
Forse Artemio Altinori aveva più un nome da ciclista che da pugile. Poteva essere un gregario, in effetti, non quel vecchio arnese che si era dato alla ristorazione a Ladispoli, prima di finire nelle mani senza scrupoli del manager Enea Guarnacci. Un giorno quello arriva e prova a convincerlo a combattere ancora, un ultimo incontro, dai, deve solo lasciarsi cadere alla prima ripresa e ci guadagneranno tutti. È l’ultimo episodio dei Mostri e oggi sono sessant’anni dall’uscita al cinema, sessant’anni che Guarnacci convince Altinori, ma Altinori non va giù, perché un pugile ha un orgoglio, resta in piedi, incassa, prende così tante botte da finire il film sulla spiaggia, in carrozzina, finisce a giocare con Guarnacci e con un aquilone.
Al picco dell’ispirazione, la commedia all’italiana stava portando al cinema tutta l’oscenità di cui era capace Tognazzi e tutta la malinconia che Gassman nascondeva sotto la maschera del cialtrone. Le recensioni del tempo colsero al volo il meccanismo che Dino Risi aveva architettato. Il Corriere della sera parlò di “una piccola enciclopedia della cattiveria, dell’intolleranza, dell’ipocrisia e del cinismo: questo vuol essere, senza presunzione o partigianerie, e senza salire in cattedra, il film I mostri. Gareggiano, nella galleria di tipi e di tipacci Gassman e Tognazzi, qualche volta assieme, più spesso ognuno per suo conto. Gassman mette in vista la sua bravura istrionica in una sbellicante telefonata («la raccomandazione»), nel capitolo del «sacrificato» dove si libera con tartufesca abilità dell’amante per correre fra le braccia dell’altra ed appare perfino in abiti femminili, nel brano «la musa», che satireggia l’ambiente in cui nascono certi premi letterari. Tognazzi non gli è da meno; è il caso di mettere al suo attivo la figura del soldato che tenta di vendere al migliore offerente le memorie boccaccesche della sorella, una mondana uccisa il giorno prima; o quella dell’onorevole che soffoca con imperturbabile calma un grosso scandalo. Non tutto fila via con lo stesso ritmo sciolto e garbato; non manca qualche squilibrio di gusto e di tono (il brano del «testimone volontario», per esempio, e quello fin troppo facile dei latin lovers), ma è un film saporito e dispettoso che graffia spesso dove graffiare è giovevole. Ed i due attori dimostrano ancora una volta che il loro accoppiamento è perfettamente indovinato”.
La Stampa parlò di “Mostri come noi” e di “una scatola a sorpresa, calcolata a tempi strettissimi (qualche episodio dura meno d’un minuto). Chiamatelo novellino o quaderno di appunti o lanterna magica, come in qualche punto è veramente, semplice sommario, certo è che costituisce qualcosa di nuovo in un genere consunto, e guarisce, proprio con l’eccesso della dose, il fastidio dei film episodici”. Abbastanza profeticamente, la recensione si concludeva così: “Potrebbe servir da guida ai futuri paleontologi per risalire di colpo alla nostra èra”.
Quarant’anni più tardi, sul Corriere della sera, Franco Cordelli avrebbe scritto che “I mostri di Risi erano una visione”. Beniamino Placido su Repubblica si era chiesto: “Ci sono ancora i mostri, oggi? E dove stanno? Dove si nascondono? Come si fa a riconoscerli? Se dovessimo rifare I mostri oggi ha detto il regista Dino Risi dovremmo alzare il tiro; oggi ci sono i mostri internazionali”.
Placido quel giorno parlava di un Gassman che era stato ospite televisivo da Raffaella Carrà in Rai mentre Canale 5 mandava una replica del film. Di Artemio, scrisse Placido, del ventesimo e ultimo episodio de I mostri. “È forse – scriveva – l’episodio più famoso. C’è Gassman, un grande Gassman, nella parte del pugile suonato Artemio Artidori di Ladispoli. Che ha la faccia tosta di tornare sul ring per affrontare il ben più abile pugile veneto Bortignon: quello che mena. Che gliele suona di santa ragione. Ma il pugile Artemio-Gassman non cambia per questo il suo ritornello: So’ contento. Forse eravamo proprio così negli Anni ‘ 60. Istupiditi dal benessere dicevamo sì a qualsiasi cosa: So’ contento”.
Cinque anni prima, Gassman era stato un pugile anche per Monicelli. Er Pantera ne I Soliti ignoti era la parodia del pugile hollywoodiano, tutto indigenza, riscatto e gloria. Appare per la prima volta sullo schermo in accappatoio, si fascia le mani e mette i guantoni. La banda lo va a cercare perché accetti di farsi portare in prigione al posto di un altro per centomila lire. Lui rigetta il patto, come lo rigetterà Artemio. «Senti, leggiti i giornali domattina, a me, me trovate nella pagina sportiva, all’avversario mio negli annunzi mortuari», gli dice. Solo che Peppe va al tappeto dopo 10 secondi. Il solito sbruffone di Gassman, stavolta sottoproletario.
“Ne I soliti ignoti – ha scritto Graziano Tassi nell’articolo La nobile arte: il pugilato nel cinema italiano dal dopoguerra all’inizio degli anni 60 sul numero 23 della rivista Italies – la boxe serve innanzitutto alla costruzione di un ambiente sociale, quello della periferia romana tra piccola malavita e poveri disoccupati dal cuore d’oro. In seguito, oltre alla dimensione sociale ed ambientale, il pugilato contribuisce alla creazione del personaggio perdente e fallimentare, a mettere ancora più in risalto la sua inadeguatezza e la sua sfasatura. Peppe rappresenta il nuovo tipo di italiano medio-basso che si affaccia alle soglie del miracolo economico, che comincia ad avere smanie di grandezza ma che è fondamentalmente incapace di soddisfare. Non per niente, il film si chiude con il mancato pugile e il mancato ladro che, all’alba, dopo il colpo andato male, si lascia trascinare, suo malgrado, in un cantiere dove lo faranno lavorare”.
È buffo casomai che lo stesso Gassman abbia anticipato in Il teatro e il cinema di Vittorio Gassman [Giacomo Gambetti, Gremese editore] l’intuizione successiva di Alexis Philonenko sul tennis come aggiornamento della boxe.
«Lo sport – dice Gassman – è stato una stagione per me importante. Importante sul piano fisico, ma anche con dei riflessi, dei trasalimenti e delle analogie nel campo della mente e delle sensazioni. E questo ritorna, ritorna fatalmente. Infatti a me è sempre piaciuto in teatro faticare, sostituire col teatro lo sport. Io ho come buona parte dei timidi di natura, una forte aggressività. Tornando allo sport, io ho avuto una piccola carriera di cestista, ma giocavo malissimo a pallacanestro, non ho mai avuto una tecnica, non ho mai saputo capire veramente l’arabesco tecnico del gioco, il passaggio smarcante: avevo soltanto un tiro molto preciso e soprattutto avevo un’aggressività mostruosa, tant’è vero che il mio rimpianto, in termini di sport, è di non aver praticato uno sport che fosse quasi soltanto puro agonismo. Rimpiango per esempio di aver cominciato solo dopo i quarant’anni, cioè ormai monco per sempre, a praticare il tennis, che dopo il pugilato è considerato lo sport più duramente agonistico, perché è come mettersi di faccia uno all’altro e darsi un cazzotto per uno finché uno dice basta».
Forse I Mostri oggi si occuperebbe di un tennista, o una tennista, una tennista con suo padre, per esempio, forse, chi lo sa.
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