Gli ori mondiali di Dorothea Wierer

 

Una donna con la carabina in spalla fa sempre strano
ma per me è come la racchetta per un tennista
Dorothea Wierer

 

biathlon
Il titolo mondiale di Dorothea Wierer

 

   Il momento decisivo. I 1600 metri d’altitudine, infatti, rendono ancora più insidioso dosare il respiro per sparare i colpi giusti. Doro manca il primo. «In quel momento ho pensato: adesso concentrati solo sul lavoro che hai fatto e non pensare al risultato». La finanziera altoatesina prende fiato, rientra nel suo micromondo e colpisce gli ultimi quattro, affrettandosi a coprire il giro di penalità, mentre alla Roeiseland ne toccano due quanti gli errori. «E dire che nell’azzeramento al poligono del riscaldamento, non ero stata perfetta. Meglio così, perché così ho curato ogni singolo colpo in gara», ha ammesso con un sorriso l’azzurra. | Alberto Dolfin, Corriere dello Sport-Stadio

 

La rimonta. Settima al via dopo la sprint, deve rimontare la fila e la propria biografia. Con l’erre moscia: «Ho parlato con il mio allenatore che mi ha detto di godermi ogni gara come se fossi in allenamento e di concentrarmi solo sul lavoro. Ci sono riuscita anche grazie a un’ottima condizione fisica. Le mie gambe giravano bene e avevo più forza». Sì: precisa e veloce al tiro, è solida ed efficace sugli sci. «Sin dalla partenza sono stata benissimo, al poligono ho trovato le sensazioni giuste, sono stata efficace ed ero in fiducia». | Alessandra Retico, la Repubblica

 

Dopo la delusione olimpica. In questi giorni iridati era lei la protagonista più attesa, oberata di impegni lontana dalla neve, che ha dovuto sconfiggere non solo le avversarie in pista, ma anche quella pressione, che all’Olimpiade di PyeongChang le aveva fatto mancare il bersaglio della medaglia individuale, costringendola ad «accontentarsi » del bronzo con la staffetta mista. In questi giorni, persino due assi dello sci alpino come Dominik Paris (venerdì) e Christofer Innerhofer (ieri) hanno deciso di assistere al Mondiale dal vivo, così come la vicecampionessa olimpica ad Atene 2004 di tiro a segno Valentina Turisini. Sabato prossimo, come ha twittato ieri, arriverà ad Anterselva anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a complimentarsi con colei che ha scatenato la biathlon-mania in Italia. | Alberto Dolfin, La Stampa

 

Che cosa sappiamo di Dorothea Wierer. Dorme solo quattro ore per notte, non sa rinunciare al cioccolato, ama la moda e lo spritz, vorrebbe essere più alta (è 158 cm) e meno muscolosa, vive a Cavalese in Val di Fiemme con il marito Stefano ma è a casa solo 70 giorni all’anno. Non le piacciono i giri di parole (vietato Doro d’oro), adora i tacchi a spillo, da quando gareggia truccata la imitano anche le avversarie e ha detto no — ormai lo sanno anche i muschi e i licheni — a Playboy (non ne parla volentieri, però la proposta l’ha lusingata assai e di solito chiude l’argomento con una battuta: «Al massimo poso in intimo e photoshoppata!»). Sportiva da 400 mila euro a stagione tra premi e sponsor, fiore all’occhiello delle Fiamme Gialle, 700 ore di allenamento nel fondo e 300 nel tiro a stagione, donna che non dimentica. | Gaia Piccardi, Corriere della sera

 

Il passe-partout che spalanca la porta al biathlon. Soprattutto questo trionfo indimenticabile diventa il passe-partout che spalanca la porta al biathlon, non più sport sconosciuto e nicchia di pochi appassionati, ma capace di trascinare ed emozionare un po’ tutti i tifosi che, in una domenica invernale solo sul calendario, hanno gioito ed esultato tra una lasagna e un arrosto, vedendo il tricolore sventolare più in alto di tutte le altre bandiere, per lo scorno di tedeschi, norvegesi, finlandesi, svedesi, francesi, austriaci, cechi, russi, svizzeri…Paesi dove il biathlon è praticamente una fede. | Francesco Ceniti, la Gazzetta dello sport

 

Origine ed evoluzione del biathlon

 

  Uno sport ancestrale. Quando l’uomo scandinavo, qualche diecina di secoli fa, non disponendo ancora di supermarket con alci surgelate e alghe bio nei dintorni delle steppe, avvertiva i morsi della fame, lì senza saperlo inventò il biathlon. Sport ancestrale, dunque. Primigenio. Chimicamente puro. Come qualunque attività umana strettamente legata al bisogno. Discendente diretto della caccia sugli sci, pura pratica di sostentamento materiale, il biathlon è sport per eccellenza perché naturale come la difesa della vita stessa. Forza, precisione, resistenza, self control. Dagli spasmi del diaframma, che un buon tiratore deve saper tenere a bada perché dal suo mirino non scappi via la preda in un improvviso tremore di polso, a quelli della fatica bruta. Controllo nello sforzo. Infilare ai piedi (gelati) due assi di legno (ora mescola di leghe ben più smart e tecno), uscire sulla neve e tra i larici, addocchiare selvaggina con occhioni teneri e spersi, procacciarla per la tribù, e via a ricominciare così l’indomani, in una coazione a ripetere ancestrale. | Paolo Pagani, Sky Sport online, 19 febbraio 2014

 

  Ora i bersagli sono elettronici. L’evoluzione dei bersagli. Ora tutto nel biathlon è tecnologico, sia i fucili che i bersagli ai quali gli atleti devono sparare. Ma nei primi anni gli atleti dovevano colpire bersagli di carta o palloncini gonfiati ad aria. Questi vennero poi sostituiti da bersagli di vetro, che però erano poco affidabili, visto che si frantumavano più per il freddo che per il proiettile. Nel 1978 ebbe quindi inizio l’era del bersaglio di metallo nero: questo, se centrato, azionava una leva che copriva il bersaglio con una piastra bianca. Un sistema ancora in uso, anche se a partire dal 1989 venne man mano introdotto un sistema moderno computerizzato con bersagli elettronici. | Alessandro Cassaghi, Luuk, 16 dicembre 2019
Il secondo oro mondiale 48 ore più tardi
   Quarantotto ore dopo la vittoria nell’inseguimento, Dorothea Wierer ha vinto il titolo mondiale anche nell’individuale. Battuta Vanessa Hinz per 2 secondi e 20. Lisa Vittozzi 71esima. 

 

Com’è andata. Se per il primo trionfo stentava a crederci, per questo? Quello che ha veramente impressionato è stata la tenuta mentale e poi l’ultimo sforzo fisico all’uscita del quarto poligono, chiuso a zero, come il terzo. Nell’ultimo giro ha trovato davvero una forza sovrumana, mentre Lisa Vittozzi conclude forse una delle peggiori gare della sua carriera. Otto errori, oltre la settantesima posizione. Non è mai riuscita a entrare in gara, fin quando poi alla fine l’ha buttata via nel peggiore dei modi per far cessare prima possibile questa giornata. Rimangono la Mass start e la staffetta mista. Sarà finita qui?  | Marco Di Marco, Sciare Magazine

 

La cronaca mozzafiato dell’ultimo giro. Il sorteggio le aveva riservato il 57. Non l’aveva presa benissimo, perché lei ama fare la gara senza badare a cosa fanno le altre. Dicevamo l’ultimo giro, quello decisivo. Doro è sesta dopo il terzo passaggio, ma serve qualcosa di speciale per vincere. Entriamo in zona estasi. Quando la Hinz si presenta al tiro, le bandiere nero-rosso-oro sventolano, il ruggito dei panzer scuote la valle. È in testa e non ha mai sbagliato dal poligono. Ma eccolo il fuori bersaglio che rimescola i giochi. Nel frattempo anche la norvegese Roeiseland (oro nella sprint) è incappata nel secondo errore, stesso destino della svedese Oeberg, mentre la polacca Hojnisz manda in fumo le speranze di podio con un doppio sbaglio. I tedeschi esultano, sembra fatta. Poi arriva Doro: silenzio assoluto. Uno, due, tre, quattro, cinque tondini bianchi (vogliono dire: colpito) coprono i bersagli. Da non credere. L’azzurra si lancia in pista e quando esce dalla postazione ha poco più di 2” sulla Hinz. Si decide negli ultimi chilometri sugli sci. I tedeschi ammutoliti guardano il cronometro sui maxi schermi, prendono coraggio quando la coreana Abe per poco non taglia la strada alla nostra, che la passa nell’unico pertugio possibile. Il vantaggio scende a un secondo e mezzo. Mancano poche centinaia di metri. Tutto è possibile. Il rettilineo finale è da batticuore: i tedeschi “soffiano” contro l’azzurra che però fa come Grosso, li gela per 2”2 (3a Roeiseland a 15”8), esultando a braccia alzate prima di crollare, stremata, a terra. F-a-n-t-a-s-t-i-c-o. | Francesco Ceniti, la Gazzetta dello sport

 

È stata brava a “dare tacche”. La gara di Doro, intanto, non era iniziata secondo i piani: un bersaglio mancato nella sessione a terra, un altro in quella successiva in piedi. Andreas Zingerle, tecnico azzurro di tiro e anch’egli originario di questa valle, scuoteva la testa. «Per come era cominciata, non pensavo che sarebbe andata a finire così – ha ammesso a fine gara il 58enne altoatesino, bronzo in staffetta all’Olimpiade di Calgary 1988 – Nella prima serie, Dorothea aveva il vento verso sinistra, poi ha cambiato e ha soffiato verso destra. Doro è stata brava a “dare tacche”». Ovvero correggere la mira nella diottra, operazione che si fa solamente nei poligoni in posizione prona, in questo caso il primo e il terzo. | Alberto Dolfin, Corriere dello Sport-Stadio

 

Dorothea e gli sponsor.   Lei è più popolare in Germania o Russia, non è strano? «Con la diretta dei Mondiali sulla Rai e su Eurosport forse riusciamo a crescere e far conoscere questo sport anche in Italia. Speriamo che comprino i diritti di tutte le gare, per farci seguire di più dagli italiani».
Red Bull, Adidas, Huawei, solo per citare alcuni dei suoi sponsor. Si sente ricca adesso? «Sto molto bene, credo di essere fortunata. Ma dietro questi contratti c’è tanto lavoro. Parlo di molti impegni, di presenze in numerosi eventi. C’è il pro e il contro».
A spingerla fino al 2022 potrebbe essere anche il flop all’ultima Olimpiade. «In Corea ero un’atleta diversa, pativo tanto le emozioni. Eppoi quelle erano Olimpiadi del cavolo, il posto era bruttissimo, si mangiava male, il villaggio era pessimo».
Perché non ritentare, quali altri sogni in fondo le restano? «Magari rivincere la Coppa del mondo. Ma c’è anche la sfera privata, e lì mi immagino di costruire una casa, una famiglia. Vivere una vita normale».  | Mattia Chiusano, la Repubblica

 

Lei, Compagnoni, Belmondo. «Non me l’aspettavo proprio, perché avevo iniziato con un doppio errore al tiro – le parole di Dorothea Wierer -. L’oro è stato un di più. Onestamente non ho sentito i miei tecnici lungo la pista, perché c’era tanto tifo ed ero molto concentrata sulla mia gara. Comunque loro fanno un gran lavoro e vanno sempre ringraziati». Mancano due anni ai Giochi di Pechino 2022, ci sono tanti altri trofei ancora da conquistare, ma l’oro olimpico porterebbe l’altoatesina ai livelli di Arianna Fontana (short track) e Gerda Weissensteiner (slittino), uniche due donne italiane capaci di vincere titolo iridato, olimpico e Coppa del Mondo, negli sport invernali. «Però non mi sento leggendaria come grandi atlete come Compagnoni e Belmondo».  | Gianmario Bonzi, Tuttosport

 

Ha più fan stranieri che italiani. Questo sport in cui Dorothea Wierer è diventata regina raduna 50 mila tifosi nello stadio dello Schalke 04 per una gara esibizione, è popolare in Scandinavia e Russia, regalando all’azzurra più fan stranieri che italiani (467 mila i suoi follower su Instagram). Ama la natura, andare a cavallo, tirare con l’arco, ma anche essere impegnata: il suo abito da sposa è andato all’asta per aiutare il Nepal dopo il terremoto.  | Mattia Chiusano, la Repubblica

 

Se nei bar si parla di biathlon, è merito suo. Doppietta iridata come Stefania Belmondo (Falun ‘93, Ramsau ‘99) e Deborah Compagnoni (Sestriere ‘97), altri paragoni che si sprecano volentieri per questa campionessa tascabile, fredda ma mai scostante, spiritosa ai confini con la sfacciataggine, occhi bistrati da tigre siberiana. «Ho gareggiato senza pressione addosso, concentrandomi solo sul gesto tecnico. Mi andava bene anche un argento, ma meglio l’oro! Sono felicissima, e il fatto di dare grande visibilità al mio sport mi rende orgogliosa». Se nei bar italiani si parla di biathlon, è merito suo. Cinque bersagli a 50 metri e un caffè macchiato. Il resto, mancia. | Gaia Piccardi, Corriere della Sera

 

Il suo tricolore indigna gli altoatesini secessionisti. Dorothea Wierer è uno spot permanente per il biathlon. Ma anche per l’Alto Adige. Tuttavia, ora che la sua popolarità è all’apice, la campionessa altoatesina finisce nel mirino degli haters secessionisti a causa del suo amore per il tricolore. A dare la stura alle polemiche del popolo del web, è il comandante degli Schützen Jürgen wirth Anderlan che riprende un’intervista, tradotta dal sito secessionista Brennerbasisdemokratie, in cui la Wierer sottolinea di amare la bandiera italiana tanto da essersi attaccata un cuore tricolore sul calcio della carabina. «E questo sarebbe il simbolo dell’Alto Adige?» si domanda sarcastico Anderlan ottenendo subito i consensi dell’universo secessionista. «Dovrebbe vergognarsi» attacca Stefan Unterberger, dei giovani Schützen di Bressanone.  | Corriere dell’Alto Adige

 

All’ultima serie parlavo con me stessa. Conoscevo i tempi, a un certo punto ho pensato che mi sarei potuta accontentare dell’argento. È stato un attimo, mi sono detta di combattere, che dovevo vincere   Dorothea Wierer

 

Italia-Germania. È la Germania la grande sconfitta, cioè la nazione che crede nel biathlon con fede quasi integralista e che in passato ha avuto spesso periodi di dominio quasi imbarazzante in questo sport. I tedeschi invadono Anterselva ogni anno per celebrare i loro successi in una terra dove il loro sport è capito e amato e dove tutti parlano la loro lingua. In questi Mondiali 2020 hanno assistito ammutoliti ai capolavori di Dorothea. La Herrmann aveva la possibilità di vincere ma, come accade spesso, ha buttato via l’occasione sbagliando gli ultimi due tiri dell’ultimo poligono. Il testa a testa finale è stato allora contro l’altra tedesca Hinz, perfetta nelle prime tre serie di tiro ma con un errore pesantissimo nell’ultima. | Danilo Ferri, Sky Sport online 

 


 

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Che cosa c’è oggi su Slalom

 

Il biathlon esce dalla nicchia con il titolo mondiale di Dorothea Wierer. La sua rimonta. Che cosa sappiamo di lei. Origine ed evoluzione di uno sport ancestrale. | Calcio italiano. L’appetito da scudetto della Lazio. I giudizi sbagliati sull’Inter. Il rientro di Chiellini e la leadership di Dybala alla Juve. Il ricatto a Balotelli. L’operaismo del Napoli di Gattuso. Le perplessità di Gullit sul Milan | Basket. Venezia ha vinto la Coppa Italia. Daye protagonista nella città di suo padre. A Chicago nella notte l’All-Star Game più bello degli ultimi anni. | Ciclismo. Giulio Ciccone ha vinto il Laigueglia. Sul Ventoux sabato Quintana è andato più veloce del record di Pantani. | Tennis. Da oggi i coach possono parlare alle giocatrici durante le partite. Seppi ha perso la finale a New York. | Calcio internazionale. La strategia difensiva del Manchester City. In Inghilterra scrivono che con l’addio di Guardiola finirà il Catalan-chester City. Adesso fa gola il quinto posto. In Spagna il Real Madrid continua ad andare così così. | Sci. C’è anche Petra Vlhova per la Coppa del mondo: ha vinto lo slalom a Kranjska Gora. | Atletica. Il coronavirus ha fatto chiudere in Cina l’agenzia antidoping: la Wada teme i furbi. Il metodo Bubka per Duplantis: un centimetro al giorno. | Pallavolo. Cinquemila spettatori per Conegliano-Novara femminile | Lotta. Chamizo ha vinto il titolo europeo e San Marino ha preso la sua prima storica medaglia

 

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