La serie A obbedisce in modo scaltro e mette il muso

La serie A obbedisce in modo scaltro e mette il muso

 

 ▻  La voce di Palazzo Chigi sarà stata anche distesa, ma ha fatto effetto. In nemmeno 24 ore il calcio italiano ha capito che correva il rischio di vedere tirata giù la serranda e si è adeguato. Per le giornate del 16 e del 23 gennaio, dentro gli stadi entreranno al massimo cinquemila persone. Il turno di oggi rimane così com’era fissato, con capienze al 50 percento, così come con una certa dose di scaltrezza la Lega ha messo al riparo l’incasso della Supercoppa italiana, la partita tra Inter e Juventus che si gioca a San Siro mercoledì. Se non lo avesse fatto da sé, saremmo arrivati a questo stesso capolinea per decisione del governo, con il nuovo pacchetto di disposizioni. C’è qualche presidente più arrabbiato di altri. Il penultimo arrivato, il genoano Zangrillo, parla di demagogia. Zangrillo è un medico. 

 

Nel suo commento per il Corriere della sera, Daniele Dallera si schiera in difesa degli interessi del calcio e dello sport, scrive che dinanzi alle scene dei mercatini “vien voglia di scappare lontano, magari di rifugiarsi in uno stadio dove chi ci entra è vaccinato e ha il supergreen pass e conclude il suo intervento invocando la creazione del ministero dello sport, lontano dai tempi in cui lo sport era celebre per invocare il contrario: autonomia e potere assoluto al CONI. 

Il calcio – scrive Dallera – la serie A e i suoi presidenti hanno giocato la partita della bontà, hanno dato il buon esempio. Spesso divisi, litigiosi, con una forte tendenza a guardare i propri interessi, stavolta hanno votato all’unanimità un calcio da salotto, in mascherina, massimo cinquemila tifosi allo stadio per due giornate. È vero, certe immagini, alcuni video che svelano spalti pieni di tifosi non solo sprovvisti di mascherine ma anche troppo vicini e pronti ad abbracciarsi per la festa del gol, sono un pugno allo stomaco, così si dice che sarebbe stato vissuto da responsabili del governo e componenti del famoso comitato tecnico scientifico, e un assist al virus e alle sue varianti. Ma gli studiosi e il partito degli anticalcio spieghino perché l’ascesa dei contagi si è verificata quando gli stadi erano chiusi, in vacanza per le festività natalizie: osservazioni puntuali che meriterebbero una risposta. Faccia un salto di qualità anche la politica, abbia maggiore rispetto per lo sport

 

In realtà nessuno può conoscere i luoghi del contagio, ma è una logica aritmetica che nei posti più affollati esistano più occasioni di contatto e più chance di infettarsi, soprattutto con la straordinaria capacità di espansione di omicron. Il vaccino, come si sa, non protegge dal contagio ma dalle conseguenze più estreme. La curva è in salita da novembre, ogni giorno segna un nuovo picco, alla quota record mai toccata nella prima e nella seconda ondata ci siamo arrivati progressivamente, e per la prima volta il 22 dicembre. 

 

Il ragionamento di Andrea Di Caro, sulla Gazzetta dello sport, coincide. Anche lui mette l’accento sulla crescita dei casi che sarebbe avvenuta durante i giorni in cui non c’erano partite, anche lui mette l’accento sulla necessità per il mondo del calcio di accedere a ristori più cospicui. Con un registro recriminatorio scrive: E alla fine paga il calcio. Usato per una decisione fortemente simbolica volta ad attirare l’attenzione globale e a trasmettere un messaggio che raggiunga rapidamente tutti. Intervenire sul mondo del pallone significa dare un segnale immediato a tutti gli italiani. La Lega Serie A, per mantenere un potere decisionale su stagione e calendario, ha accettato suo malgrado il male minore giocare davanti a pochi spettatori, ma giocare. Con tutti i danni economici conseguenti. Pur comprendendo il difficile momento del Paese, fa effetto constatare che la stretta più ferrea la subisca un’industria, quella del calcio, che con la crescita dei contagi finora non c’entrava nulla. Si fatica a comprendere perché vengano imposte chiusure pressoché totali in impianti dove per entrare viene richiesto il super green pass e l’uso della mascherina mentre lo stesso non avviene per cinema, teatri, ristoranti, luoghi di shopping, educazione, culto e cultura

 

Non è proprio così. Il Super Green Pass, sulla base del precedente decreto in vigore dal 31 dicembre, diventa obbligatorio dal 10 gennaio fino al termine dello stato d’emergenza (31 marzo) per molte attività. Per salire su tutti i mezzi di trasporto, compresi quelli locali e regionali, e per assistere non solo alle competizioni sportive ma anche a spettacoli al chiuso o all’aperto, per esempio nei teatri, nei cinema, nelle sale da concerto. Il Super Green Pass dal 10 gennaio servirà anche per i centri culturali e i centri sociali, i centri ricreativi nelle attività all’aperto, i centri congressi, le sagre, le fiere, i ristoranti, i bar, sia al chiuso sia all’aperto. Servirà anche per accedere a feste e ricevimenti, come matrimoni e battesimi. 

 

 

Scrive Matteo Pinci su Repubblica che l’impennata dei contagi la paga quindi il calcio. Il taglio auto inflitto è comunque un segnale di debolezza: nessuno ha voluto sfidare Draghi e respingere la sua richiesta di chiudere. Perché mercoledì, nella riunione con la cabina di regia del governo, il calcio dovrà chiedere ai ministri un aiuto a uscire dal guado delle Asl e delle loro ordinanze

 

Decisamente più severo verso il mondo del calcio è Tony Damascelli sul Giornale: L’arte del compromesso ha vinto. Se preferite, l’arte della furbata. La serie A accetta ma non completamente il suggerimento del governo, niente stadi chiusi ma aperti a cinquemila spettatori per le partite del 16 e 23 gennaio prossimo. Pregiudizio senza orgoglio, la Lega ha voluto gonfiare a metà il petto, per logica sociale avrebbe dovuto adeguarsi a una situazione critica a livello nazionale, le scuole restano ancora chiuse ma il calcio continua a vivere sulla sua isola nemmeno più del tesoro.  Gli interessi di bottega hanno la prevalenza sulla salute e le tutele relative, dal tiroaggiro siamo passati al ti raggiro, le aziende sanitarie che sembravano fino a ieri le dodici tavole vengono smentite dal tribunali amministrativi di Campania, Friuli Venezia Giulia e Piemonte, fatta la legge trovano l’inganno,  i presidenti con le squadre blu come le auto, chiedono ristori e agevolazioni, i loro conti privati sono devastati ma abbisognano di sovvenzione pubblica”

 

Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello sport-stadio, riporta le questioni del calcio dentro il quadro più complessivo della società italiana e commenta: La riduzione della capienza degli spalti è un compromesso onorevole, ancorché insufficiente e oneroso. Insufficiente perché scatta il 16 gennaio, e in questa settimana si giocano ancora al 50 per cento la seconda di ritorno, la Supercoppa e la Coppa Italia. Oneroso perché è caricato sulle spalle dei tifosi con il super green pass, che pagano la negligenza dei non vaccinati. Ma non solo quella. È l’indisciplinatezza delle curve la causa scatenante di questo provvedimento, in parte necessario, in parte punitivo. Dimostra che una parte degli spalti è rimasta una zona franca, dove l’ordine pubblico e i club fanno reciproco scarico di responsabilità, girando al largo. Con il distanziamento e la mascherina all’aperto non ci sarebbe stato nessun motivo per tagliare la capienza. Quegli assembramenti ripresi dalle telecamere delle tv sono una sfida alle precauzioni sanitarie e un insulto alla sobrietà estetica richiesta dai tempi. Il  calcio – scrive Barbano – non si è sottratto a distrazioni e sottovalutazioni che avrebbe potuto e dovuto evitare. Perché è inammissibile snobbare i vaccini, come qualche club ha fatto, archiviare le bolle e le altre misure di prevenzione. Salvo poi trovarsi con i cluster nello spogliatoio. Adesso è giusto che il campionato si faccia per qualche settimana più in là, giocando in sordina per far ripartire la scuola in sicurezza, e approfittando di questo tempo per riorganizzare la sua macchina. Con il mostro virale bisognerà convivere per molto tempo. Vuol dire che la virtù della saggezza deve essere un’educazione permanente, non un rimedio contro l’emergenza.

 

     I cavalieri del Sacro Tar hanno intanto liberato i calciatori dal giogo oppressivo delle Asl. La Lega ha vinto tre dei quattro ricorsi presentati contro i provvedimenti delle autorità sanitarie. Certo, già arrivare in pandemia a opporsi in un tribunale per interessi privati a delle misure prese per prudenza pubblica, fa impressione, ma tant’è. Il TAR del Friuli Venezia Giulia, quello del Piemonte e quello della Campania hanno dato ragione ai presidenti del pallone, così sono subito finite le quarantene di Udinese, Torino e Salernitana. Il TAR dell’Emilia invece ha confermato quella del Bologna, dove le terze dosi di vaccino ai calciatori non erano completate. Se è così, allora non c’erano i presupposti per far uscire dall’isolamento i tre calciatori del Napoli nelle stesse condizioni (senza terza dose), liberati con una diversa interpretazione della norma e mandati in campo contro la Juventus. L’elemento più inquietante è che Piotr Zielinski – uno dei tre – è risultato positivo al covid dopo l’ultimo giro di tamponi di ieri. Ehi, c’è qualcuno al volante? 

I cavalieri della Tar Rotonda hanno così salvato più o meno per intero il programma della 21esima giornata, in una micidiale combinazione con il protocollo che prevede si vada in campo almeno con tredici disponibili.

Sport Mediaset faceva notare ieri pomeriggio che l’Udinese facendo due conti, arriva alla soglia per la partita con l’Atalanta soltanto grazie ai ragazzi della Primavera. Bello, no? Sano, giusto, equo. Guardando la distinta ufficiale depositata in Lega si scopre però che, ad oggi, la formazione bianconera – scriveva Sport Mediaset  – può contare soltanto su 23 effettivi, da cui vanno tolti i 12 positivi. Nel corso della sosta sono, infatti, stati risolti i contratti con Teodorczyk e Forestieri, mentre Samir è stato ceduto al Watford. Pereyra resterà invece ai box per infortunio almeno un altro mese e mezzo. Una curiosità: tra i 23 attualmente in rosa c’è anche Stryger Larsen, che da due mesi non viene convocato dopo aver deciso di non rinnovare il contratto in scadenza. Trattandosi di Udinese, ci sta di sentire la voce di Bruno Pizzul che dice: tutto molto bellooo.

 

Matteo Marani ne scrive stamattina su Tuttosport: In 91 anni di Serie A, mai era successo che a 24 ore da una nuova giornata di campionato fossero i Tribunali regionali a decidere di giocare. La sconfessione dei Tar nei confronti delle circolari delle Aziende sanitarie locali è quantomeno sorprendente. L’amministrazione dello Stato, che dovrebbe essere cosa seria, cui da cittadini si guarda con fiducia, manda segnali discordanti, pure fra diversi Tar. Da ieri possiamo dire che non solo il pallone è nel pallone. Mano destra (Asl) e mano sinistra (Tar) sono divise sull’applicazione dell’autosorveglianza. Con la terza dose – come sarebbe giusto vista la decisione del Consiglio dei ministri del 30 dicembre – si può dunque giocare. Allora perché non farlo alla Befana e decidere di fermare Udinese, Bologna, Salernitana e Torino? È impressione che ovunque vi siano incertezza, caos, interpretazioni diverse. Il Verona ha giocato a Spezia, per fortuna vincendo, con 12 positivi. Bologna e Torino sono state fermate con 8. La prima non può tornare in campo domani, la seconda deve. Sono le incongruenze della giungla normativa e procedurale del Paese, che il calcio ben rappresenta. Speriamo che dalla “cabina di regia” di mercoledì esca un’indicazione definitiva del governo su come procedere, soprattutto per scongiurare interventi di Asl militanti e fare in modo che i ricorsi non diventino una triste prassi. Rispettando la materia sanitaria, per altro demandata alle Regioni per via costituzionale, pensiamo che alle Asl sia giusto garantire autonomia nei provvedimenti sanitari. Ma evidentemente le stesse, spesso tirate per la giacca dalle società, da ieri sanno di avere sbagliato nelle scelte di questi giorni: ciò ha detto ieri un pezzo dello Stato a un altro pezzo dello Stato, con l’augurio – ribadiamolo una volta di più – che domani arrivi dal governo la necessaria chiarezza. Giornate mutilate come l’ultima offrono uno spettacolo deprimente. E non rifugiamoci sempre nel calendario ingolfato. Se è così si riduca la Serie A e si calcolino bene gli impegni delle Nazionali: questi sarebbero temi urgenti da risolvere per ripartire con più certezze.  

Le ultime partite di A con gli stadi al 50 percento

 

    Diversi giornali ieri sottolineavano la corsa parallela nella delusione tra Massimiliano Allegri a Torino e José Mourinho a Roma. Domenico Latagliata sul Giornale ha scritto: “Sette milioni netti all’uno. E sette milioni netti all’altro. Contratto di quattro anni per Allegri, di tre per Mourinho: nessuno, in serie A, guadagna più di loro. Ma quasi tutte le altre squadre – diciamo almeno quelle da metà classifica in su – giocano meglio di Juventus e Roma. Due allenatori che ovviamente non rischiano nulla sul piano personale – leggi possibile esonero – ma che settimana dopo settimana convincono sempre meno. Vero anche che sono stati chiamati per costruire (si dice sempre così), vero però che da due mostri sacri del genere ci si aspettano anche progressi tangibili

Roberto Perrone sul Corriere dello sport-stadio ha parlato di “fratelli diversi contro, tra di loro, e contro il mondo. Possiamo definire José Mourinho e Massimiliano Allegri (nell’ordine di Roma-Juventus) fratelli. Perché hanno in comune quell’aria un po’ così, di chi non le manda a dire, di chi è bello puntuto, con le dovute differenze caratteriali. Più degli altri incarnano questa figura nuova, un po’ maître à penser, un po’ manager, un po’ centravanti, un po’ uomo di punta, molto uomo solo al comando, perché è questa la condizione dei due, di José e di Max. Com’è lo stato dell’arte dei due fratelli diversi a metà dell’opera (più una partita)? Forse non sono proprio “brother in trouble”, letteralmente fratelli nei guai: la situazione non è tragica però va presa seriamente.

Alessandro Bonan sul Foglio sportivo  ha scritto che sono entrambi profetici, nessuno specchio con un filosofo, un teorico, comunque un pensatore. Sono irrequieti del calcio, dotati di slancio vitale, generali sul campo di battaglia, pronti a mosse vincenti, o il contrario e più raramente, perdenti. Giocano un calcio razionale senza il possesso della ragione, il che può sembrare un controsenso, ma non è così. Perché nel loro modo di muovere una squadra non c’è l’idea dominante, la teorizzazione sulla carta, ma l’esperienza, il vissuto, la ricerca della finezza come marchio, traccia di sé, corroborata dall’istinto, il guizzo, il colpo di genio incoraggiato dalla fortuna che, come si sa, premia chi la blandisce. Hanno entrambi bisogno di collettivi forti e società influenti. Ad Allegri manca una squadra, e forse anche una società così come la si intendeva fino a ieri: non solo potente ma anche strategica. I giocatori di cui dispone sono di alto livello, presi uno ad uno, ma messi insieme assomigliano a disertori che si ritrovano per caso sotto lo stesso tetto. Appaiono stanchi e sembrano non sapere nulla l’uno dell’altro, si guardano, non possono amarsi, vorrebbero conoscersi ma nessuno fa il passo decisivo verso l’altro. Chiesa si spara da solo come una donna cannone, oltrepassa il grande telo e sparisce nel vuoto. Si butta tra le stelle, per meglio dire, ma quello slancio sembra essere l’unico atto eroico di una squadra a cui Allegri non riesce a dare ancora un nome. Mourinho al contrario, quel nome ce l’ha in testa, ma non gli viene di dire la parola. Che cosa sei Roma? gli chiedono, non ottenendo in cambio una risposta

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera considerava: Anche stavolta, il salto di qualità sarà per la prossima volta. No, non erano queste le aspettative quando la scorsa estate Allegri e Mourinho, i due tecnici più vincenti e non a caso più pagati del campionato, si sono presentati alla partenza.Dovevano essere gli uomini in più, ma finora, a parte l’entusiasmo riportato da Mou a Roma, sembrano gli uomini in meno. E a volte non si scorge nemmeno tutta questa voglia di trovarla, una risposta ai problemi sul campo: Juventus e Roma sono due squadre che pressano poco e male, che non si muovono quasi mai come un organismo unico, lasciando quindi distanze eccessive tra i giocatori e tra i reparti. Due squadre esposte al vento della partita, che danno la sensazione di essere governate dalla estemporaneità, senza i grandi campioni che possono risolvere due serate di fila.

Potrebbe già debuttare Maitland-Niles, l’inglese appena arrivato alla Roma, ma ieri Zaniolo non stava bene e c’è il rischio che non giochi. 

 

    clessidre | Oggi, sessant’anni fa, la Juventus comprava Pelé. O almeno così pareva. Il 9 gennaio del 1962 l’Unità diede la notizia. Cinque mesi prima dei Mondiali in Cile, il campione del Santos aveva scelto l’Italia. La notizia – scriveva l’Unità – ci viene da una fonte solitamente bene informata. Si tratta, cioè, di un nostro amico che frequenta la sede della società bianco e nera, e che l’altra sera ha notato la contentezza di alcuni consiglieri, di questi tempi solitamente piuttosto scuri, perché le cose della squadra vanno tutt’altro che bene. L’affare Pelé-Juventus sarebbe stato concluso col Santos da quel Pignatari che è marito della Furstenberg, una cugina degli Agnelli, per un milione e centomila dollari, che sono, al cambio d’oggi, seicentottanta-settecento milioni di lire. Può darsi che la Juventus smentisca, anche perché, tempo addietro, i presidenti delle nostre società avevano concordato di non ingaggiare calciatori di colore. Ma la firma sul documento sarebbe di Gianni non di Umberto Agnelli, che è attualmente all’estero. La notizia è clamorosa e diventa sensazionale quando si pensa alla cifra, astronomica nella storia del calcio mondiale. Costituisce un record tale da far impallidire perfino il recente acquisto di Suarez (400 milioni più tasse federali e ingaggio, che dovranno essere sborsate anche per Pelé) e quelli più remoti di Jeppson, Sivori e Altafini. Il signore che può permettersi di sborsare quasi un miliardo per un giocatore è Gianni Agnelli, che ha dichiarato di avere un reddito di appena 600 milioni di lire

Sessant’anni dopo la notizia più interessante su cui recuperare dei dettagli sarebbe il patto tra presidenti per non ingaggiare calciatori neri. 

 

la classifica Inter 46, Milan 45, Napoli 40, Atalanta 38, Juventus 35, Lazio Roma e Fiorentina 32, Empoli 28, Verona e Bologna 27, Sassuolo e Torino 25, Udinese e Sampdoria 20, Venezia 17, Spezia 16, Cagliari 13, Genoa 12, Salernitana 8

 

    Un nodo per Inzaghi | “Qualche settimana fa aveva chiesto e ottenuto un colloquio con Inzaghi. Stefano Sensi non è più un perno centrale dell’Inter e il calciatore ha voluto capire dal proprio allenatore cosa attendersi dal futuro. Dal tecnico non sono arrivate garanzie circa un maggiore minutaggio da offrirgli, nonostante l’ex Lazio gli abbia confermato comunque la propria stima. Un confronto, quello tra Sensi e Inzaghi, che non è servito a restituire il sorriso al centrocampista, anche perché da allora il classe ‘95 ha visto ben poco il campo. La verità è che Sensi ormai da qualche mese inizia a vedersi altrove, ma è altrettanto vero che prima di lasciare il nerazzurro vuole essere sicuro di non compiere passi indietro. Da diverse settimane su Sensi c’è il concreto interesse della Sampdoria, il club blucerchiato corteggia il centrocampista nerazzurro, che però non corrisponde con altrettanta passionedi pasquale guarro, Calciomercato

     letture Il tram di Nava e il tram di Gianni Rivera

Il 24 dicembre 1978 Beppe Viola fece a Gianni Rivera una lunga intervista, sul tram per San Siro. La prima domanda al calciatore, retto all’apposito sostegno con aria spaesata, fu: «È una frase di Jannacci, dice che nessuno si occupa di quelli che prendono il tram, tu te ne sei mai occupato?». Quarantatré anni dopo, molto ci si occupa del diciassettenne Lapo Nava, che ha preso il tram sul percorso inverso, dallo stadio a casa.  Di fatto è un normale ragazzo che, nella sera di un giorno festivo, rientra dopo una serata, per quanto speciale, dedicata al gioco che spera di rendere professione. Eppure diventa un caso, l’immagine circola come avesse un valore esemplare, viene intervistata la madre che lo ha educato, se ne traggono auspici generazionali. Che cosa è successo nei 43 anni “in cui non eravamo collegati”?   Oggi non soltanto Ronaldo può viaggiare sull’aereo privato, anche un terzino dell’Empoli ha ingaggi che gli consentono mezzi di trasporto riservati a meno che l’un per cento della popolazione. Ed è esemplare sì, ma di come si sia divaricata la forbice della diseguaglianza. Che ne sarà di Nava? E soprattutto, che alternative aveva: un passaggio sul Suv di papà, la traversata della notte in monopattino? I tempi sono cambiati da quando Celentano cantava: “Noi eravamo in centomila allo stadio, oh bella mora e poi finita la partita la vidi uscire di sfuggita con uno sul tram”. Resta invariata la domanda: chi si occupa di quelli che lo prendono? di gabriele romagnoli, Repubblica

 

    Il Napoli arriva alla partita stretto tra l’1-1 di Torino (Siamo una vera squadra da battere, ha detto De Laurentiis) e l’annuncio ufficiale del Toronto di aver preso Insigne, con conferenza stampa del presidente, video di presentazione, firma, eccetera. 

Ne ha scritto ieri e oggi Antonio Giordano per il Corriere dello sport-stadio.

il Napoli di Torino è la testimonianza della fedeltà d’un progetto che in diciassette anni è andato sviluppandosi ed evolvendosi, è la bontà di un’idea che rilancia (anche) il lavoro sottile di Giuntoli, è la rappresentazione pure scenica della qualità assoluta di interpreti talvolta sottostimati, è un premio per un club che meriti ne ha ed è anche, incredibile ma vero, la cruna dell’ago nel quale sfilano una serie di paradossi che s’allungano sul futuro. Il Napoli dell’1-1 di Torino è «una squadra da battere» che ha il suo capitano leader che sta per salutare, dopo dodici anni, anche stimolato ma non solo, dall’offerta da capogiro dei Toronto; è un impianto moderno che potrebbe ritrovarsi però tra un po’ senza un portiere (Ospina), pure lui in scadenza; è quella giostra del gol dalla quale potrebbe scivolare via il testimonial più raffinato, elegante e persino esuberante, in poche parole Sua Maestà Mertens; è uno spazio che andrà svuotandosi della sua stessa identità, con il prevedibile addio pure di Ghoulam, un altro della fantastica classe ‘91, quella che Benitez allestì per dar vita alla «europeizzazione».

Stamattina spiega che Insigne e il Napoli, che poi sarebbe ADL, erano già distanti da un triennio, non erano più fatti l’uno per l’altro; e la strada verso il Canada è stata poi spalancata dall’assenza di offerte ragionevoli o invitanti di club di primissima fascia ma anche dal desiderio di quel simpatico «monello» d’evitare il pericolo, un domani, di dover arrivare nel «Maradona» da avversario. Il resto è fuffa che si perde in uno spicchio di malinconia per chi ama il calcio. La gestione di questa vicenda – pur comprendendo le ragionevoli aspettative di chi ha investito decine e decine di milioni di euro come il Toronto – avrebbe meritato una tempistica più opportuna. Sarebbe bastato aspettare maggio, cosa sono quattro mesi ancora?, prima di presentare Insigne al nuovo universo, concedendo un doveroso rispetto al vecchio. Triste, doloroso y final.

Al San Paolo da avversario si presenta invece Gabbiadini con il suo sinistro affilato, sei gol nelle ultime sei partite. Il nuovo acquisto Tuanzebe è in panchina. 

 

    CHI ASPETTARE Pinamonti | Ha segnato tre dei suoi ultimi quattro gol in serie A — uno dei quali proprio contro il Sassuolo — dopo l’80esimo minuto. Il Sassuolo è la squadra che ha guadagnato più punti in rimonta, dodici, dopo aver subìto gol in apertura. 

     CHI ASPETTARE Ivan Provedel | Nel derby salvezza ligure, s’annuncia come al solito lavoro per il portiere dello Spezia, la squadra che ha dovuto fronteggiare il maggior numero di tiri in porta finora (109).

 

    «Non vedo l’ora di vivere la mia prima partita da presidente all’Arechi. Ma allo stesso tempo mi sento di dire che il calcio dovrebbe fermarsi» darebbe un bellissimo esempio. Non c’è il rischio che la gente si allontani, ma ci sono altre priorità evidenti di cui bisognerebbe tenere conto» Credo che bisognerebbe tenere più conto della ricaduta sociale che ha il calcio, dei valori di lealtà e fair play che dovrebbe trasmettere, invece ho l’impressione che nonostante sia un momento così delicato e grave, tutti tendano a non esporsi, a nicchiare» | Danilo Iervolino, neo proprietario e presidente della Salernitana intervistato da Marco Azzi per Repubblica

 

    Qui a Slalom si freme per vedere la bella faccia nuova della Fiorentina. Alberto Polverosi ha scritto sul Corriere dello sport-stadio: Se Ikoné è un acquisto ottimo, Piatek è un acquisto intelligente. È vero che il centravanti polacco nei due anni trascorsi con l’Herta Berlino in Bundesliga non ha più raggiunto i livelli della Serie A toccati con Genoa e Milan, ma a 25 anni, va solo rilanciato. Piatek è un acquisto intelligente per diverse ragioni. Prima di tutto perché è l’attaccante che serviva come vice di Vlahovic. Finora la condizione fisica (zero acciacchi) ha permesso al giovane serbo di giocare e segnare ininterrottamente, ma in alcune partite la possibilità di una sostituzione di un certo spessore, o magari la possibilità di giocare nel finale con un doppio centravanti, allarga le scelte di Italiano e aumenta le risorse della squadra. La seconda ragione è legata alla cessione a fine stagione di Vlahovic: nei prossimi cinque mesi, Piatek avrà la possibilità di dimostrare il suo valore, ovvero dovrà far capire all’allenatore e ai dirigenti se davvero può essere il successore del capocannoniere della Serie A. Non siamo allo stesso livello, ovvio, ma per sostituire Dusan con un giocatore del suo stesso valore la Fiorentina dovrebbe acquistare Haaland o Lewandowski”

   I vaccini dentro lo spogliatoio di Mihajlovic 

«Da noi Sansone non voleva vaccinarsi. Nessuno lo obbligava. Tuttavia, se il regolamento impone le tre dosi per giocare o le fai o stai fuori. Io dico che devono vaccinarsi tutti, ma dopo la terza dose eliminerei i tamponi. La terza dose riduce Omicron a poco più di un’influenza, lo ripetono gli esperti ed è nei fatti, e se hai l’influenza stai a casa fino a quando non passa, non puoi condannare gli altri a fare lo stesso».

«Al Bologna ho dieci positivi, hanno fatto tutti la seconda dose e tra lunedì e martedì era programmata la terza. Ma mi è stato comunicato che martedì recuperiamo. Con il Cagliari che non ha le coppe. Perché tutta questa fretta? Non alleno i miei da una settimana, lavoro solo con dei primavera, alcuni titolari sono in isolamento fiduciario. Chi metto in campo e in quali condizioni? Che campionato è mai questo? Come si può parlare di regolarità? Capisco l’emergenza, la confusione anche, ma non è accettabile che si proceda sempre a vista».

  ➣   Indica tu la soluzione.

«Quindici giorni fa ho avuto la febbre, ma ho più di 7.000 anticorpi e al molecolare sono risultato negativo. La soluzione, lo ribadisco, è la terza dose, questa la mia opinione». intervista di ivan zazzaroni, Corriere dello sport-stadio

 


📌  Osservatorio sostituzioni 

 

   31  Il numero delle partite che in serie A hanno mutato segno dopo la quarta e la quinta sostituzione, i due cambi in più consentiti durante il calcio in pandemia. La percentuale complessiva è del 17.2 per cento. Nel turno del 6 gennaio non ce n’è stata nessuna. La Lazio  è passata da 2-3 a 3-3 dopo l’ingresso della panchina XL, ma anche l’Empoli aveva segnato il suo 2-3 in seguito al quarto cambio. Fino alle tre sostituzioni di entrambe erano sul 2-2. Perciò non conteggiamo Lazio-Empoli nella lista. 

 

Le squadre che se ne sono giovate: Genoa 5 volte, Udinese 4, Atalanta Empoli e Salernitana 3, Juventus, Milan Sassuolo e Venezia 2, Fiorentina Inter Verona Torino e Spezia 1

 

Le squadre che ne hanno sofferto: Sassuolo 4 volte, Cagliari Spezia e Verona 3, Venezia Juventus Torino Udinese Sampdoria 2, Atalanta Genoa Inter Salernitana Lazio Empoli Fiorentina Napoli 1

 

I punti che si sono mossi dopo il quarto cambio: Genoa +6, Empoli +5, Salernitana +4, Milan +3 Atalanta +3, Juventus +1, Inter +1, Udinese +1, Venezia 0, Torino -1, Fiorentina -2, Lazio -2, Napoli -2, Verona -4, Sampdoria -4, Spezia -4, Sassuolo -6, Cagliari -7


 

   3  Le Supercoppe vinte in campo femminile adesso dalla Juventus, dopo il 2-1 nella finale di ieri contro il Milan. Ha deciso un gol di Girelli a due minuti dalla fine contro un Milan rimasto in dieci per l’espulsione di Codina. 

 

    titoli | Corriere della sera: Affari e accuse, la vita spericolata dell’ex di De Rossi. «Pestaggi? Mai» – I pm: 10 anni per estorsioni e lesioni

 

in tv oggi ore 12.30 Dazn: Empoli-Sassuolo | Sky e Dazn: Venezia-Milan | 16.30 Dazn: Napoli-Sampdoria | Sky e Dazn: Udinese-Atalanta | 18.30 Dazn: Roma-Juventus | Sky e Dazn: Genoa-Spezia | 20.45 Dazn: Inter-Lazio e Verona-Sampdoria | domani ore 17 Dazn: Torino-Fiorentina | martedì ore 20.45 Sky e Dazn: Cagliari-Bologna | mercoledì ore 14.30 Italia 1: Atalanta-Venezia | 21 Canale 5: Inter-Juventus

 

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