Quando Mathieu van der Poel sente l’asfalto sotto le sue ruote, gli viene una specie di sociopatia. Deve andar via dalla pazza folla, deve scappare, fuggire, quasi sempre manca ancora molto al traguardo, ma lui sente quest’ansia, deve mettere metri fra sé e gli altri, qualche volta sono chilometri, nel ciclismo li misuriamo in secondi, con lui in molti casi son minuti.
Quando Mathieu van der Poel sente il fango e la sabbia sotto le sue ruote – come si dice – gli sale il crimine. Sente il profumo delle graffe fritte [a Roma si chiamano ciambelle], il profumo che coincide con l’ultimo tratto dell’infanzia e la prima stagione dell’adolescenza, più o meno quel momento in cui papà col camper lo accompagnava in giro per il ciclocross. Allora pedala e va.
Quando Mathieu van der Poel sentirà il brecciolino e aghi di pino sotto le ruote, dietro la collina sarà estate, sarà quasi casa, sarà Parigi, sarà l’ora di tentare l’assalto al titolo olimpico di mountain bike. Ma c’è tempo.
Ora il posto è Tabor, il centro della teologia hussita qualche secolo fa, in sostanza un posto di gente che ha detto i suoi no. Nei posti dove esiste l’ambizione di raccontare la storia, in genere li chiamiamo ribelli.
Comunque. Il posto è Tabor, dove Mathieu corre come diviso in due, da una parte l’ambizione di aggiungere la sesta corona di ciclocross alla sua collezione e portarsi a un solo titolo di distanza da Eric De Vlaeminck [qui ne scrive Bicisport], dall’altra la tentazione di farla finita, chiudere con questa storia della mezza stagione di qua e l’altra mezza di là, lasciare il ciclocross e andarsene come tutti in inverno su qualche altopiano, ad allenarsi forse in Spagna.
Il Mondiale di Tabor arriva in coda a una serie di 12 vittorie nelle 13 gare corse quest’inverno, durante le quali – come racconta L’Équipe – Mathieu ha mostrato “esplosività, potenza, agilità. L’olandese ha spesso lasciato andare i suoi avversari molto presto, prima di prendere il comando con un’accelerazione di cui conserva il segreto, una miscela di potenza e tecnica che lo rende il punto di riferimento della disciplina”.
L’unico che gli resiste – e per un po’ l’ha persino battuto – è Wout van Aert, ma in questo 2024 olimpico il belga ha saltato quasi del tutto la stagione di ciclocross, col pensiero – lui – della cronometro a Parigi. Si è sporcato braccia e faccia nove volte, in tre occasioni ha vinto, quattro volte secondo e una volta terzo.
Ha scritto Rachel Jary su Rouleur che pure senza van Aert il Belgio gioca il suo jolly. “Certo – ammette – è un po’ più difficile immaginare che la corsa sarà combattuta”, non si presenta neppure quel terzo incomodo che sulla carta rappresenta Tom Pidcock. Mathieu ha due gran compagni di nazionale in Joris Nieuwenhuis e Pim Ronhaar, eppure “il Belgio ha un sacco di talento tra le sue fila”. La punta è Eli Iserbyt, terzo ai Mondiali negli ultimi due anni, ma per un podio possono competere pure il campione europeo Michael Vanthourenhout e il giovane Thibau Nys, uno che ogni tanto tiene la ruota delle accelerazioni feroci di van der Poel. Rouleur menziona anche il britannico Cameron Mason.
La corsa femminile
Solo che stavolta l’alternativa allo spettacolo del van è lo spettacolo che promette una van, nella corsa femminile. “Dimenticate il mondo del ciclocross maschile” è l’invito di Shane Stokes su Velo. Dimenticatelo perché “il vero drama del fine settimana, la corsa dove avremo la suspense, dove i distacchi potrebbero ridursi a secondi, sarà quella femminile”.
Fem van Empel, pure lei olandese, parte favorita. Ha vinto 17 corse su 19. Ma secondo Velo i suoi Mondiali sono più difficili di quanto potrebbe sembrare. All’inizio della stagione staccava le avversraie con più naturalezza, “con un margine di un minuto o più. Sembrava impeccabile in bicicletta, sembrava correre contro sé stessa”. In tre delle sei corse più recenti è arrivata allo sprint con Ceylin Alvarado, Puck Pieterse e Blanka Vas. L’ultima di questo trio a Tabor non c’è. Dopo aver superato un infortunio alla clavicola, s’è presa l’influenza mentre la sua forma stava arrivando al picco. Senza Vas, le avversarie più credibili per van Empel saranno Lucinda Brand e Ceylin Alvarado. Brand si è rotta il naso a Zonhoven qualche settimana fa, ma chi ne sostiene che sia tornata in forma. Oh, poi qui siamo romantici e dunque aspettiamo la corsa Under-23 per vedere come se la passa Zoe Backstedt, particolarmente attesa su Slalom dalla mattina di Capodanno del 2023
CAMEI
Chi è il tipo che Mvdp spinge via
Encore seul au monde à Gavere, Mathieu van der Poel a dû éviter un concurrent… qui était en train de prendre une photo avec le public. Le retardataire a été doublé dès le 3e tour. #CXWorldCuppic.twitter.com/5uVGeBNF5l
— Le Gruppetto (@LeGruppetto) December 26, 2023
Quello che arriva come un forsennato, pesta i pedali, sorpassa e spinge – ovviamente – è Mathieu van der Poel. Ma l’altro? Chi è l’altro? L’altro è un tipo che le televisioni non inquadrano mai, mai fino a quel giorno, il giorno dopo Natale a Gavere, quando si è fermato al lato della strada, con la bici in spalla e ha accettato la richiesta di farsi un selfie con dei tifosi, senza rendersi conto di essere sulla traiettoria del razzo.
Si chiama Felipe Nystrom. È diventato popolare per quei due secondi e dedicò quattro ore del suo tempo a scegliere le parole giuste per scrivere una lettere di scuse a van der Poel. Pensò che avrebbe potuto ucciderlo. È il primo ciclista della Costa Rica a correre un Mondiale di ciclocross. Dice: «Per me un ultimo posto in Coppa del Mondo accanto ai più grandi, vale più di un primo posto in qualsiasi altra gara». A Capodanno ha messo sulla sua pagina Facebook una foto nella quale si sta pulendo da solo il telaio della bici, l’unica bici che possiede. Nystrom è il meccanico si sé stesso, fa pure l’attrezzista, il massaggiatore, il nutrizionista. L’Équipe gli ha dedicato un ritratto e aggiunge che fa pure l’autista, il mental coach e il contabile. Deve pagarsi di tasca sua i soggiorni invernali in Belgio. A Gavere, sempre là, il fango gli aveva danneggiato la catena. Il meccanico di un’altra squadra si è commosso e ci ha messo le mani.
Felipe Nystrom ha una storia di tossicodipendenza alle spalle e lunghe notti da homeless in strada. La risalita è cominciata quando a Portland gli hanno dato un lavoro da interprete dall’inglese allo spagnolo, in un centro ospedaliero universitario. «Alcol e droghe avevano preso il controllo della mia vita per undici-dodici anni, praticamente tutta la mia vita adulta. Solo più tardi ho capito che stavo cercando di anestetizzare il dolore per ciò che avevo vissuto da bambino: fino all’età di 8 anni avevo subito violenze sessuali dalla persona con cui viveva mia madre. Le mie dipendenze nascono da lì, dalla voglia di non sentire più nulla. Dopo l’ennesimo tentativo di suicidio, sono stato rianimato dai paramedici. Non dimenticherò mai la data: 27 settembre 2012. È il giorno in cui è iniziata la mia guarigione».
Nystrom dice di aver odiato la sua prima gara di ciclocross. «Troppo fango, pioggia, freddo. All’arrivo ero il più pulito perché avevo evitato tutte le pozzanghere». Ha un figlio diciassettenne. «Voglio dimostrargli che devi seguire i tuoi sogni e sognare in grande. Alcuni non si avvereranno, ma almeno non avrai rimpianti. All’inizio della mia riabilitazione, la priorità era ricostruire il nostro legame. Risparmiavo per andare a trovarlo in Costa Rica una o due volte l’anno. Gli ho comprato una PlayStation e me ne sono presa una anch’io, per giocare insieme online e comunicare. È stato uno strumento meraviglioso per superare la distanza. Il motivo per cui ho iniziato a iscrivermi alle gare è stato per dimostrargli che puoi sempre rialzarti, anche se tocchi il fondo».
RIMBALZI
Il 99esimo episodio di Rimbalzi, il podcast prodotto e realizzato con Chora Media, è dedicato all dualismo tra Wout van Aert e Mathieu van der Poel. | Su Spotify a questo link la serie completa | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme.