La guerra, la malaria, il covid. I 94 anni di Gemianiani

  | il testimone   I 94 anni di Geminiani. La guerra, la malaria, il coronavirus

A 94 anni, l’ex maglia gialla del 1958, compagno di squadra di Louison Bobet e di Fausto Coppi, ha visto tutto, compresa la guerra e la malaria. Questo sopravvissuto pensa che se il Tour de France potesse essere organizzato quest’estate, l’atmosfera sarebbe abbastanza vicina a quella del 1947
Telefonata, sabato, primo pomeriggio. Alla fine Raphaël Geminiani, 95 anni il 12 giugno, voce chiara e allegra, vivacità intellettuale intatta, dice. «Non pensavo che avrei vissuto questo giorno. Né di essere privato del ciclismo in televisione. È un vuoto. Mi mancherà il Giro e ora ho paura anche per il Tour. Ho fatto i conti, tutti quelli del Tour del 1947 sono morti, anche quelli del 1948, tutti i miei compagni di squadra, sono l’ultimo».
Geminiani è un sopravvissuto, un’anomalia genetica. Un uomo del passato a proprio agio in questo presente segnato dall’epidemia, che brucia le città, le campagne, le relazioni sociali, la vita stessa.
➣  Siamo tutti “in guerra” come ripete il presidente Macron? Gli faccio la domanda (ci conosciamo da quarant’anni), riflette… «Siamo in guerra? No. Non è paragonabile. Non ci sono bombardamenti. In guerra conoscevamo il nemico. Qui non sappiamo nulla, non possiamo analizzare nulla, il virus circola in tutti i paesi, tutti sono bloccati e coinvolti. Le persone hanno paura di tutto, della loro ombra, di attraversare la strada, dobbiamo rimanere confinati senza sapere quanto durerà. Paradossalmente, avevamo più libertà durante la guerra, c’erano zone occupate e zone franche. Io mi sono allenato regolarmente, ho corso, nel 1943 ho vinto il Premier Pas Dunlop».
➣  Nel 1947, hai corso il Tour della ripresa. In quale clima? «Non ho mai visto così tante persone arrivare a Parigi come nel 1947, migliaia, migliaia di persone, euforiche, per le strade. Robic, che l’ha vinto, ha raggiunto una popolarità straordinaria. Il Tour ci aveva fatto dimenticare la guerra. Per lo stesso motivo, se ovviamente l’epidemia sarà stata messa sotto controllo, sarà stata risolta e solo in questo caso, spero che il Tour si svolga quest’anno».
➣  A che cosa pensa un uomo di 94 anni, con tutto questo passato, in questi tempi di confino? Cosa viene fuori da una vita densa come la tua? «Ho perso così tanti amici che non parlo più di ciclismo. Ho gettato tutto, le foto, le magliette, i trofei, non mi è rimasto nulla. Ma penso spesso a Fausto, che era come un fratello. Nel 1959, quando Bobet si ritirò, mi offrii di accompagnarlo con Anquetil, Anglade, Rivière, Hassenforder nell’Alto Volta. Fausto amava la caccia, aveva accettato, era felice di rivedere l’Africa dove era stato fatto prigioniero nel 1943, in Tunisia, dalle truppe di Montgomery».
➣  E lì, entrambi avete contratto la malaria. «Corremmo un criterium a Ouagadougou e poi, con Fausto, andammo a visitare l’Africa, Abidjan, Conakry. A Fada Ngourma, nel sud dell’Alta Volta, alloggiavamo da un architetto italiano. Fausto passò la notte a caccia di zanzare, mi addormentai, tornammo insieme da Dakar. Ci separammo ad Orly, augurandoci buon Natale, lui tornava a Novi Ligure, io a Clermont. Poi mi ha chiamato perché cercava sei corridori per la sua squadra, la Tricofilina, con Bahamontes che aveva vinto il Tour del 1959. Gli ho detto che non mi sentivo bene. Mi rispose: “Neanche io”. Dopo di che non so più niente, sono stato come colpito da un fulmine, sono caduto in coma».
➣  Tu ne sei uscito, lui no. «Sono stato fortunato. Un medico che sapeva che ero stato in Africa, mi fece fare un esame del sangue e lo fece portare da due motociclisti dalla gendarmeria a Parigi, all’istituto Pasteur, che aveva individuò uno dei parassiti che causano la malaria nell’uomo. Successivamente i ricordi sono sfocati, tra brevi periodi di coma e risveglio, il tempo di vedere un prete che mi dava l’unzione estrema e i giornalisti nel mio salotto. Stavano tornando dal funerale di Coppi e si stavano preparando per il mio. Chany aveva fatto il mio necrologio, me lo fece leggere, deve essere ancora nell’archivio de l’Équipe. Finii sui giornali e lì ho visto i titoli: “La scomparsa di Coppi”, le foto del suo funerale, la folla al cimitero di Castellania, i volti terrorizzati di Bobet, Anquetil. Era l’orrore. Bobet non era venuto in Africa, Fausto prende il suo posto e muore di malaria. Con il destino non c’è niente da fare, fatalità, devi accettarlo. Come con questo virus, accetta la situazione e affrontala». | Intervista di Philippe Brunel,  l’Équipe 

 

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