13 luglio 1982
#45 Mundial
paesaggi
Cosa resterà di questo Mundial [a parte lo scopone]
La Coppa del mondo è in Italia. È arrivata dalla Spagna a bordo dell’aereo presidenziale di Sandro Pertini, che durante il viaggio ha giocato a scopone scientifico con Bearzot, Zoff e Causio. Il paese è attraversato dall’incredulità per un risultato impossibile da pronosticare e una sensazione di gioia onnipotente, forse mai vissuta prima. Un sentimento che la politica cavalca e che il mondo delle lettere indaga, mentre a conclusione di quest’avventura non ci resta che domandare: cosa lascia al nostro calcio questo trionfo di Bearzot e quale eredità consegna al giornalismo, alla società italiana, il Mundial del silenzio stampa e della rinascita di Pablito.
Non c’è verso di sapere il risultato della partita a carte dopo la partita di pallone. Si sa che ha vinto di nuovo Bearzot, in coppia con Causio, contro quella figura che Gianni Mura su Repubblica definiva l’altro giorno Pertoff, Pertini più Zoff, una specie di leggendario totem da bestiario medievale partorito da questa irripetibile estate 82.
Il Tempo accenna al fatto che l’ala destra e il Ct hanno dilagato dopo il 14 pari. Alcuni stamattina scrivono per colpa di Zoff. L’aereo ha toccato la pista di Ciampino alle 12 e 48. I giornali hanno questa passione per prendere i dettagli dei minuti con precisione. Così veniamo a sapere da Fabio Monti sul Corriere della sera che i portelloni si sono aperti alle 12 e 53 – per quello che Settimelli su L’Unità definisce allora “un abbraccio immenso, corale, pazzo, irrefrenabile. Un urlo solo, un boato, un incredibile sventolio di bandiere grandi come lenzuoli, i nomi dei giocatori scanditi da migliaia di bocche, sotto la canicola”.
Giuseppe Smorto su Repubblica racconta che “scende Pertini, salutato da una grande ovazione, poi Bearzot, Causio, tutti si passano la coppa di mano in mano, gli ultimi sono Conti e Rossi. Tutti vogliono toccarli, anche i militari di Ciampino si dimenticano di fare il servizio d’ordine per andare ad abbracciarli”. Per raggiungere il pullman, gli eroi del Bernabéu impiegano da tre minuti (il Tempo) ai 20 (Repubblica): qui è saltato il controllo dell’orologio. Il Corriere dello sport dice che un maresciallo di polizia ha cercato di baciare Conti, la Stampa racconta che gli ha fatto cascare la coppa di mano, “si sente un tonfo, ma essa fortunatamente si è fermata sulle scarpe”.
Se fossimo dentro il telefilm Attenti a quei due, vedremmo in un altro rettangolo quanto accade intanto nel Salone dei Corazzieri al Quirinale, delimitato da un cordoncino, pieno di giornalisti del mondo del pallone vestiti di scuro, telecamere, “una bambina di sette anni con gli occhiali – racconta Vittorio Sermonti per L’Unità – inghiottiva e gridava Forza Italia!; inghiottiva e chiedeva in un sussurro a uno stempiato papà: Che è, l’Italia?”. Lo scoprirai da grande, gli ha risposto l’uomo.
Alle 13 e 42 i due rettangoli si uniscono ed eccoli: Zoff, Rossi, gli altri. Per ultimo entra Antognoni, anzi no, l’ultimissimo è Conti. Vestono “camicia azzurra e giacchetta di bordatino. Sono stremati, sparuti, quasi spauriti, quasi inferociti (verosimilmente dall’emozione)” (sono sempre parole di Vittorio Sermonti).
Il presidente è dentro nel giro di sette minuti. Altre foto di gruppo. I fotografi chiedono a Pertini di prendere la Coppa, ma lui – no – dice che l’hanno vinta loro. Foto, foto, foto.
«E adesso andiamo a mangiare», la chiude il presidente.
All’esterno, “fra obelisco e portone, si stipa il popolo in canottiera. Tamburelli, clacson, e tricolori. L’afa imperversa. Invocazioni sgranate e senza ritmo. Qualche fischio. Il balcone non accenna a dischiudersi. Un ragazzino nudo, issato sulle spalle di qualcuno, grida improvvisando buonsenso: «Se non cantate, non escono». Fratelli d’Italia. Un po’ è ridicolo, ma un po’ è anche strano quest’elmo di Scipio cantato a squarciagola da generazioni di ragazzi educate alla rabbia dell’autocommiserazione. Ora sono lì che si vantano di un’Italia che ha vinto. «Che bello», dice un vecchio che sembrava distratto: «pareva che per vincere non c’era che il fascismo. Un cazzo. Questo vuol dire che possiamo vincere pure in democrazia, pure con il presidente ex-muratore all’estero. Non sarà tutto, ma è una cosa. Vedi tutte ‘ste bandiere, e ti scappa detto: ma saranno scemi? Invece no. Sai che ti dico?». E mormora: «Viva l’Italia, ti dico»”.
Qui ci sta bene – fermando un attimo il racconto – una riflessione di Giulio Nascimbeni sul Corriere della sera, dove stamattina scrive di avere l’età per ricordare le domeniche degli altri due titoli mondiali vinti dall’Italia nel ’34 e nel ’38.
“Anche allora la tribù del calcio era numerosa. Ma per quanto io scavi in quelle remote giornate dell’infanzia sento soltanto la voce di Nicolò Carosio e qualche urlo. Le radio erano poche, e la passione era affidata all’immaginazione: c’era una voce che raccontava, e dai toni, dalle raucedini, dalle enfasi di quella voce nascevano stadi lontani, spuntavano maglie invisibili. Il mondiale aveva la stessa distanza delle leggende, era un’epica tramandata attraverso le parole: un aggettivo, un verbo (pensate a tiro folgorante, a folgorare la rete) concedevano spazio per il sogno. Un tuono poteva sprigionarsi dal collo del piede d’un giocatore, e la rete folgorata lasciava credere a stimmate di fuoco, a pali bruciacchiati. Domenica non è stato così. Lo stadio spagnolo non era un prato immaginario. La gente era dentro la realtà, la viveva, nulla le sfuggiva dell’attesa e dello spasimo, del dubbio e della gioia. C’erano teleschermi giganti nelle piazze e nei cinema. Ogni casa è diventata un frammento di Madrid con gli stessi colori, gli stessi suoni, lo stesso calore. Penso che tanta parte dell’esplosione collettiva si spieghi con questa partecipazione, con questo vedere direttamente il fatto. La traiettoria d’un tiro non è più come la coda arcana d’una stella cadente: il tiro è quella palla che rimbalza maledettamente sull’erba e se ne va a lato, o si perde alta verso le tribune, o scavalca la linea bianca”.
Sono le 14 e 25 quando “il popolo comincia a sciamare” e la comitiva azzurra si trasferisce dal Quirinale a Palazzo Chigi. Questa è una sorpresa. Non era annunciata, ma Giovanni Spadolini non se la voleva perdere. Sono giorni che si vanta di aver portato fortuna alla Nazionale e nei giorni scorsi i quotidiani non hanno nascosto il fatto che la Nazionale ha inconsapevolmente ricambiato. Nel giorno della tripletta di Rossi al Brasile, il suo governo ha approfittato dell’euforia post partita per evitare la crisi dentro la maggioranza, Dc e Psi si sono saldati, e la tenuta poi si vedrà, poi capiremo se l’abolizione dei patti sulla scala mobile anche nelle aziende pubbliche, farà cadere l’esecutivo o no.
La Stampa scrive che si sono italianamente imbucati pure i parenti del personale in servizio al Palazzo.
«Mi è caro rievocare quel che vissi il 1° giugno», attacca il capo del governo, «se voi vincerete il mondiale, la memoria storica del 1982 per gli italiani sarà molto più legata ai vostri nomi che ai nomi del Governo Spadolini. Così è stato. Dovremo rassegnarci a questa realtà, e lo facciamo volentieri».
Poi ha preso Bearzot sotto braccio e gli ha detto: «Lei è come me». Luca Argentieri sul Corriere dello sport ci fa sapere che il Ct annuisce e mormora: «Ho tanto bisogno di dormire, davvero tanto». Ma Spadolini è un laico. Se fosse democristiano scenderebbe al compromesso. Invece incalza il Ct. «La vostra vicenda sportiva – riprende – è iscritta nell’arco temporale di questo governo e collegata idealmente ad esso, ed è una vicenda esemplare per dire a tutti gli italiani che nessuna difficoltà è insuperabile con la volontà, la compattezza, la fantasia».
Mai che fossero solo due i termini, in un’offensiva retorica. Né due né quattro. Tre. La volontà, la compattezza, la fantasia. «Bearzot come Spadolini», continua a ripetere con la coppa del mondo fra le mani, sotto i flash dei fotografi. Repubblica scrive che gli ha consegnato una copia del libro di Abba su Garibaldi. «Un’edizione che ho fatto curare io – chiarisce – ce l’ho per tutti quanti i giocatori, l’ho scelta apposta per voi. Stia qui vicino a me, abbiamo tante cose in comune», ripete per non correre il rischio di sembrare laconico. La Gazzetta dice che ha firmato pure degli autografi. Spadolini, non Bearzot. «Io vi ho portato fortuna – ripete – spero che adesso la portiate a me», “ma i giocatori – sottolinea La Stampa – a questo punto sono davvero troppo stanchi per ascoltare e replicare”.
Si torna in hotel. Dove la Nazionale si scioglierà. Dopo l’appuntamento ufficiale con i giornalisti.
La conferenza stampa di Bearzot
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Povero Bearzot, desidera solo riposare. Dice che per due mesi non lo vedremo. Se ne starà per conto suo. Non si farà vedere, non si farà trovare. Soltanto ai primi di settembre, con le partite di Coppa Italia, tornerà negli stadi. A fine mese è fissata la prima amichevole da campioni del mondo contro la Svizzera. Il congedo dalla squadra è venuto ieri sera a Villa Pamphili, dove ha tenuto anche l’ultima conferenza stampa di questa incredibile avventura.
«Ringrazio chi mi è sempre stato vicino, ringrazio i giornali che hanno cercato di capire il mio lavoro, pur non mancando al dovere di critica. Io tollero tutto, capisco tutto, ma non la malafede. Del resto, è anche bello essere in pochi a godere pienamente di momenti come questo, di un campionato del mondo vinto con le mani pulite, senza aiuti, con le sole nostre forze. Si è vinto il Mundial con giocatori fatti in casa, senza gli oriundi. I ragazzi hanno sopportato tutto, le fatiche e i cambi. Non sono un conservatore, e Bergomi lo dimostra. Non ho dei figli prediletti e dei figliastri».
➣ Chi sarebbe rimasto in panchina se Antognoni fosse guarito?
«Non lo dico e non lo saprete mai così non potere andare a telefonare a qualcuno e fargli la spiata».
➣ Chi giocherà ancora ai prossimi mondiali?
«Quelli che non avranno compiuto i 40 anni. Io ora ho bisogno di riposarmi. In Spagna ho dormito poco».
➣ Per quali motivi?
«Per il clima torrido ma anche per la tensione: un campionato del mondo è stressante non soltanto per i giocatori che ad ogni partita hanno perso diversi chili, ma anche per chi sta in panchina. Basta commettere un piccolo errore di valutazione per vedere compromesso un risultato».
➣ Quando ha iniziato a credere che gli azzurri avrebbero fatto molta strada?
«Contro l’Argentina. È stata quella la partita chiave. Fino a quel momento la squadra, pur riuscendo a creare numerose occasioni da rete, non era riuscita a segnare i gol decisivi. Contro i campioni del mondo in carica, giocando in maniera molto intelligente, evitando di cadere nelle varie trappole disseminate dagli argentini, riuscimmo non soltanto a segnare due reti una più bella dell’altra, ma anche ad acquisire quella fiducia indispensabile per proseguire l’avventura spagnola nelle migliori condizioni di spirito».
➣ Perché non esalta in modo particolare la bella prova di Paolo Rossi?
«Ho sempre creduto nella rinascita di Rossi. Il giocatore dopo i due anni di esilio, aveva solamente bisogno di trovare la forma e la convinzione. Nelle prime tre partite accusò dei colpi a vuoto ma poi, una volta entrato nel meccanismo, Rossi ha confermato di essere un campione di razza».
➣ Perché dopo averlo tolto nella partita contro il Perù lo fece rigiocare contro il Camerun?
«In quel momento aveva speso troppo. Non è che avesse combinato molto sul piano della organizzazione, ma aveva speso molte energie. Solo che io avevo puntato su di lui. Sapevo che prima o poi avrebbe dovuto riemergere, avrebbe potuto dare un grosso contributo alla nazionale. Contro il Perù si trattò di una crisi di rigetto, dovuta alla gran mole di lavoro svolto in poco tempo. Aveva giocato soltanto le ultime tre partite del campionato»
➣ La conquista della Coppa del Mondo avrà delle ripercussioni positive sul campionato? Le squadre di club imiteranno il gioco degli azzurri?
«Non è facile giocare come la Nazionale. I club hanno altri interessi: vincere lo scudetto o salvarsi dalla retrocessione. Per giocare come la mia squadra occorrono anche gli uomini adatti. Non tutti possono vantare 15-16 giocatori come la Nazionale.
➣ Dopo l’esperienza spagnola pensa che il marcamento “a uomo” sia ancora il migliore?
«In Italia 15 squadre su 16 praticano questo tipo di marcamento. Però sono anni che vado dicendo in giro che per non essere eliminati alla svelta dalle competizioni internazionali occorre saper giocare anche a zona. La mia squadra ideale dovrebbe saper giocare nelle due maniere».
➣ Gli azzurri ci sono riusciti?
«In alcune partite abbiamo fatto anche la difesa a zona. Comunque anche le squadre che da sempre giocano a zona marcano ad uomo gli uomini più pericolosi».
➣ Gli azzurri sono stati dieci giorni in ritiro ad Alassio. In occasione dei campionati d’Europa pensa che per mettere a punto la squadra le occorrerebbe maggiore tempo?
«Se prendessi come esempio l’Argentina e il Brasile, i cui responsabili tecnici hanno avuto a disposizione i giocatori tre mesi prima del Mundial, direi di sì. Soltanto che noi abbiamo un campionato che prevede 30 partite, che porta via tanto tempo. Quindi, anziché vedersi ogni quindici giorni a Coverciano per una partitella preferirei un lasso dì tempo maggiore. Si potrebbero affinare meglio le armi».
➣ Si sente appagato come uomo, dopo questo meraviglioso risultato?
«Mai. Ora aumentano le responsabilità. Guai se un uomo si sentisse appagato. Dopo un successo vuole subito raggiungere un nuovo traguardo».
➣ È vero che non le è stato rinnovato il contratto?
«Questa tesi è stata sostenuta da certa stampa. In realtà il mio contratto è stato rinnovato dal presidente Sordillo qualche mese fa, prima ancora che la squadra dovesse affrontare il campionato del mondo».
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LA FAIDA NEL GIORNALISMO SPORTIVO
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È davvero stremato, Bearzot. Ha accusato un leggero malore con abbassamento della pressione, tanto che – scrive la Gazzetta – ha dovuto rinunciare a partecipare alla trasmissione della Rai, Mixer. Non l’ha neanche visto: ha preferito dormire. Invitati da Gianni Minà, con i presidenti Sordillo e Carraro, il ministro Signorello, il dottor Vecchiet, ci sono Tardelli e Rossi che rompono finalmente il silenzio stampa. Rossi: «È stata soprattutto una grande prova di volontà. Ma non ho voluto prendermi nessuna rivincita. Gli avversari più antipatici? Mah, forse i giornalisti».
Tardelli: «Ho iniziato il Mondiale in condizioni fisiche tutt’altro che perfette. Poi, piano piano, la forma è venuta. Se Bearzot mi ha sempre fatto giocare, vuol dire che si fida di me».
Mixer ha poi mostrato un sondaggio di maggio, incredibile – oggi – dal quale risultava che c’era parecchia fiducia nella Nazionale tra gli intervistati. Così, Sordillo ha finito per chiamare i giornalisti «dubbiosi esibizionisti» e il ministro Signorello ammette che la vittoria al Mundial ha salvato il governo. Roberto Renga su Paese Sera sottolinea con molta irritazione i sorrisi di Gianni Minà, “centrando la testa di una categoria alla quale, in teoria, dovrebbe appartenere”.
Ma la categoria, sempre che sia sano ragionare in questi termini, è spaccata. Il Mundial è una ferita aperta, chissà quando si chiuderà. Bruno Perucca su la Stampa scrive che “questi Mondiali hanno insegnato a molti come il calcio sia un fenomeno concreto, che non merita polemiche costruite, indiscrezioni gonfiate, titoli prefabbricati sul nulla. Gli azzurri hanno dato una lezione di calcio e di stile, dentro e fuori dagli stadi. Molte facce corrucciate, l’altra notte al «Bernabeu», in tribuna stampa, e non erano solo di colleghi tedeschi. C’è chi è venuto qui con il fucile puntato sul «club Italia», aspettando il crollo, ed è storia vecchia. Se c’è qualcosa da ricucire e da rivedere dopo questo Mundial è nel costume giornalistico, più che nella Nazionale e nel modo con il quale Bearzot la porta avanti”.
A Bearzot invia una lettera aperta dal nuovo numero del Guerin Sportivo il direttore Italo Cucci, fiero di aver sempre difeso il Ct dagli attacchi altrui. E dunque stamattina contrattacca.
“Caro Enzo – gli dice – mi sono allontanato da tutto e da tutti, ho lasciato fuori, nelle avenidas madrilene infuocate, la gioia dei nostri connazionali, mi sono nascosto nel silenzio per indirizzarti queste poche righe che vogliono essere innanzitutto il mio grazie di cuore per la stupenda avventura che mi hai fatto vivere e insieme il seguito di tante parole, di tanti pensieri che ci siamo scambiati in altri tempi quando dopo una breve intensa battaglia diventammo amici. Vedi Enzo, ci tengo a questo ricordo, a sottolineare quei giorni del ’76 in cui militavamo su sponde sportive diverse; ci tengo a rammentare quella notte di Budapest, prima del Mundial d’Argentina, in cui ci incontrammo da uomini, non da addetti ai lavori, e da uomini riuscimmo a spiegarci, a capirci eppoi a volerci bene. Ci tengo a sottolineare quel prima perché odio poter essere creduto – magari solo per ignoranza o per banale associazione di fatti e persone uno di quelli del dopo”.
Fu un’intervista realizzata da Darwin Pastorin, a riconciliarli.
“Sai, caro Enzo – continua Cucci – che del calcio mi interessano più gli aspetti umani che non le vicende tecniche: è un mio limite, ma stavolta è stata la mia fortuna, perché non ho più avuto dubbi sulla capacità vincente della tua truppa felice dal momento in cui ho capito che stavi per portare in Spagna non solo dei calciatori, ma degli uomini, ai quali avevi innanzitutto insegnato a comportarsi onestamente, a volersi bene, a non dividersi in clan ma anzi a far muro tutti insieme contro tutti: gli avversari del campo e quelli di ogni giorno, i nemici leali e quelli infidi che andavano man mano stringendo d’assedio il Club Italia. Ho sofferto con te, Enzo, e come te mi sono ribellato, quando tanti cialtroni han preso a coprirti d’insulti che nulla avevano a che vedere con la tua funzione di tecnico ma arrivavano dritti all’uomo, con una perfidia di cui oggi tanti dovrebbero vergognarsi. E invece, ora che vorrei dar libero sfogo all’iperbole, all’elogio sperticato, a tutte le parole più grandi e più belle destinate a rallegrare un amico e un’amicizia, sento dentro di me una rabbia sorda per le nuove offese che ti rivolgono coloro che, dopo averti tacciato di incapacità, d’incompetenza, di perditempo (anche questo hanno detto, lo ricordi? che lavoravi troppo poco per quel che guadagnavi!), di debolezza, di doppiezza, di soggezione al Palazzo, addirittura di avere smarrito il senno, oggi con facce di bronzo degne di essere esposte come i guerrieri di Riace – ti esaltano, ti stringono la mano, ti paragonano ai Grandi d’Italia, s’inginocchiano servili ai tuoi piedi forse già sapendo di arrecarti un’ulteriore offesa, ma proprio per questo pregustando l’occasione di una rivincita non lontana. Tutto questo avviene, caro Enzo, con la complicità inconscia di una folla meravigliosa, che quando ha potuto ragionare con la propria testa ha ritrovato l’antico amore per la Nazionale; tutto questo avviene nascondendo le vergogne dietro quella gente e dietro montagne di giornali, dietro tirature record che sembrano voler spazzare via con rabbia, per non farsi cogliere in castagna, le poche copie finite nelle collezioni, negli archivi, a testimonianza perenne di una indecorosa campagna montata contro di te fino al linciaggio. Per parte mia e con la tua approvazione chiedo un’amnistia per tutti i giornalisti pentiti, celebri o scribacchini, feroci o punzecchianti, divertenti o insopportabili, letterati o analfabeti, modesti o vanagloriosi; chiedo che siano perdonati tutti quei criticonzi che, pur cercando di celarsi nei fiumi della retorica d’occasione o nelle celebrazioni di un successo che hanno subito, hanno già pagato nel momento in cui i loro lettori li hanno colti in flagrante mendacio o in ritirata, dopo la più clamorosa Caporetto della stampa sportiva italiana. Solo così, con un ritorno alla serenità totale, con il rilancio di una opportunità di critica seria e competente, la Nazionale di Spagna avrà giovato totalmente al recupero del calcio italiano”.
All’invettiva di Cucci si associa lo scrittore Ferdinando Camon, premio Strega quattro anni fa con Un altare per la madre, dicendosi su il Giorno scandalizzato per i continui e clamorosi errori di valutazione, ma soprattutto “offeso dalla trivialità di moltissimi che oggi si associano all’osanna universale, come quella mosca che si era posata sul corno di un bue che tirava l’aratro, e alla compagna che passava di lì e domandava: «Che fai?», «Non vedi?»- rispondeva – «Ariamo»”.
Un altro dei premi Strega al seguito di questo Mundial, Manlio Cancogni, sul Giornale ripercorre i tristi giorni del girone e racconta di “un mese fa, mentre si bivaccava in Galizia. L’unico a essere tranquillo e fiducioso – riconosce – in tutta la comitiva accampata fra Pontevedra e Vigo era Mario Soldati. Si divertiva talmente che tutto gli pareva andasse a meraviglia. Aveva avuto un lungo colloquio con Bearzot e ne era tornato entusiasta, stupito che gli altri, i competenti, ne parlassero con ironia e scetticismo. «Ma la Polonia chiedeva sollevando il viso dal piatto (mangiava enormemente) – ma la Polonia non è una buona squadra?». E alla risposta affermativa, «allora – replicava – vi par tanto male averci pareggiato?». Nella sua incompetenza – affila la penna Cancogni – aveva ragione. Altre squadre avevano fatto peggio di noi e faticato più di noi a passare il turno. Gli pareva strano e quasi sacrilego non aver fiducia. È proprio vero che spesso la maggiore conoscenza acceca. Nel nostro schematico e colto scetticismo non ci accorgevamo di esagerare. In pratica non sapevamo nulla”.
Ed è interessante, qui, sottolineare come Cancogni si accluda al gruppo dei giornalisti sportivi, perché “non pretende affatto di dissociarsi”.
Anche Gaio Fratini, epigrammista per lo stesso Guerino, sottolinea il “linguaggio arrogante, volgare, terroristico di alcuni inviati. Il loro sguardo jettatorio, la parodistica aria da killer che andavano assumendo, il protagonismo becero di cui avevano fatto più volte sfoggio hanno dato finalmente la carica ai nostri” e aggiunge alle definizioni: “roditori da spogliatoio” e “sciacalli da sottopassaggio”.
Giovanni Arpino sul Giornale se la prende con “i ben noti maîtres à pisser, che non hanno fatto critica o cronaca ma solo esercitato una sorta di cannibalismo scritto e urlato per anni e infine, a raffica, negli ultimi mesi, dopo aver dato a Bearzot del minus habens, della bestia, del testone, del paranoico”.
Ancora dal Guerino, Gualtiero Zanetti non rivendica per sé il pronostico esatto che espresse il 2 maggio, giorno del ritorno in campo di Paolo Rossi. Scrisse cioè che bisognava attendersi un calo dopo l’entusiasmo per il gol all’Udinese e poi una ripresa della condizione, non prima di 40-50 giorni. Sottolinea invece di aver sbagliato i pronostici al 70 per cento ma “mi accorgo – ironizza – che gli altri li hanno indovinati interamente. Bravi, ma ditemi, dove l’avete scritto e a quale TV l’avete detto. È vero che in TV sono solo parole, ma esistono le registrazioni. La fiera delle vanità delle trasmissioni post-Mondiale è stata riprovevole”.
Gira voce che sul prossimo numero de l’Espresso, in uscita fra quattro giorni, ci sarà un ampio servizio dedicato alla gigantesca cantonata presa dal giornalismo sportivo italiano sul conto di questa Nazionale.
La misteriosa metamorfosi
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Di nuovo in edicola dopo aver saltato l’uscita del lunedì, stamattina Repubblica ospita l’analisi di Gianni Brera e la sua celebrazione del titolo azzurro, così a lungo ritenuto una cosa fuori dalla portata di una “squadra di broccacci”.
Oggi scrive: “Io triumphe, avventurata Italia! Il terzo titolo di campione ti pone accanto al magno Brasile nella gerarchia del calcio mondiale. Hai strabiliato solo coloro che non te ne ritenevano degna, non certo coloro che sanno strologare a tempo e luogo sul mistero agonistico del calcio. La tua vittoria è limpida, pulita: non è neppure venuta dal caso, bensì da un’applicazione soltanto logica (a posteriori!) del modulo che ti è proprio, e in tutto il mondo viene chiamato all’italiana”.
La tesi di Brera è che il Mundial abbia preso questa piega felice, quando finalmente Bearzot si è adeguato alla sola ideologia possibile, alla portata della nostra atavica carenza di proteine. “Il cuore – dice – fa indegni capitomboli nel vecchio petto ammaccato da tanti eventi che furono. Il gol di Tardelli è quanto di più elegante sia stato visto da queste parti, voglio dire in una finale di campionato del mondo che toglie fantasia anche ai poeti e santità di propositi ai santi. La finale mondiale è una prova dura, acre, ammorbante, velenosa, per giocar bene la quale bisogna appartenere ai fenomeni in terra. Io non ho mai visto brillarvi nemmeno Pelé. Sul 2-0 ho acchiappato il mio cuore tarlato e bislacco e l’ho rimesso dove suole pompare secondo necessità logica. Ora tu, cara vecchia smandrippata Italia, hai sfruttato appieno le virtù della tua indole, dunque della tua cultura specifica. Non si vince un mondiale senza storia; non si arriva senza nerbo né valore a una finale mondiale. Al diavolo i malevoli, i cacaminuzzoli, gli invidiosi, gli incompetenti, i pirla, i fessi ai quali non è piaciuta la vittoria italiana. Io triumphe, avventurata Italia. Dovessi per un mese cantare le tue caste glorie, ebbene, lo farei con grato entusiasmo. E grazie a voi, benamati brocchetti del mio tifo, benamati fratelli miei in mutande. Avevo pur detto che Paolo Rossi in trionfo è tutti noi”.
Oreste Del Buono su La Stampa ritiene che “il segreto è la squadra in sé e per sé, il preesistere, il sentirsi, l’essere squadra. La squadra camaleonte si rivela mangusta. I ragazzi dalla maglia color cielo non solo hanno meritato la loro fortuna, l’hanno costruita giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto. L’unica ipotesi valida per spiegare il successo dell’Italia al Mundial 1982 è che si tratti di uno squadrone. Cuori buoni oltre a piedi buoni, e teste buone pure. Almeno qualche testa sopraffina. La gente d’Italia lo ha già capito spontaneamente, forse ci arriveranno presto anche i più illustri critici di calcio. Meglio tardi che mai. Così potranno riattaccare a farci la lezione”.
Manlio Cancogni sul Giornale parla di stile e sottolinea che “non basta dire scuola all’italiana, dire che si basa sulla difesa. Se così fosse, sarebbe facile imitarlo. E d’altra parte l’Italia non ha vinto con un gol di straforo, approfittando delle altrui distrazioni. Dunque? Dunque bisogna riconoscere che abbiamo qualcosa che agli altri manca. Siamo più svelti, più destri, più estemporanei: in una parola più intelligenti. Gli altri sono tutti prevedibili; gli italiani sorprendono persino se stessi con le loro trovate”.
Ranieri su Paese Sera ci ha visto “la sconfitta del calcio vanesio”, Lodovico Maradei sulla Gazzetta la “trasformazione del brutto anatroccolo in un cigno bellissimo” e il sempre critico Carlo Grandini sul Corriere della sera stamattina è disposto ad accettare che la vittoria “costituisca piena dimostrazione del fatto che si aveva il diritto di chiedere agli azzurri e a Bearzot quanto di stupendo alla fine ci hanno dato, dopo avercelo troppo a lungo negato”. In compenso dice che “il peso della gloria sarà il prossimo avversario degli azzurri”. Ecco.
Pier Cesare Baretti su Tuttosport vede in Bearzot “l’uomo che, pur interpretando il calcio in maniera realistica, ha sempre chiesto alla sua squadra di giocare un modulo che non fosse d’ispirazione essenzialmente difensiva e anzi più offensiva che difensiva”. Con un evidente riferimento alle tesi di Brera, eccepisce: “Il giocatore italiano non ha nessun peccato originale da farsi perdonare e nessuna tara da scontare o pagare con rinunce”. C’è una sorprendente eco dello scrittore peruviano Mario Vargas Llosa dal Giornale, che si dice “stregato da questi italiani che in finale, sul 2-0, con una arroganza che ora noi apprezziamo, invece di difendere il trionfo, si lanciarono all’attacco”.
È struggente l’ultima rubrica su La Stampa di Roberto Bettega, l’unico bearzottiano a non aver vinto il Mundial di Bearzot, costretto a rinunciare al viaggio in Spagna per l’infortunio di novembre. Dice: “Credo che una serata così non la dimenticherò mai. Mentre partecipavo, infatti, alla gioia dei miei compagni, ho rivissuto questi miei nove mesi così particolari. Ho ripercorso tutte le tappe, le fermate e le riprese, le speranze e le delusioni. È stata dura. Ho dovuto, dopo la partita e dopo una salutare doccia rinfrescante, chiudermi in me stesso per ripensare ai per come e perché mi hanno portato a rinunciare al Mundial. E ho capito che è stato giusto così, ho deciso in coscienza, pensando al mio futuro”.
Il dibattito sull’euforia nazionalista
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Di ritorno da Cervia, dove nel week-end ha seguito la disfatta della squadra di Coppa Davis contro la Nuova Zelanda e la fine del ciclo Panatta, Emanuela Audisio dice su Repubblica che “le campane delle chiese hanno suonato lungamente. Le sirene delle navi ancorate nei porti non hanno taciuto. A Tropea centinaia di ragazze e di ragazzi hanno ballato nudi. A Jesolo fra due ali di folla è passato un elefante dipinto di azzurro accompagnato da due clowns”.
Che Italia è questa – che festeggia il primo titolo mondiale di calcio della sua storia repubblicana, dopo i due del Ventennio mussoliniano?
Andrea Barbato, direttore di Paese Sera, passa in rassegna una serie di pezzi usciti in questi giorni sulla natura delle feste in piazza e si domanda: “Ma il calcio è di destra o di sinistra?”.
Dipende, si risponde. Intorno a questa vittoria – analizza – c’è una “versione neofascista, basata sulla teoria di Bearzot uomo forte, che guida la sua compagine tricolore, simbolo di giovinezza e di virtù etniche, nel fiero ricordo delle due vittorie passate, al disopra delle divisioni indotte dalla politica e dal parlamentarismo”. E c’è poi una seconda versione, “moderato-democristiana che vede emergere dalla vittoria di Madrid l’immagine di un’Italia migliore della sua fama, degasperianamente tenace e fanfanianamente sociale, degna di sedere fra le società avanzate. Né manca una gomitata al laicismo, quando si ricorda che Bearzot non ha messo in campo doti di mediazione come Spadolini, si sottintende – ma ha assunto decisioni anche impopolari con senso di responsabilità”.
Secondo Gustavo Selva, che ne scrive sul Tempo, “Bearzot è il simbolo dell’Italia che funziona”, mentre di chiede se la festa di tanti giovani non sia stata “la cartina di tornasole di un vuoto d’animo, di fede, di coraggio riempito per un giorno con l’inebriarsi per il trionfo degli azzurri”. Mario Paissan, condirettore del Manifesto, risponde al pezzo dell’altro giorno di Valentino Parlato titolato “Contro il popolo azzurro”, dicendogli. “Tu contro quella gente butti manciate di indignazione morale e politica. Io di quella gente mi sentivo parte”.
Gianni Cerri sul Tuttosport legge “nei cortei, nelle sarabande, nei cori, nei balli, in tutto, ma soprattutto nella frenesia della gente più anziana e più posata, il rigurgito di un gaudio che trabocca dal di dentro”.
Domenico Rea sul Mattino sottolinea il fatto nuovo del Mundial: “Il ritorno al valore, ai valori, è l’inizio della cessazione di ogni sorta di autocompatimento e vittimismo. La plebe residua è stata inglobata dalla borghesia e questa da quella, e in lingua, non in dialetto. Questo significa essere popolo”.
Enzo Roggi su L’Unità ragiona sul fatto che “da decenni, mentre crescevamo come paese moderno, più industrializzato, più scolarizzato, più libero, la pedagogia dominante e anzi ossessiva è stata quella che ci indicava il dovere di essere come gli altri. Ogni elemento – sociale, politico, psicologico, culturale – che esprimesse una nostra specificità nazionale era presentato come un handicap. Così, esigenze reali di internazionalizzazione materiale e culturale si sono trasformate, sulla base di una incredibile abdicazione, in secca subalternità. Il difficile, tormentato tentativo di costruire una cultura della riforma, cioè di una reale unificazione nazionale, s’è scontrato con rabbiose resistenze conservatrici, con le viscosità e le corruttele di un potere senza alternative. Non che tutto questo sia consapevolmente presente nelle moltitudini che si sono vestite di tricolore: ma tutto questo (e certo non solo questo) c’era e c’è dietro quel bisogno di riappropriarsi spettacolarmente di un simbolo di identità nazionale. L’Italia non è affatto impazzita improvvisamente”.
Sempre da sinistra, il direttore de l’Avanti Ugo Intini sottolinea che “sino a pochi anni fa richiamarsi all’identità nazionale era fuori modo, mentre oggi c’è “Craxi che conclude il congresso socialista di Palermo con le parole Viva l’Italia” oppure “sottolinea la tradizione socialista e al tempo stesso patriottica di Garibaldi”, per non tacere proprio del recente convegno dei socialisti sul Made in Italy.
Sergio Zavoli, presidente della Rai, interviene sul Corriere dello sport per dire di una Nazionale “che sbugiarda tutti i pessimismi, da sempre alleati del conformismo” mentre gli pare di vedere allo stesso tempo “la sconfitta del moralismo di custodi estenuati della coerenza che dimenticano la semplice legge del mercato”.
Questa improvvisa febbre buona di Italia fa scrivere ad Alberto Arbasino su Repubblica che “tutti gli istinti e i sensi paiono sfogarsi nel produrre molto movimento e gran fragore, in smisurata innocenza, con gli amici più cari, i familiari, i vicini di casa, i pupi. Agitando bandiere, suonando tamburi, già mezzo minuto dopo la proclamazione dei risultati: ma senza mangiar cibi festivi, né avendo stappato bottiglie. Non si perde tempo. I comportamenti collettivi smentiscono ogni analogia medio-orientale, tante volte menzionata per Roma. Tutto appare perfettamente brasiliano, invece”.
Gianfranco Morra sul Giorno indugia sulla specificità della festa nella liturgia calcistica e arriva a citare tutti insieme Bergson, Husserl, Freud, Aristotele, Ortega y Gasset, Eliade e Desmond Morris. Conclusione: “Il Mundial in tal senso diviene un utile maestro di catechesi”.
Gian Paolo Ormezzano su La Stampa è convinto che “essere italiano è adesso leggermente più facile, o meno difficile”. Allora il Corriere della sera ha convocato per un dibattito sull’euforia nazionale un gruppo di intellettuali. Lo scrittore Alberto Moravia dice che “attraverso la gioia per la vittoria della squadra nazionale del Mundial, le masse hanno affermato con enfasi la loro esistenza che non è soltanto questa. Hanno mostrato che i loro caratteri non cambiano nel tempo, si ripetono. Cioè che quello che è proprio dell’individuo non può diventare proprio della massa. E viceversa”. Il sociologo Sabino Acquaviva pensa che ” gli italiani abbiano un gran bisogno di divertirsi e una grande grande gioia di vivere. Perciò vedo quello che è accaduto ieri come un gigantesco carnevale. Quindi lo sport, il nazionalismo e così via c’entrano fino a un certo punto. Inoltre forse si tratta di un’altra occasione per essere a carnevale”
Lo scrittore Goffredo Parise giudica che “gli italiano sono un popolo per niente stupido, ma gonfio di sentimentalismo. quello di cui maggiormente soffrono come popolo è la mancanza di identità. non sanno cosa sono, se sono arabi ed europei, se sono del Nord o del Sud (che, inutile dire di no, li divide) e insomma mancano di quel sentimento di identità anche linguistica che fa sì che si dica di un paese che esso è compatto. devono identificarsi in qualcosa. Dopo la guerra si sono identificati in due istituzioni, il gioco del pallone e il Papa”
Lo scrittore Paolo Volponi crede che “non è stato il raptus di una conquista o l’esplosione di un gas eccitante e stupefacente, ma un vero, sentito rivelarsi e maturarsi di un sentimento generoso e collettivo”. L’economista Mario Monti aggiunge: “Credo che non sia un ritorno di nazionalismo, malgrado il revival degli anni Trenta e il fatto che eravamo stati campioni nel “34 e “38. Piuttosto da economista quale sono vedo in tutto ciò tre caratteristiche che si ritrovano anche quando l’Italia gioca l’economia in vece del calcio: il passaggio dall’autoflagellazione all’entusiasmo spinto; la difficoltà di identificazione rispetto all’estero (siamo proprio gli ultimi; ma no, in fondo siamo i più brillanti) e infine il saper agire risolutamente solo in condizioni di emergenza (il rischio era di essere accolti a pomodori al ritorno in Italia oppure una crisi della lira). Abbiamo battuto i brasiliani per fantasia, i tedeschi per gioco di squadra. Sarà un caso, ma il nostro punto debole è stato il …rigore. Come in economia”.
Lo storico Renzo De Felice accenna: “Di nazionalismo non parlerei assolutamente. Io credo che questo fenomeno sia dovuto da un lato alla popolarità del calcio, in secondo luogo all’imprevedibilità della vittoria”.
Un altro scrittore, Giorgio Manganelli, analizza che “dal punto di vista della retorica classica, la vittoria della squadra di calcio italiana nei campionati del mondo è un caso clamoroso, forse insuperabile di sineddoche. La sineddoche è quella figura retorica per cui si attribuisce ad una parte il valore del tutto. Se fossi meno costumato, potrei ricordare che le espressioni di apprezzamento sessuale sono in larga misura sineddoche; appunto, si proclama l’eccellenza di una parte, per lo più invisibile, per elogiare il tutto. Non sempre la sineddoche è tendenzialmente immorale; ma certamente tende ad essere iperbolica, fantasiosa, irrealistica. Per una applicazione virulenta della figura della sineddoche, accade che una dozzina di giovanotti, ottimi giocatori col pallone, di fisico prestante e fiato mirabile, diventino l’Italia. Ora l’Italia, a guardarla sulla carta geografica, ha effettivamente una forma calcistica, è, per similitudine, uno Stivale, ed ha, a dire il vero, una palla un po’ troppo triangolare; ma, tolto questo privilegio, di cui altri paesi calcistici non godono, si vede a prima vista che è tutta diversa da dodici o tredici ragazzoni col pallone. Ha montagne impervie, feraci pianure, fiumi straripanti, città popolose, ubertosi colli, fertili pianori, veloci autostrade, mirabili affreschi trecenteschi, società filarmoniche, coda alla vaccinara, cassoela, barolo, società per l’incremento e la difesa del paesaggio, dell’assassinio, della fauna, dell’arte.
Sono tutte cose che fanno della nostra penisola quella squisitezza che è da sempre. Ma è innegabile che la somiglianza tra la penisola e la squadra di calcio è, diciamo, un po’ tirata per i capelli, non è proprio di tutta evidenza. Zoff è uno splendido portiere, ma, la mano sul cuore, oseremmo dire che assomiglia alla Marmolada, o che mima argutamente la foce del Po, o l’aspro e consacrato Gargano? Delizioso tessitore di mongolfiere da rete, il signor Rossi, ma è inutile metterlo accanto all’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano, o alla Certosa di Pavia, o a piazza Navona; non sapremmo dire subito come, ma è diverso, proprio diverso.
Di Scirea, implacabile distruttore di trame avverse, posso dire che, non fosse per l’impaccio cronologico, meriterebbe l’attenzione di un Verdi Giuseppe; ma non saprei nemmeno se augurarglielo, poiché Verdi Giuseppe ai suoi eroi, detto con povertà critica, mena un po’ gramo”.
che cosa succede ora che è finito il Mundial
Tutti i misteri su Roberto Calvi dopo 25 giorni
La situazione del Banco Ambrosiano si è fatta nuovamente critica per le scadenze di alcuni debiti in settimana. Il rimborso non sarà possibile senza enormi versamenti da parte del pool di salvatori, sei istituti bancari, tre pubblici e tre privati. Il Banco ha perso almeno 450 miliardi di lire di depositi e l’ipotesi della liquidazione coatta, una forma di procedura fallimentare, resta tuttora sul tavolo. Le quotazioni in borsa valori dei titoli sono tornate a perdere: dal 6 all’8% nella giornata di ieri. Le sei banche incaricate del salvataggio metteranno a disposizione 400 miliardi per spese immediate e per il rimborso della clientela, altri 400 con prestiti a più lunga scadenza. Chi presta, ha come garanzia gli impegni del governatore della Banca d’Italia e del Tesoro, ma nessun bene. Secondo fonti ufficiose, l’Ambrosiano ha accumulato 2.200 miliardi di debiti, a fronte di un patrimonio da 600.
Non è certo più chiaro il quadro dell’inchiesta giudiziaria. Bruno Siclari, procuratore aggiunto di Milano, ha avanzato seri elemento di dubbi sulla morte di Graziella Corrocher, la segretaria di Roberto Calvi che dopo la fuga del finanziere, si uccise gettandosi da una finestra della sede di via Clerici. Il magistrato non ha aggiunto di più. Ma l’ipotesi è che il gesto sia arrivato sotto la pressione di qualcuno.
Rimane inoltre la divergenza tra gli inquirenti italiani e quelli inglesi. A Londra continuano a propendere per la tesi del suicidio. A venticinque giorni dal ritrovamento del cadavere, il dossier completo su quello che sono riusciti a raccogliere, non è ancora giunto in Italia. A Milano gli sforzi investigativi si stanno concentrando sul tentativo di venire a sapere con chi si sia incontrato Roberto Calvi prima di morire. Ma non ci sono altri punti fermi. Il Pm Sica ha sollecitato un’indagine della polizia fluviale sull’andamento delle maree del Tamigi, una perizia merceologica sugli abiti del banchiere per stabilire quanto e fino a che altezza il corpo sia rimasto in acqua, un’indagine per stabilire il punto esatto del traliccio in cui è stato trovato il corpo di Calvi. L’Unità stamattina fa notare che sono quesiti a cui una qualunque polizia del mondo risponde nel giro di un paio di giorni.
“Che il giudice italiano sia stato costretto a formularli quasi un mese dopo a una delle polizie più famose del mondo, non può non essere fonte di gravissimi sospetti”.
Il coordinatore del caso per la polizia londinese, Barry Tarbin, ha smontato in una intervista tutti gli indizi avevano fornivano da supporto alla tesi dell’omicidio, definendoli inventati dalla stampa. Il funzionario si riferisce alla corda con nodo marinaio («Chi ha detto che Calvi non lo sapesse fare?»), le escoriazioni sul corpo, i mattoni in tasca («tre o quattro chili»). Tutto mentre i magistrati italiani sono entrati in possesso di una foto di Calvi, scattata subito dopo il ritrovamento del corpo, con la giacca sistemata vistosamente male. I bottoni sono nelle asole sbagliate. Secondo i giudici italiani potrebbe essere una prova importante a favore della tesi dell’omicidio. Calvi era una persona meticolosa. L’interpretazione più ovvia è che sia stato rivestito in fretta e al buio da altri. La polizia londinese non spiega tuttora perché Calvi abbia scelto per uccidersi la parte più scomoda del ponte, né dispone di una foto del cadavere nella sua posizione originaria: un particolare non irrilevante. Nel primo scatto disponibile il vestito di Calvi risulta asciutto tranne che nella parte inferiore. Accertando fin dove è arrivata l’acqua del fiume e quanta parte si sia asciugata in seguito, si potranno capire molte cose.
Eleonora Moro al processo. E ci sono nuove lettere
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Per la prima volta in pubblico dopo l’omicidio di suo marito la strage di via Fani, Eleonora Moro è stata ascoltata ieri in tribunale, nel corso del processo alle Br, rilanciando il racconto fatto alla commissione d’inchiesta parlamentare. L’Unità l’ha trovata in aula “invecchiata ma estremamente lucida, stanca ma sorretta da una grande, grandissima, dignità”.
La vedova del leader democristiano ha ribadito di essere a conoscenza di minacce giunte da determinati gruppi di potere interni e internazionali, giunte più volte e con diversi segnali. Moro era stato messo in guardia dal continuare la sua linea politica di confronto con le forze di sinistra nel nome di una solidarietà nazionale. Il maresciallo Oreste Leonardi, capo della scorta, già diverso tempo prima del 16 marzo 78 si era accorto che una 128 bianca, targata Corpo diplomatico, seguiva i passi del presidente. Dopo averne preso il numero, l’aveva trasmesso ai superiori. Alla signora Moro sono state consegnate delle nuove lettere di suo marito.
«Io non le avevo mai viste», ha detto. Lietta Tornabuoni su La Stampa racconta allora che “stringe troppo forte i fogli che il presidente del tribunale le ha dato. Quattro anni dopo in una palestra diventata aula di giustizia, tra mitra spianati e uniformi, sotto la fiamma bianca dei riflettori, accanto alle gabbie degli uccisori, spiata da telecamere, fotografi e giornalisti che le cercano in faccia le emozioni, la Vedova Forte si trova d’improvviso davanti agli occhi altri scritti di suo marito che non conosceva, nuove parole di quella voce che non vuole spegnersi, di quel morto che non muore. Nel gran teatro della crudeltà che è il caso Moro, questo è un atto terribile. Ha una tragicità e solitudine shakespeariana il piccolo gruppo di famiglia che ricompone di fronte ai giudici le proprie lacerazioni: la madre, e in piedi alle sue spalle i due figli inflessibili. Giovanni e Agnese, vestiti di celeste come angeli, pallidissimi”.
In aula, parlando, ha usato spesso il tempo presente e una volta ha chiamato suo marito papà, il nomignolo che usava in casa.
Ha detto: «Conosco Moro dal 1939. Abbiamo lavorato insieme tanti anni. Sono sposata dal ’45».
«Che Andreotti avesse offerto a Moro la propria automobile blindata l’ho letto sui giornali; io non ne avevo mai saputo niente. Nel caso, un’offerta esemplare del carattere e del modo di fare di Andreotti: ovviamente nessuno avrebbe permesso che il presidente del Consiglio venisse privato della protezione».
«I ragazzi della scorta non erano in grado di garantire un servizio efficiente, tanto che il maresciallo Leonardi preferiva che i suoi uomini — non addestrati — tenessero i mitra chiusi nel portabagagli»
«Molte volte i magistrati sono venuti a chiederci cose. Noi rispondevamo alle domande. Loro non verbalizzavano».
«Bisognerebbe rileggere tutte le sue lettere, ma questo è superiore alla mia resistenza nervosa, mi distrugge a un punto tale che non posso farlo. Non ha mai conosciuto la paura, checché la gente dica di lui. Non pensava a salvare la propria vita ma agli altri, al Paese, a quel che sarebbe accaduto dopo. Diceva: – Noi che facciamo politica dobbiamo preoccuparci del partito armato. Voleva stabilire un dialogo con queste persone, trovare un mezzo, una possibilità di contatto. Per farli uscire dal terrorismo e rientrare nella politica; per riuscire a portarli ad esprimere le loro esigenze anche estreme In modo civile, in forme democratiche».
Lietta Tornabuoni ha chiuso il suo pezzo scrivendo che “verso le gabbie che imprigionano gli uccisori di suo marito, Eleonora Moro non ha guardato mai”.
È tornata l’angoscia dei giorni lontani
quando tutta un’immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. È tornata l’angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s’accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Cesare Pavese – Estate
Finisce qui il cammino di Slalom Mundial iniziato lo scorso 24 maggio.
Sarà possibile recuperare tutti i numeri usciti da quel giorno, addirittura in successione, cliccando su queste parole arancioni fra quarant’anni, nel 2022. Non mi è chiarissimo ancora come, né quale sia la tecnologia usata, ma l’effetto sarà assai vicino a ciò che oggi nel 1982 chiamiamo emeroteca. Se un giorno questa roba vi tornasse utile per un qualunque motivo, abbiate un pensiero di simpatia per chi ha setacciato, letto e cucito le testimonianze. Se poi addirittura foste presi da scatenato entusiasmo, parlatene ai vostri amici. Viaggiando in un buco spazio-temporale potrebbero perfino trovare uno Slalom quotidiano.
Oh, una dritta a voi che scegliete di restare nel 1982.
Il cinque settembre non vi perdete il Mondiale di ciclismo a Goodwood.
Saronni si è convinto a correre per far vincere Moser.
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SE TI HANNO FOTOCOPIATO ▻ LOSLALOM 1982 E TI PIACE
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Lo Slalom 1982 rievoca i fatti accaduti nella strepitosa estate di quarant’anni fa, come se fosse scritto in tempo reale.
È un supplemento quotidiano a Lo Slalom, selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.
Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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