L’America letta in Italia attraverso il Super Bowl
Lo spot di Bruce Springsteen ➔ “Nei due minuti di video, Springsteen appare alla guida lungo una strada innevata, in viaggio verso la US Center Chapel di Lebanon, Kansas, «una chiesa nel centro esatto degli Stati Uniti, che non chiude mai: tutti sono i benvenuti se vogliono incontrarsi nel mezzo, anche se il centro è ormai difficile da raggiungere », dice nello spot. «Il suolo su cui ci troviamo è un terreno comune, e possiamo superare le nostre divisioni». Quella del Boss era una preghiera folk che invocava gli Stati (Ri) Uniti d’America, ma che ha incontrato anche qualche critica. «Sembra la parodia di se stesso», ha scritto il Washington Post. «Non c’è riconciliazione senza aver risolto il problema: è facile cercare il centro quando non vivrai abbastanza da toccare il fondo». Icona progressista, Springsteen si sarebbe prestato insomma a un messaggio troppo centrista. Se nel Paese della sua giovinezza cantava i tormenti della classe operaia, però, forse a 71 anni il Boss ha scelto di diventare pompiere di un’America in fiamme” (Andrea Marinelli, Corriere della sera)
L’angolo da cui guardarla ➔ “Ma l’America vera quale sarebbe? Quella di Tom Brady, Amanda Gorman, Bruce Springsteen, tutt’e tre insieme, oppure nessuna? Non è un indovinello ozioso, perché a seconda di chi butti giù da questa torre, prendi posizione nella guerra culturale che da decenni spacca l’America. E quindi sul balsamo che potrebbe curarne le ferite, ammesso che sia ancora possibile. Non è esagerato usare il Super Bowl come termometro degli Usa nell’era post trumpiana, e non solo perché la finale del campionato di football è lo spettacolo nazionale popolare più visto in tv” (Paolo Mastrolilli, la Stampa)
Un uomo che divide ➔ “Brady avrebbe tutto per essere considerato patrimonio nazionale: alto, bello, figlio del privilegio bianco, nato nel nord della California, umile, di poche parole, uomo di successo anche fuori, con la dieta personalizzata creata con la moglie, l’ex modella Gisele Bündchen. In vent’anni è rimasto identico a se stesso, mentre tutto intorno è cambiato. Intanto, si sono alternati quattro presidenti. Quando vinse il primo Super Bowl, 3 febbraio 2002, i nemici dell’America erano fuori dai confini: alla Casa Bianca c’era George W. Bush e Guantanamo erano arrivati i primi detenuti. Negli spot tv, la sera del Super Bowl, Britney Spears faceva il verso a Marilyn Monroe promuovendo la Pepsi, mentre in quello di una birra i cavalli arrivati dal cuore dell’America rendevano omaggio, con inchino, a una New York coperta di neve e ferita dall’attacco alle Torri Gemelle. Mentre Brady collezionava titoli, gli spot sono diventati più sociali, vagamente cupi. I pupazzi di neve con sombreri di Mastro Lindo che ballavano con casalinghe disperate sotto la presidenza Obama hanno lasciato spazio ad appelli per rispettare la diversità. Persino uno shampo è diventato strumento di battaglia civile sotto l’America del muro di Donald Trump. … Ma Brady, nonostante le apparenze, è quanto di più attuale possa esserci. Non porterà unità, rispetto sì, ma acuirà le divisioni. Rispetto a DiMaggio o Jordan, è diventato leggenda nell’unico sport americano in cui chi tifa per una franchigia odia le altre” (Massimo Basile, la Repubblica).