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▻ Il primo piede posato dal calcio sulla Luna: che cosa cambiò con Italia-Germania | Storie formidabili di portieri: Stere Adamache che fu il primo a essere sostituito per scelta tecnica e Gordon Banks con la sua parata del secolo | Letture e film: Le recensioni all’Indagine sul Cittadino di Elio Petri, al Conformista di Bernardo Bertolucci, a Gli Amori Difficili di Italo Calvino | Come si giocava a calcio nel 1970: Il Brasile dei cinque numeri 10 | Le cronache dell’epoca: La sconfitta in finale non è una Corea, scrisse Giovanni Arpino | Protagonisti: Gerd Müller e Rivellino
MESSICO 1970
Il primo piede posato dal calcio sulla Luna
Questa cosa di starsene la notte in piedi davanti alla tv, diciamo la verità, stava cominciando a prendere la mano. Undici mesi prima dei Mondiali di calcio giocati dall’altra parte della Terra, l’Italia era rimasta sveglia per quel tipo americano a spasso sulla Luna. Quando Neil Armstrong era rientrato sul pianeta, nel luglio del 1969, dopo l’ammaraggio aveva passato la dogana coi suoi compagni di avventura e avevano dovuto rispondere a una serie di domande assai comuni, molto poco storiche: da dove venite? che cosa avete nella valigia? avete malattie infettive? Sul documento, i burocrati annotarono con ammirevole scrupolo e un certo rispetto per la verità che la località di partenza dei viaggiatori era The Moon. Punto d’arrivo: Honolulu. Nel bagaglio, secondo quanto trascrissero, c’erano rocce e polvere. «Qualcuno si è unito o ha lasciato il vostro gruppo?», chiesero. La risposta, con una buona dose di sollievo, fu: «No». Più incertezza gli astronauti conservarono su eventuali malattie. «Da verificare», dissero, e se ne andarono per tre settimane in quarantena.
Solo 44 giorni prima della palla al centro per la partita d’apertura tra Messico e URSS allo stadio Azteca, furono di nuovo milioni e milioni a mettersi nelle stesse poltrone e negli stessi divani, con ancora più angoscia e apprensione, per gli uomini che invece sulla Luna non erano riusciti a metter piede, e dalla Luna quasi non riuscivano a tornare. Quelli dell’Apollo 13 furono il secondo grande romanzo popolare dell’uomo che viaggiava nello spazio, la seconda epopea televisiva via satellite. Quando tutto finì, Dino Buzzati sul Corriere della sera scrisse una memorabile pagina di introspezione universale.
| “Ora che gli operatori e i fotografi si apprestano alle immagini più gioiose e patetiche, i gesti, i saluti le risate dei piloti redivivi, le facce barbute e disfatte, l’abbraccio del Presidente. dieci volte più abbraccio che per i primi visitatori della Luna, il pianto delle mogli, il sorriso delle mogli, la felicità delle mogli, dei genitori, dei figli.
Ora che scienziati e tecnici si apprestano a studiare ciò che è tornato giù dal cosmo per capire cosa diavolo è successo da causare tanti guai, e gli specialisti della «smorfia» distillano terne e quaterne infallibili dall’odissea dell’«Odissea», e i virtuosi della cabala riprendono in esame la potenza, negativa o positiva, dei numeri 13 e 17, tanto spesso intervenuti nel folle volo.
Ora che una calma consolatrice si è ristabilita nelle redazioni, negli studi televisivi e nelle stazioni radiofoniche, i titoli dei giornali già accennano a ridursi di lunghezza e di spessore. Ora che la paura retrospettiva aggiunge una squisita droga alla contentezza per lo scampato pericolo. Ora che tutto dovrebbe essere sollievo, letizia, entusiasmo per la terrificante prova così bravamente superata.
Ecco che invece si prova un sentimento malinconico ed amaro, un po’ come quando una cosa bellissima è passata e sappiamo che non si potrà ripetere mai più, come quando si esce dalla struggente tensione di una tragedia per riprendere, con una sorta di vergogna, la piatta vita normale di tutti i giorni, come quando è appena passato Natale e si avverte che la sua cara illusione è miseramente finita. Perché ora ci si accorge che dalle ore 3.15 di martedì scorso il mondo e non intendo fare un paradosso ha vissuto, nonostante le strette dell’orrore, dell’incertezza e dell’orgasmo, giornate meravigliose. Per merito, o per colpa?, di un incidente imprevedibile, per virtù di tre uomini intrepidi, di un esercito di sapienti, di un complesso di macchine prodigiose, il mondo ha fatto una esperienza nuovissimo, dal punto di vista psicologico, quale mai si era potuto offrire nel corso della storia: come se la minuscola navicella sospesa nel gelido vuoto del cosmo avesse sparso su di noi tutti una invisibile pioggia di bontà”.
Le faccende del pallone parevano minuscole. Era un inganno. Alla fine dell’estate, avremmo scoperto che pure il calcio italiano aveva messo il suo piede sulla Luna, la notte di Italia-Germania.
finzioni | Sette trame alternative per Italia-Germania
Slalom 14 giugno 2020
Fu la partita che portò l’interesse in un nuovo mondo. Per la prima volta la gente usciva in strada a festeggiare la vittoria di una squadra di calcio, a sei mesi di distanza dalla strage di Piazza Fontana. Si aprì così l’età della supremazia del calcio su ogni altro sport, su ogni altro spettacolo popolare, su ogni altro passatempo della nazione. La media spettatori della serie A avrebbe sfondato per la prima volta le 30mila presenze di media a partita. Nel giro del decennio avrebbe raggiunto le 34mila. Gli italiani sono disposti a spendere molto più di prima per andare allo stadio. Il prezzo medio dei biglietti aumenterà dalle 1.600 lire del 1970 alle 4.300 del 1979.
Nascono i primi gruppi ultras nelle curve. L’Italia si sta ammalando di pallone. Per vedere
la partita non c’è ancora un luogo diverso dallo stadio: i giovani con minori disponibilità economiche, aspettano che si aprano i cancelli all’uscita, per intrufolarsi all’interno e assistere ai soli 10 o 15 minuti finali, quando parte della folla si sta avviando in anticipo verso casa per evitare gli ingorghi del traffico.
La potenza emotiva del calcio straripa e non è più un’esclusiva dello stadio. La Rai, ancora in regime di monopolio, intuisce che può trasformare il calcio in quello che oggi chiameremmo un contenuto. Diventa un fenomeno di massa l’ascolto delle cronache alla radio dei secondi tempi delle partite con la trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, un rito che modifica le abitudini delle famiglie e che spinge pure gli spettatori da stadio a portarsi dietro un apparecchio a transistor. In televisione gli aggiornamenti dei risultati cominceranno ad arrivare in diretta, in sovrimpressione sui programmi di varietà della domenica, con una strisciolina in basso sullo schermo. Per vedere i gol si devono attendere le cinque e quarantacinque della sera, con un nuovo programma che si chiama Novantesimo Minuto – il via è fissato nel settembre del 1970.
| Racconta Mario Sconcerti nel libro Il calcio dei ricchi [Baldini+Castoldi, si compra qui]: “Si vedeva, la domenica alle sei e quarantacinque del pomeriggio, solo il secondo tempo di una partita, quando tutti sapevano già i risultati. E ognuno era già campanilisticamente orgoglioso che alla Rai facessero vedere la sua squadra una volta ogni tanto. Di quell’orgoglio vivevamo. Per vedere il calcio bisognava andare allo stadio. E si dipendeva dalle cronache di pochi giornalisti. Erano loro la scienza. La raccontavano in molti modi, con pochi o tanti aggettivi, ma nessuno poteva contraddirli, non sulla vastità tecnica della partita, sul suo sviluppo. A loro andavano aggiunte quelle poche decine di migliaia di persone che non avevano nessuna possibilità di discussione o confronto ma erano comunque andate allo stadio. Poche migliaia su cinquanta milioni di italiani. Questo portava divertimento, ma non conoscenza. Si era vinto, si era perso, si tornava a casa contenti o infelici, ma non si era aggiunto niente alla consapevolezza di quel che si era visto. La partita era una specie di cerimonia sentimentale. Non è un caso che il grande slogan della Stock, l’azienda triestina che sponsorizzava il calcio alla radio, per decenni abbia spinto tutto proprio su questo sentimento lineare diventando alla fine un proverbio. La squadra del tuo cuore ha vinto? Brinda con Stock. Ha perso? Consolati con Stock. Il calcio non era che questo: un brindisi dell’anima. Un gioco il cui svolgimento e risultato erano molto meno importanti di come quel gioco e quel risultato fossero arrivati. Non c’era nessuna coscienza tecnica”.
La rivista Il Monello lancia l’inserto Io proprio io su misura per adolescenti, con biografie e interviste a cantanti, attrici, attori, soprattutto: calciatori. Le figurine Panini dicono addio alla colla e diventano adesive, sono più pratiche e più moderne. Nasce una sorta di proto-marketing del calcio per l’infanzia con una collezione di bambole Effe Franca che riproduce i principali calciatori italiani: ci sono Mazzola, Chinaglia, Anastasi. Vanno in commercio diari e quaderni scolastici ispirati alle squadre più seguite. Si giocherà a calcio anche senza il pallone. Arrivano il Subbuteo, il Giocagoal, Il gioco dello scudetto [da tavolo].
Un calciatore dell’epoca non è un Superman. Non ancora. Ma sono quelli gli anni in cui stanno cambiando le conoscenze mediche e tecnologiche applicate allo sport. L’introduzione dei ritiri – lunghi, in altura, d’estate, per prepararsi al campionato, e quelli in albergo alla vigilia delle partite – modifica il concetto di atleta. Cominciano le limitazioni alle sigarette e agli alcolici. Vengono introdotti i menù fissi che i calciatori sono invitati a seguire dal mercoledì in avanti, lasciando libertà nell’alimentazione per i due giorni successivi alla partita.
Tra morale cattolica e famiglie tradizionali, il vero tormento è il sesso, una fobia che il calcio non riesce più a vincere. È considerato un pericolo. Meglio che sia pacifico, non straordinario. Le società spingono affinché i calciatori si sposino in fretta e abbiano presto dei figli, intorno ai 22-23 anni, meglio se con la storica fidanzatina del paese.
Tutto succede dopo quel Quattro a Tre, la semifinale del Mondiale di calcio giocato dall’umanità di ritorno dalla Luna.
Solo che poi venne la finale, e 11 mesi dopo la discesa di Neil Armstrong, Pelé si arrampicò di nuovo. La Luna era Burgnich e – niente – andò così.
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Eppure si trattava di un Pelé decadente. I trent’anni di un calciatore nel 1970 erano la soglia del tramonto. Il suo vero Mondiale glorioso era uno, quello vissuto da minorenne nel 1958. Il successivo lo aveva trascorso da infortunato a guardare la sua riserva Amarildo entrare e diventare capocannoniere – a testimonianza della gigantesca squadra che c’era intorno. Il 1966 era stato il torneo dello scorno patito nel faccia a faccia con Eusébio.
La spedizione in Messico era invece cominciata così come la raccontava a fine maggio Paolo Bugialli, inviato del Corriere della sera:
“Mille partite giocate nella sua squadra di club, cento nella rappresentativa nazionale (la centesima, un’amichevole, proprio qui nel Messico l’altro giorno), mille gol, dodici anni di trionfi mondiali, miliardi da parte. Forse, Pelé, ha cominciato a venire a noia anche a se stesso. Pure gli onori, a lungo andare, stancano.
È il calciatore più ammirato che sia mai esistito, e continua ad essere il più popolare. O rey, il re. E qualcosa di più: il faraone di un paese misero, il talismano di un popolo depresso, il dio di cento milioni di persone che, dal presidente all’ultimo mendicante, considerano il gioco del calcio una religione. Ha esaltato la sua gente con i miracoli e l’ha mortificata quando i miracoli non è riuscito a farli. È un idolo, e come un idolo è stato trattato: nella buona e nella cattiva sorte. Dopo la sconfitta del Brasile ai campionati mondiali d’Inghilterra, la sua casa fu sorvegliata dalla polizia, perché pareva volessero picchiarlo. Fra poco avrà trent’anni. Ha già detto che fra due anni smetterà di giocare. È sul punto di diventare una vecchia gloria, personaggio malinconico come tutte le vecchie glorie. Entrerà nella leggenda dello sport, il suo nome resterà scritto nei libri del calcio mondiale, e resterà scritto nella storia patria del Brasile. Ma ingrasserà, il suo passo di ballerina si farà pesante, il suo sguardo appannato. E sarebbe bello, il giorno in cui accadrà, dimenticare che è stato Pelé.
Il suo mito, esteriormente, è ancora intatto, gli autografi più ricercati sono i suoi, la gente attende lunghe ore all’angolo di una strada per vederlo. I pronostici seguitano a considerarlo il principale punto di forza della squadra brasiliana; all’albergo, cambia stanza ogni notte: perché nessuno sappia esattamente dov’è, da quando è corsa voce di un complotto per rapirlo.
Ma, se il mito resta, gli anni passano: fra poco, s’è detto, saranno trenta. E la carriera pesa: ottanta partite all’anno, soltanto una ventina di giorni di vacanza sotto Natale. È sempre il faraone. Ma intanto qualche giornale del suo paese ha scritto che non ha più lo scatto di un tempo, e sarebbe stato meglio se fosse venuto in Messico, anziché come giocatore, come uomo di pubbliche relazioni: per distribuire autografi, fotografie, per farsi intervistare. Le sorti della squadra brasiliana, dicono molti, continuano a dipendere da lui: ma intanto il precedente commissario tecnico del Brasile, Saldanha, voleva lasciarlo fuori squadra, dicendo che è diventato un po’ miope per il bestiale sfruttamento cui è stato sottoposto. Questo tecnico, soltanto per aver espresso l’idea di lasciare a casa Pelé, è stato quasi accusato di deicidio, e ha perso il posto. Pelé non soltanto è Pelé. È anche negro, e negri in Brasile ce ne sono tanti. E vivono in condizioni miserabile. E i militari al governo hanno bisogno di tenerli buoni. Il gioco del calcio, in Brasile, è anche uno strumento politico: insieme al carnevale, serve al regime per coprire di fumo una quantità di magagne. Perciò Pelé è nel Messico, e, adesso che il campionato deve cominciare, è ancora una stella. Può darsi che, attingendo alla sua classe miracolosa, possa esserlo anche quando il campionato sarà finito. Ma, per la prima volta da quando Pelé è Pelé, ciò non è garantito. Resterà la favola. La favola del lustrascarpe che, diventato miliardario, appena può non si mette le scarpe, ma usa pantofole di corda, perché non si debbono lustrare, e le spazzole, la cera, riportano ai giorni cupi. La favola di un negretto che, come dice Saldanha, (il tecnico defenestrato perché voleva giubilarlo), è un re, ma non ha mai avuto la possibilità di essere un ragazzo”.
Il contesto
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di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
“A Praga moriva Jiří Trnka, maestro del cinema delle marionette, e a Londra moriva Bertrand Russell dopo quasi un secolo di vita molto attiva. A venti anni di età, il poeta Rugama cadeva a Managua combattendo da solo contro un battaglione del dittatore di Somoza. Il mondo perdeva la sua musica: si disintegravano i Beatles per overdose di successo, mentre per overdose di droga se ne andavano il chitarrista Jimi Hendrix e la cantante Janis Joplin.
Un ciclone radeva al suolo il Pakistan e un terremoto cancellava quindici città delle Ande peruviane. A Washington nessuno più credeva alla guerra del Vietnam ma la guerra continuava. Secondo il Pentagono i morti erano un milione, mentre i generali americani fuggivano in avanti invadendo la Cambogia. Allende iniziava la sua campagna per la presidenza del Cile, dopo tre sconfitte, e prometteva di dare latte a tutti i bambini e di nazionalizzare le miniere di rame. Fonti ben informate di Miami annunciavano l’imminente caduta di Fidel Castro che sarebbe stato «spodestato» nel giro di poche ore. Cominciava il primo sciopero nella storia del Vaticano, a Roma incrociavano le braccia i funzionari del Santo Padre mentre in Messico muovevano le gambe i giocatori del nono Campionato del Mondo di Calcio.
Parteciparono nove squadre europee, cinque americane, Israele e Marocco. Nella partita inaugurale l’arbitro alzò per la prima volta un cartellino giallo. Il cartellino giallo che indicava l’ammonizione e il cartellino rosso che indicava l’espulsione non furono le uniche novità del Mondiale del Messico. Il regolamento autorizzò la sostituzione di due giocatori nel corso di ogni partita. Fino ad allora solo il portiere poteva essere sostituito in caso di infortunio e non risultava molto difficile ridurre a forza di calci il numero dei giocatori avversari.
Immagini della Coppa 1970: la figura di Beckenbauer, con un braccio legato, che si batte fino all’ultimo minuto. Il fervore di Tostão, appena operato a un occhio, che sopporta a piè fermo tutte le partite. I voli di Pelé al suo ultimo mondiale. «Siamo saltati insieme», raccontò Burgnich, il difensore italiano che lo marcava, «ma quando io sono tornato a terra ho visto che Pelé si manteneva sospeso in aria».
Quattro campioni del mondo, Brasile, Italia, Germania e Uruguay, disputarono le semifinali. La Germania occupò il terzo posto, l’Uruguay il quarto. In finale il Brasile schiacciò l’Italia per 4-1. La stampa inglese commentò: «Dovrebbe essere proibito un calcio così bello». L’ultimo gol merita di essere ricordato in piedi: la palla passò per tutto il Brasile, la toccarono in undici e alla fine Pelé la mise su un piatto d’argento, senza guardare, per il tiro di Carlos Alberto che arrivava in corsa. La Torpedine Müller della Germania capeggiò la classifica dei marcatori con dieci reti, seguito dal brasiliano Jairzinho con sette.
Campione invitto per la terza volta, al Brasile toccò la proprietà della Coppa Rimet. Alla fine del 1983 la Coppa fu rubata e venduta dopo essere stata ridotta a quasi due chili di oro puro. Una copia occupa il suo posto nella bacheca”.
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L’annuncio alla nazione | “Avanza Nené. Ha davanti a sé Fara, lo supera agevolmente in velocità. Parte il cross ma Fara riesce bravamente a contrastarlo e a mettere la palla in calcio d’angolo. Ormai il pubblico è pronto per la invasione pacifica del terreno. Una circostanza del resto largamente prevista. Mentre De Robbio fischia in questo istante la fine. Il Cagliari è campione d’Italia” – voce di sandro ciotti Tutto il calcio minuto per minuto, 12 aprile 1970, ore 16 e 17
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Storie formidabili di portieri
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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente.
Stere Adamache, il primo sostituito senza infortunio
E insomma ci rimasi male, molto male, avevo messo sei compagni in barriera e Pelé aveva fatto gol proprio da quella parte. Rivelino prese la rincorsa e io pensai che nelle partite precedenti le punizioni le aveva calciate tutte lui. Pelé gli aveva lasciato il pallone anche un attimo prima, ma l’arbitro volle che il tiro fosse ripetuto. Stavolta successe che Rivelino allargò le gambe nel passare sulla palla – una finta – dietro c’era Pelé che partiva, tirò lui e fece gol. A me, il portiere della Romania, con il numero 21 dietro la maglia.
Mi chinai nella rete, presi la palla e tenendola in mano rimasi a fissare quelli del Brasile che si abbracciavano e quelli con l’altra maglia che fissavano me. Colpa mia? Ah, questa sarebbe colpa mia? Se voi barriera aveste rispettato la distanza, la punizione non sarebbe stata ripetuta. Ecco. Pelé aveva calciato di potenza, sfruttando il buco che due suoi compagni avevano creato nel nostro muro abbassandosi all’ultimo istante. Una cosa assurda. E quelli avevano pure la faccia tosta di prendersela con me. Magari sarebbe colpa mia pure il secondo gol di Jairzinho, no? Voi fate scappare Paulo Cesar a sinistra, voi gli fate fare quel che vuole, lui mette la palla in mezzo, Jairzinho ci arriva e sarebbe colpa mia? Due a zero in 21 minuti. Ventuno, come la mia maglia.
Cosa pensassero i miei compagni e cosa pensassi io, contava assai meno delle convinzioni di Angelo Niculescu, il nostro Ct ai Mondiali. Si alza dalla panchina e mi fa un cenno con la mano. Vieni qui, vieni qui Stere, vieni che sei nel panico, adesso tocca a Necula.
A Necula Raducanu avevo tolto il posto da titolare poco prima di partire per il Messico. Le gerarchie, all’improvviso, cambiavano di nuovo. È così che sono diventato il primo portiere nella storia della Coppa del mondo a essere sostituito dal mio vice in panchina, il primo a uscire dal campo, e non per un infortunio. Scelta tecnica. Ai Mondiali erano arrivate le sostituzioni. Con Inghilterra e Cecoslovacchia, le partite precedenti nel girone, non avevo giocato male: una sconfitta per 1-0 e una vittoria per 2-1. Ma vennero quei 21 minuti col Brasile. Dissero che ero andato in confusione. La mia carriera in Nazionale è finita lì. Mi hanno chiamato una volta sola, qualche anno dopo.Una volta e basta.
Sono nato a Galati, la città del porto dove sbarca il conte Dracula nella sua fuga verso la Transilvania. Lì ero diventato un piccolo eroe come portiere della squadra giovanile che aveva vinto il campionato prima di essere sciolta. Una decisione presa dal governo, così funzionava allora nel calcio rumeno. Ci sparpagliarono. Chi va di qua, chi va di là. Io finii a Brasov, per qualche anno chiamata Orasul Stalin. Andai a giocare con la Bandiera Rossa. Non proprio una squadra invincibile. Finimmo pure in serie B. Anche quella volta avevo ascoltato la stessa tesi. Era stata colpa mia. Tutti con il dito puntato contro di me. L’accusa era un’altra: bohemian life. La dolce vita. Eravamo tornati in serie A giusto in tempo per essere chiamato in Nazionale e andare a quella Coppa del mondo del ’70. Ero felice. E invece successe quella cosa del panico.
È un altro il giorno che preferisco ricordare. Quello di Craiova-Brasov, nel campionato del 73. Il Craiova doveva batterci con tre gol di scarto per vincere il titolo. Ehi Barone, mi fanno prima della partita, Barone tu ci perdonerai: oggi ce ne bastano tre, a tre ci fermiamo, okay? Mi chiamavano il Barone Nero perché i portieri ai miei tempi non si vestivano ancora di giallo, di verde, di rosso – e perché tra i pali mi muovevo con eleganza. A noi del Brasov quel giorno mancavano cinque giocatori titolari. Barone, tu non metterci troppo la mano, promesso che a tre ci fermiamo. Questo era il patto. Solo che il patto io non lo firmai. Ci sono giorni in cui l’orgoglio è più grande della vita che ti è toccata. Mi ricordai del Messico, della finta di Rivelino, del tiro di Pelé, e di Paulo Cesar, e di Jairzinho, e di Niculescu, e di Raducanu. Nessuno avrebbe più dovuto accusarmi. Fece i miracoli, quel giorno, il Barone. Parai anche col gomito. Il Craiova di gol ne fece solo uno, il campionato lo vinse la Dinamo Bucarest.
Avevo trentasette anni, avevo smesso di giocare da uno, quando acompagnai mia moglie in gita sul Danubio. In barca. Eravamo tornati insieme dopo un periodo in cui non facevamo che litigare. Le avevo portato dei fiori per farle una sorpresa. Avevo raccolto un mazzetto di non-ti-scordar-di-me. Glielo diedi, le diedi anche un bacio e le dissi che avrei fatto un tuffo. Libero. Senza pensieri. Io e lei di nuovo insieme. Che grande nuotatore ero. Mia moglie posò il mazzolino di fiori a poppa e si voltò verso l’acqua con l’aria felice che hanno le donne quando sono innamorate. Si sporse e mi vide con un braccio alzato, il gesto che noi portieri facciamo quando piazziamo la barriera. Pensò che la stessi salutando, o forse che stessi scherzando. Fino a quando il braccio non si vide più, e allora capì che non scherzavo e nemmeno salutavo. Ma era tardi. Scivolai sul fondo del Danubio e me ne andai. Chi disse per un infarto, chi un attacco di panico.
Gordon Banks e la parata del secolo
Jairzinho scappò a destra. Veloce. Andò via a due dei nostri e vide che nel frattempo Pelé stava prendendo posto al centro dell’area. La palla fece un volo fino alla testa di O Rei. Una questione di mezzo secondo. Pelé staccò allo stesso modo con cui in finale avrebbe punito l’Italia, ma schiacciò a terra, con violenza. La palla picchiò dentro l’area piccola e schizzò verso la porta. Il fatto vero successe lì. In porta. Dov’ero io, il portiere dei campioni del mondo in carica. L’Inghilterra.
La sfida col Brasile, quel giorno del ’70 a Guadalajara, era stata chiamata la sfida fra titani. Lo sapete come sono i giornalisti, esagerano. Dissero titani perché in campo c’erano i vincitori delle ultime tre coppe del mondo. Brasile ’58, Brasile ’62, Inghilterra ’66. Di me raccontavano che avessi un sorriso uguale a una smorfia. Tipo Clark Gable, ma senza baffetti. Ero scattante, acrobatico, bravo in uscita. Con me l’Inghilterra era rimasta senza sconfitte per 23 partite consecutive e senza prendere gol per 7. Senza offesa, avercelo oggi in Inghilterra, un Banks.
Ho sempre pensato che i portieri da bambini si dividono in due categorie. Quelli che in porta ci vanno perché lo decidono gli altri e quelli che ci vanno perché lo vogliono loro. Io non lo so perché ci andavo. So che quel giorno a Guadalajara, la palla picchiò dentro l’area piccola e schizzò verso di me. Ero tutto spostato sul palo di sinistra, non potevo scartare l’idea che Jairzinho puntasse verso la porta, ma si defilò. In area c’era liberissimo Tostao, lo avevamo lasciato solo. Se Jairzinho gliela avesse passata, non avrei potuto farci nulla. Invece mise in mezzo una palla lunga. Allora feci due saltelli e mezzo laterali, verso destra, e mi lanciai. Presa. Non so come. Non so perché. Se Cruyff è l’autore del gol impossibile, io sono il portiere della parata impossibile. Pelé rimase come una statua. La chiamano ancora oggi la parata del secolo. Ne andai fiero non tanto per il complimento in sé, quanto perché ero cresciuto con l’idea che i portieri inglesi fossero i migliori del mondo, e io volevo essere all’altezza della loro fama. Sam Hardy, Harry Hibbs. Quei due giganti lì.
Ho un solo rimpianto. Non esultai. Forse dovevo. Rimasi a terra, seduto accanto al palo, con la testa bassa. Nelle foto sembro uno sconfitto. Ero esausto e se devo dirla tutta non sapevo neppure dove fosse finita la palla. Non mi ero accorto di aver evitato il gol. Avevo sentito Pelé gridare e poi il boato della folla. Non capii nulla fino alle pacche delle spalle dei compagni. Fu allora che mi voltai e vidi il pallone sui cartelloni pubblicitari, non dentro la rete. Il boato era per me. Cooper mi passò una mano tra i capelli. Pelé disse: Ti odio. Bobby Moore mi fece ridere: Stai diventando vecchio Banksy, mi fece, un tempo l’avresti bloccata.
Passammo il girone nonostante la sconfitta contro il Brasile, nel secondo tempo ci fece gol Jairzinho. Ma uscimmo ai quarti di finale contro la Germania. Quella partita non la giocai. Non potevo. La sera prima mi fece a pezzi una pessima bottiglia di birra. Germania avanti, e pensateci. Senza quella birra, non ci sarebbe mai stato il 4-3 con l’Italia.
Letture e film
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L’Indagine sul Cittadino di Elio Petri
di leo pestelli, La Stampa, 4 marzo 1970
“Uscito dalle confuse squisitezze di Un tranquillo posto di campagna, Elio Petri è tornato a quella tematica civile che gli aveva ispirato le prove più vigorose; e in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (sceneggiatura sua e di Ugo Pirro) somministra una lezione, temperata ed equanime nel fondo, e perciò utile alla stessa sinistra cui Petri appartiene, sul giusto rapporto tra Democrazia e Legge. Non serve dire che la vicenda del film è visibilmente ipotetica, calcata, paradossale: perché ciò era nell’intenzione del regista, il quale ha voluto rinfrescarci alcune verità fondamentali (in parte desunte dalla cronaca recente), dando loro la forma estremistica dell’apologo. Ma perché la parola lezione richiama la noia, affrettiamoci a soggiungere che lo spettatore il quale non cogliesse (o non cogliesse tutti) i veleni dell’argomento esposto da Petri, si troverebbe pur sempre davanti un giallo d’irrecusabile presa, governato da una trovata che ha l’infallibilità del ragno al centro della rete. Lo stesso giorno che da capo della sezione omicidi è promosso, con suo sommo giubilo, capo della sezione politica, il questurino protagonista, dotto’ per antonomasia, ha ucciso la sua amante Augusta, una «squillo» che lo aveva amato e odiato, venerato e vilipeso in quanto «poliziotto», e poliziotto della specie più lucida e graveolente. Nella perversione di costei, che caletta con quella dell’amante, ora violento ora pecorone, sempre disposto a seguirla nelle esigenze di un’oscenità macabra, è da leggere l’allegoria della cittadinanza che voluttuosamente trema sotto la mano dell’uomo della legge.
… Il pregio di almeno quattro quinti del film è che, pur essendo la vicenda, come abbiamo detto, paradigmatica e quindi trattata per eccesso, non ne segue alcuna rigidezza, e che lo spirito di dimostrazione se ne sta sepolto sotto le felici invenzioni (anche figurative, a distanze brevi e allucinanti) di un polposo realismo. Se mai il film cede un po’, a nostro avviso, nell’ultimissimo tratto, quando quello stile realistico si ritira e ne sottentra un altro di tipo allegorico-kafkiano, al quale è dato incarico di tirare ideologicamente le somme. Allora i personaggi, dianzi vivi, si scorporano a emblemi, e nel dialogo, già così azzeccato, s’insinua qualche timbro falso. Ma quantunque cadano in mal punto, tali nei non compromettono la saldezza artistica del lavoro, che ha fra i suoi punti di forza l’interpretazione a tutto tondo di Gian Maria Volontè, splendida per tutto quello che fa e dice (una continuata ipotiposi del questurino abbietto), e anche per la fonetica calibrata a capello, e prima ancora per l’acustica, tenuta in toni sbraitanti, viscerali, putrefatti. Quanti ci gonfiamo il petto non appena ci sia dato nelle mani un filo di autorità, specchiamoci in questo laido mostro in agguato dietro le cantonate di qualsivoglia specie di assolutismo. In quanto a Florinda Bolkan, l’artigliante Augusta rievocata per flash-backs. non era sbagliato il pronostico che faceva di lei un’attrice sicura”.
Gli amori difficili di Italo Calvino
di enzo siciliano, La Stampa, 23 settembre 1970
“Ormai vive a Parigi, i giornali francesi gli hanno dedicato gli omaggi che merita: schivo e silenzioso, Italo Calvino sembra aver dato un addio senza rimpianti alla vita letteraria italiana. … Fu invenzione sua quel Cosimo Piovasco di Rondò che, per evitare un piatto di lumache, il 15 giugno del 1787, piantò in asso la famiglia a tavola e se ne fuggì tra le foglie degli alberi. Non è detto che quella fuga non sia un’astuzia. Ma è un’astuzia che nel caso del Barone rampante si tinse di irresistibile poeticità. Cosimo Piovasco se ne scappò tra gli alberi perché (è un’ipotesi) il suo autore ne aveva fin sugli occhi dell’anchilosante schematismo neorealistico. A chi opacamente insisteva sul richiamo della dura realtà, Calvino volle mostrare che il sogno e il puro trasalire delle immagini sono veicolo di altrettanto irrinunciabile vero. Ora, potè provare una parallela insofferenza per gli apodittici ultimatum dell’avanguardia formalista del Sessantatre, ma comunque parallela non gli riuscì la soluzione fantastica di essa nelle gesta dell’enigmatico e querulo Qfwfq, il protagonista di gran parte de Le cosmicomiche e di Ti con zero.
… Gli amori difficili raccontano appunto quali siano gli stratagemmi di chi presume che non v’è altra strada di vincere la vita se non negandosi di viverla. Oggi Calvino ha accantonato tutto ciò; o quanto meno ha voluto replicarlo contro gli sfondi terrorizzanti dei cicli senza luce. Eppure vi sono attimi in cui questo cielo, con la sua luminosità diffusa anche se ammorbante, pare ancora tormentarlo. Allora nel lettore s’insinua un sentimento di attesa, e Le cosmicomiche e Ti con zero diventano indizi di un segnare il passo verso un altro scatto, verso un’insospettata maturità, e non un melanconico vicolo cieco”.
Il conformista di Bernardo Bertolucci
di giovanni grazzini, Corriere della sera, 3 luglio 1970
“Il film ha qualche stridore, perché non raggiunge una perfetta fusione fra i toni satirici e quelli tragici, ma nel suo insieme è opera intelligente, lucidamente giocata tra figure e paesaggi decadenti, che riassumono il marcio della coscienza in una recitazione isterica (fra gli interpreti più efficaci ricordiamo Trintignant, la Sandrelli e Dominique Sanda), in un’atmosfera scenografica di spesso allucinante irrealtà, in una nausea costante per le psicosi portate al trionfo dal fascismo quotidiano”.
Come si giocava a calcio nel 1970
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I cinque dieci, e mica soltanto loro
di paolo condò, La storia del calcio in 50 ritratti [Centauria 2019 – si compra qui]
“È opinione largamente condivisa che la squadra più forte della storia sia stato il Brasile del Mondiale ’70. Lo ricordiamo come la Seleçao dei cinque numeri 10, perché nei rispettivi club ciascuno di loro indossava la maglia magica (Jairzinho al Botafogo, Gerson al San Paolo, Tostao al Cruzeiro, Pelé al Santos e Rivelino al Corinthians), ma è una sintesi che trascura altre eccellenze. Il portiere Felix per esempio, uno dei migliori numeri uno nel Paese meno adatto a ricoprire quel ruolo; il regista Clodoaldo, l’uomo in grado di far muovere in armonia i cinque satanassi lì davanti; o ancora il terzino destro Carlos Alberto, saggio capitano – anzi, “Capita” come lo chiamavano – di una squadra nella quale il concerto degli ego poteva essere, come fu, un samba celestiale, ma anche un’accozzaglia di note in conflitto.
C’è qualcosa di simbolico nel fatto che sia proprio lui a firmare il gol più bello di quella formazione infinita, l’ultimo della coppa Rimet visto che è il 4-1 della finale con l’Italia, e al termine della premiazione il Brasile si portò via la coppa avendone vinte tre edizioni. Anni dopo la Fifa l’avrebbe inserita all’ottavo posto nella classifica delle reti mondiali di migliore fattura, ma le meraviglie che la precedono sono prodezze individuali, da Maradona ’86 a Pelé ’58. Il gol di Carlos Alberto è invece un prodigio collettivo, con otto brasiliani a toccare il pallone prima della saetta del terzino, che nei filmati d’epoca compare soltanto negli ultimi frame, in vigoroso inserimento mentre i compagni preparano con un lungo palleggio l’attacco sul lato debole. Non poteva esserci un memento più nobile del fatto che il calcio ci diverte con i numeri dei campioni ma resta innanzitutto il più musicale dei giochi di squadra. Carlos Alberto non si esaurisce con quel gol magnifico perché Pelé lo pretende al suo fianco sia al Santos che poi ai Cosmos, nella crepuscolare carriera americana. Avrà poi una discreta traiettoria da allenatore, ma per tutti resterà sempre il Capita”.
Vittorio Notarnicola, Corriere d’Informazione, 4 giugno 1970: “A centro del campo in fase di attacco i brasiliani formavano una specie di treno a tre vagoni: vagone di testa Tostão; subito dopo Pelé; alle spalle di Pelé il formidabile Gerson. Manovra perfetta in verticale assoluta. Gerson toglieva la palla agli avversari, la dava a Pelé, Pelé faceva il vuoto, sparava lungo in avanti verso Tostão e Tostão purtroppo sbagliava”
I protagonisti
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Gerd Müller
C’è una piccola targa di vetro sul muro della casa in Bergerstrasse 4, nel mezzo del centro storico di Nördlingen, un borgo medievale tirato su in Baviera poco prima del Mille all’interno di un cratere vecchio di quindici milioni di anni, la conseguenza della caduta di un meteorite. C’è scritto: qui è nato Gerd Müller.
C’è sempre stato qualcosa di ultraterreno, in questo paesino che si incontra sulla Strada Romantica, tra il parco nazionale dell’Altmühltal e verso il confine con il Baden-Württemberg. A Nördlingen vennero gli astronauti dell’Apollo 16 in preparazione. Di ritorno dalla missione portarono un pezzo di roccia lunare alla città. Tra le strade di Nördlingen è stata girata la scena finale di Willy Wonka e sul suo modello è stata ricostruita la città in cui si svolge il manga L’attacco dei giganti.
Innaturale è stato Gerd Müller, un meteorite
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Rivellino
Gigi Riva raccontò in una intervista nel 2006: “Ho sempre ammirato Rivellino, sapeva fare tutto: il mediano, la mezzala, l’attaccante. Tirava in porta delle botte spaventose da trenta metri. È tra i più grandi giocatori di tutti i tempi”. Maradona confessò: “Davanti a Pelé mi tolgo il cappello, ma se in campo ci sono insieme Pelé e Rivellino, io guardo Rivellino. Perché è elegante, perché è ribelle, perché è mancino”.
In modo simile Beckenbauer ha dichiarato: “Ero andato a vedere Pelé, mi rimase negli occhi Rivellino”
La finale
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Il secondo posto non è una Corea
di giovanni arpino, La Stampa, 24 giugno 1970
“Da quarantotto ore, troppi titoli appaiono carichi di veleno meditato e furbesco, troppe mani, che fino a pochi giorni fa (cioè alla vigilia di Italia-Germania) erano prontissime a sfoderare il fazzoletto, a tergere lacrime tra grida di «l’avevo sempre detto», oggi impugnano sacri revolver e sparano a zero. Tutti sono diventati Buffalo Bill e John Wayne e battono le strade del villaggio per stendere a terra il bandito cattivo. Che colpa è, in Italia, arrivare secondi in una competizione sportiva! O questa deve risolversi in una disfatta da commentare in tono drammatico, o deve raggiungere le vette epiche del trionfo, non importa se astutamente rubacchiato, non importa se a scorno di ogni logico ragionamento e di ogni obbiettiva considerazione del valore altrui. E poi c’è Rivera. Abbiamo un nuovo Garibaldi. Chi tocca Rivera è un uomo morto. Sono uno dei pochi — credo — che ha cercato di giudicare la necessità di Rivera in campo durante la avventura messicana, senza lasciarsi prendere da affetti critici morbosi. Quanto sta succedendo attorno, pro e contro Rivera, porta i segni di un delirio che ricerca giustificazione storica, che tenta di rimuovere un nodo di veleni dettati dentro dai nostri tipici complessi di comportamento. È difficile dire, oggi come oggi, se il delitto di non schierare Rivera contro i brasiliani sia un peccato veniale o meriti una condanna recisa. Esistono cento prove a sostegno e a sfavore delle opposte tesi, e inoltre esistono i brasiliani avversari, «signori del calcio» come non mai. Certo avete mancato di furberia (di tutta quella furberia di cui siete accusati, lei, Mandelli e Valcareggi) non schierando Rivera per almeno un tempo. Cosa avrebbero fatto i critici e i più fanatici tra i tifosi, oggi? Su quali specchi si sarebbero arrampicati? I tifosi sono in parte compatibili. Essi vogliono specchiarsi nei giocatori, vogliono ritenerli i fratelli perfetti, privi dei vizi e delle debolezze che stringono da vicino il carattere italiano. Se un giocatore non può essere visto come un’immagine mitica, ma denuncia sfasature caratteriali comuni a tutti noi, eccolo immediatamente messo alla gogna, fischiato. I tifosi sono giudici inesorabili, anzi truci angeli custodi. Se appena scoprono un giocatore che balla, per esempio, a mezzanotte, sia pure durante le vacanze estive, immediatamente telefonano a un giornale, scrivono lettere al club, per denunciare la fallacità e il turpe ozio dell’idolo, che in ogni caso deve essere puro, casto, vincitore, incontaminabile”.
La formazione ideale della Gazzetta: Mazurkiewicz [Uruguay] – Carlos Alberto [Brasile], Clodoaldo [Brasile], Piazza [Brasile], Beckenbauer [Germania], Facchetti [Italia] – Jairzinho [Brasile], Gerson [Brasile], Muller [Germania], Pelé [Brasile], Rivelino [Brasile]
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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