prima. Ranieri ha allenato ovunque, ma in tre città potrà sempre entrare in un ristorante, mangiare e sentirsi dire che il pasto è offerto: Cagliari, Roma e Leicester. Roma è stata la squadra del cuore, prima sul campo da calciatore e poi in panchina da allenatore. Al suo nome è legata la straordinaria rimonta sull’Inter di Mourinho, che lo portò a sfiorare lo scudetto 2010. Prese la squadra a zero punti dopo due giornate e le dimissioni di Spalletti: per la statistica ha avuto una media punti più alta di quella di Mourinho. Il trionfo sfuggì all’Olimpico, contro la Samp allenata da Delneri. Una grande delusione ma anche un’emozione incredibile. Professionale ma umano, capace di creare un rapporto speciale con i campioni ma tenendo il bene della squadra sempre al primo posto, Ranieri si è fatto voler bene quasi dappertutto. Meno che al Chelsea, dove lo chiamavano «Tinkerman», cioè quello che ripara gli oggetti anche quando non ce n’è bisogno. La spocchia dei ricchi e degli arricchiti. La Londra «posh» non è Testaccio e nemmeno la spiaggia del Poetto. Per essere veri si deve pagare un prezzo. Ma sono soldi ben spesi.

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