Se ho dovuto aspettare una vita per vincerlo qui, allora ne è valsa la pena aspettare
Luciano Spalletti
DIARIO DELL’ATTESA
La prima volta che Napoli aspettava, il titolo rubato a Troisi non era Ricomincio da tre ma Scusate il ritardo. La domenica mattina del 10 maggio 87 bisognava battere la Fiorentina, oppure pareggiare e aspettare notizie dal campo dell’Inter, di nuovo, pure allora. Pier Cesare Baretti era un ex giornalista di Tuttosport, diventato presidente dei viola. Una volta aveva intervistato Eduardo De Filippo all’hotel Royal, sul lungomare, e quando veniva a Napoli prendeva sempre la stessa stanza là, andava a cena dalla signora di Vini e Cucina, la quale lo sfruculiava, lo chiamava ‘o francese. Uno o due giorni prima della partita, Baretti disse che stavolta al San Paolo sarebbe entrato da un varco diverso, non più quello per la tribuna stampa, e la cosa gli pareva strana, ma gli pareva anche un avviso misterioso da parte di qualcosa, di qualcuno, il segno che anche Napoli stava cambiando.
La prima volta che Napoli aspettava, aspettava pure Mario Gherarducci, napoletano, giornalista del Corriere della sera. Contò duemila palloncini montati per le strade nella sola Forcella. In tutta la città, scrisse, “pare che negli ultimi mesi ne siano stati confezionati mezzo milione”.
A sfogliare i giornali di quel tempo, si scoprono scudetti giganteschi che in città fioriscono un po’ dovunque, di tutte le misure, alti da 3 a 10 metri. Il più grande, illuminato da centinaia di lampadine, viene segnalato a San Martino, da dove vedi tutta quanta la città fatta di inciuci e di fotografie. Venti metri d’altezza, dicevano.
In Piazza Mercato, dove abitava Masaniello e dove arringava la folla, dove lo trafissero con gli archibugi e gli tagliarono la testa, fecero sfilare un drago lungo venti metri, animato da un centinaio di persone. La testa stavolta era quella di Maradona, in cartapesta. Da piazza Plebiscito era annunciata la partenza di una mongolfiera verso la collina del Vomero, dal centro di Napoli una sfilata di ciucci verso la cima del Vesuvio. Raccontavano di collette nei quartieri, si tassavano per farne arrivare a centinaia dalla Sardegna, a Napoli non se ne trovavano più. Embè, erano finiti i ciucci. Un commerciante da solo ne aveva noleggiati dieci. Senza conducente. Diventò protagonista nelle cronache uno che all’angolo di un vicolo, non meglio identificato, si faceva spennellare di azzurro la groppa.
La maggior parte di questi dolci incanti non venivano dalla leggendaria fantasia del popolo napoletano. Era altrettanto leggendaria la fantasia degli inviati, che a Napoli cercavano colore e raccontavano le prodezze di una città che evidentemente doveva avere a ogni angolo un Carlo Rambaldi. A distanza d’anni, certe formule linguistiche sono meravigliose. “Sono in arrivo”, “sono attesi”, “si annunciano”. Vengono, non vengono, poi si vede.
A Santa Lucia, dicevano i giornali, verranno esposti due pupazzi alti cinque metri con le sembianze di Maradona e Bagni. Da Nola sono in arrivo – eccolo qua, sono in arrivo – cinque carri allegorici, uno dei quali con Maradona incoronato da Rummenigge e Platini. Ci fu qualcuno che scrisse pure perché proprio quei due. Perché non erano calciatori italiani, sarebbe stato irrispettoso. Dei subacquei si sarebbero calati davanti a Massa Lubrense per lasciare uno scudetto sul fondo, a quaranta metri di profondità, sopra un tappetino di gorgonie, accanto alla Madonnina della grotta di Vervece. Sul Vesuvio avrebbero certamente steso un immenso telo azzurro lungo un paio di chilometri, visibile da tutta la città: un fiocco alla montagna, come faceva Christo. Solo che il fiocco poi non andò alla montagna, e nemmeno la montagna si mosse per andare al fiocco.
Le fonti ispiratrici di tutta questa letteratura alla Jules Verne erano ovviamente dei napoletani – calati nella perfetta Recita Collettiva, la parte di loro stessi, i napoletani che non devono tradire l’idea presente nel resto del Paese, dove li immaginano alle prese con chissà che cosa, eh voi li conoscete, chissà che cosa faranno, mamma mia.
A San Giovanni a Teduccio era atteso – era atteso – un impasto di cinque tonnellate per sfornare migliaia di pizze da distribuire gratuitamente. Solo pizze, nemmeno una piadina.
Intervenne pure il professor Paolo Angelini, primario di cardiologia all’Università di Baylor, a Houston. Disse che lo scudetto avrebbe fatto bene al cuore dei tifosi napoletani. La sua tesi venne riportata a margine alla seconda giornata di lavori del congresso nazionale di cardiologi ospedalieri a Sorrento, dove venne diffusa la confortante certezza che la forte emozione sarebbe stata euforia, contentezza, dunque senza traumi negativi per il sistema cardiovascolare. Meno male.
Il prefetto di Napoli, Agatino Neri, si mise in contatto con Franco Carraro, e qui la cosa più difficile è ricordare su quale poltrona sedesse Carraro all’epoca. Comunque sia, dal suo trono concesse la diretta televisiva sulla terza rete – così si diceva – per la sola zona di Napoli degli ultimi 20 minuti della partita, e poi i festeggiamenti. Al Napoli arrivarono gli auguri dell’assemblea nazionale del PSI. Bettino Craxi disse con una certa schiettezza che tanto a lui i napoletani non gli stavano portando via niente, perché era tifoso del Torino.
Il filosofo Sebastiano Maffettone era in partenza per Oxford. Aveva in programma delle letture. Fece in tempo però a dire a Stefano Malatesta, su Repubblica, che lui andava alle partite del Napoli da trent’anni, suo padre da cinquantadue, e «non abbiamo mai visto il Napoli vincere il campionato. Adesso lo vincerà: e questo mi sembra, da solo, un buon motivo per essere allegri e per fare festa». I filosofi. Ne sanno sempre una più di noi.
Malatesta faceva notare un improvviso fiorire di narratori della città, “chiunque sappia reggere una penna in mano è stato invitato a scrivere e a descrivere le sue emozioni per il momento magico (il magico si spreca)”. Il Mattino aveva messo in programma di uscire il lunedì con le pagine in azzurro, ma la carta non resse, allora furono stampati scudetti giganti in prima pagina. C’erano orchestrine ovunque, ovviamente suonavano tarantelle e tammurriate. Non ne parliamo dei fuochi artificiali.
La prima volta che Napoli aspettava è simile in molti aspetti a oggi. Anche questa è una prima volta, lo è per chi non ha visto l’altra. Nel 1987 si aspettava da oltre 60 anni, i trentatré trascorsi dal 90 rendono dei debuttanti al ballo dello scudetto all’incirca un milione di persone in tutta la provincia. Sono gli Under 33. La differenza? Nei vent’anni prima del titolo 87 il Napoli era arrivato due volte secondo e quattro volte terzo. Adesso non manca l’Europa da un quindicennio.
Giulia Zonca su la Stampa racconta allora il tragitto fatto “dalla C1 al primo posto nel campionato di serie A in 19 anni e non sono pochi. Sono una eternità. Pesano più dei 33 passati dall’ultimo titolo, soprattutto perché si portano dietro campi malconci, trasferte scomode, promozioni faticose, memorie maleodoranti, una costellazione di allenatori sempre definiti in totale sintonia con la città e puntualmente partiti senza salutarla. Fino al Piccolo Principe citato da Spalletti: «È il tempo che determina se vuoi bene a una cosa». Lui parla delle infinite ore dedicate dalla squadra alla preparazione e tutta Napoli legge altro, avverte lo stress degli anni spesi ad aspettare, a credere”.
Perché proprio adesso, perché non prima, si domanda Zonca, quando c’erano “i tre tenori, nella fase ormonale del Napoli con Hamsik, Lavezzi e Cavani e come abbia fatto quel Napoli a mancare l’obiettivo qui non è ancora chiaro. Perché Hamsik, che dava passaggi in Ferrari agli anziani sulla via di Castel Volturno e si faceva alzare la cresta dal parrucchiere nella periferia di Quarto, non fosse l’uomo del destino. E perché non lo sia stato Higuain, il prediletto, argentino e della giusta dinastia, l’attaccante perfetto per restaurare la predominanza. Niente, nemmeno con lui, per giunta poi traditore”.
C’è una bandiera in giro, su una bancarella da qualche parte, mi pare al Rettifilo, anche con la sua faccia. Deve essere uno scarto di magazzino. Hanno aggiunto una scritta: core ‘ngrato. Provano a riciclarla così.
La prima volta che Napoli aspettava, in tribuna avevano invitato Jeppson e Krol. Oggi in tribuna sarebbe bello vedere certi improbabili mediani alla Consonni passati sui campi della C e Rafa Benitez che avviò il processo di internazionalizzazione di questa squadra.
Monica Scozzafava sul Corriere della sera scrive che “c’è chi Maradona lo ha visto e ha festeggiato le sue gesta (ieri l’anniversario dell’ultimo tricolore azzurro), ma ci sono anche i bambini e i ragazzi più o meno cresciuti che della storia del Pibe hanno sentito solo parlare e oggi vivono come sospesi, con lo sguardo sulla città delle meraviglie, la gioia dell’attesa di qualcosa di nuovo e di grande”.
Gennaro Di Biasi sul Mattino dice che “l’attesa per la festa tricolore mette in crisi il mondo delle cerimonie religiose”. Si registra un calo del 30% degli invitati e sono piovute disdette di pranzi turistici. L’ordinanza comunale di stop al traffico prevede una deroga per gli invitati a comunioni e battesimi, ma la certificazione è affidata alle singole chiese. Insomma, è tutto nelle mani dei parroci.
Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio, racconta come il simbolo di questa festa siano “le lunghe strisce di plastica, agganciate ai balconi, alle cancellate e ai pali elettrici, che vestono i tetti e le facciate dei palazzi. Vanno di casa in casa, da San Domenico Maggiore a piazza Trieste e Trento, attraverso via Chiaia e l’omonima Riviera guardano il golfo da parte a parte, risalendo sino a Fuorigrotta. Fili di comunità che, collegando un capitello barocco con una finestra popolare, raccontano la variegata geografia sociale della città basta guardare Napoli dall’alto nella notte della vigilia: dalla collina di Posillipo al Molosiglio è un presepe illuminato. Ogni luce stanotte è una speranza stupenda”.

Forse privo delle agenzie che dalla Milano interista parlavano di complotto e da Casa Juventus di decisioni contrarie a senso unico, una settimana fa Aldo Cazzullo dal Corriere della sera spiegava alla città di Napoli come era buono e giusto festeggiare, “basta piangere, basta lamentarsi”, altrimenti poi tocca dar ragione a chi dice “che il Nord sarebbe la Baviera se non ci fosse Napoli”.
Stamattina è Beppe Severgnini a sapere con certezza come si fa, in un nuovo editoriale che dispiega la mano, accarezza la testa e spiega: “Non tutte le vittorie sono simili, e non tutte le celebrazioni sono uguali. Alcune squadre le hanno rovinate, insultando gli avversari sconfitti; tanti tifosi hanno esagerato. Non parliamo dei delinquenti, che in fondo tifosi non sono (solo fanatici in cerca di un’occasione). Parliamo dei sostenitori di una squadra. Quelli per cui uno scudetto è un cerchio che si chiude. Un momento di armonia. Spero davvero che i tifosi azzurri, nei prossimi giorni, usino testa e cuore. È il momento di lanciare, insieme alle grida di gioia, anche un pernacchio doc contro i luoghi comuni. Certo, Napoli ha dovuto sopportare tante cattiverie. Ma «la vera gloria di un vincitore è quella di essere clemente». Parola di Vincenzo Cuoco. No, non era un giudice di Masterchef. È l’autore del «Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799», scomparso nel 1823. Un’altra rivoluzione, sportiva e civica, è possibile nel 2023? Perché no. Napoli sorprende sempre”.
E speriamo, dai, speriamo bene. Che nessuno adoperi insulti contro gli avversari. Quelli sul Vesuvio che c’entra, sono sfottò. E che ci sia clemenza, che nessuno pensi di prendere una scimitarra in piazza e tagliare la testa a un avversario, come ai tempi di Vincenzo Cuoco. Se non succede, si sa, Napoli sorprende sempre. Se succede – oh, che ci vuoi fare – in fondo è Napoli.
«Napoli viene raccontata in maniera impropria, dall’esterno la vedono teatrale mentre invece è energica, un po’ folle, vera, autentica, anche essenziale. E noi, io e i ragazzi, siamo orgogliosi di averle dedicate il nostro tempo per intero» | Luciano Spalletti
letture Il colore azzurro
“ È un colore rivoluzionario, calcisticamente. Azzurro, solo azzurro, senza strisce, senza bande orizzontali, verticali o diagonali. Una tinta unica, come non capitava in Italia dalla maglia della Roma, campione d’Italia 2000-01. Da allora in poi solo Juve, Inter e Milan; lo scudetto è stato cucito solo su casacche a strisce. Il tricolore con il codice a barre. Le strisce sulla maglia del Napoli starebbero malissimo, tristi: sembrerebbe un cielo azzurro visto attraverso le sbarre di un carcere. Giovanni Di Lorenzo, il capitano, dal 2015 ha vestito solo maglie azzurre (Matera, Empoli, Napoli, Italia) e ha una figlia di nome Azzurra. Capitano del Napoli campione d’Italia.
Chi se lo sarebbe immaginato l’estate scorsa, dopo l’emigrazione di Insigne, Koulibaly e Mertens? Nessuno. La notte dell’incoronazione a segretaria del Pd, Elly Schlein, vincitrice a sorpresa sullo juventino Bonaccini, espressione dell’apparato, commentò citando una femminista statunitense: «Neppure questa volta ci hanno visto arrivare». Ecco, il Napoli di Spalletti nessuno lo ha visto arrivare” – di luigi garlando, la Gazzetta dello sport
OGGETTI DI SCENA
I trolley nelle strade di Napoli
“In un paio d’ore ne incontri mille. Gente che va, viene, s’innamora, resta. Maria dice che il suo fidanzato è stato intervistato dalla tv svedese. Lei lavora in uno dei B&B di piazza Garibaldi, viene da Mar del Plata, un altro mare, anzi un Oceano, lontano sulla carta geografica eppure incredibilmente vicino grazie al pallone, un tramonto giallo mai visto altrove.
… La città è una miscela di lingue, dove il napoletano dei tanti striscioni si dà il cambio con lo stupore di chi è arrivato da lontano. Un “è stata la mano di Dio” è l’ingresso al rione Vasto, a uno sguardo dalla stazione centrale, dove qualche volta è stato avvistato Osimhen per andare a salutare i suoi tanti connazionali e magari andare alla ricerca del cibo di casa sua. Per la verità Victor è ovunque: la sua sagoma mangia hamburger, beve limonate, indossa vestiti. E se non c’è la sagoma ecco un bambino in carne e ossa, nigeriano pure lui, che prova a dribblare anche la statua di Dante nella grande piazza ancora capace di trovare lo spazio per una partitella. In effetti è strano, la città alterna ingorghi e vuoti ancora da riempire” – di valerio piccioni, la Gazzetta dello sport
Le voci
Alessandro Siani
➣ Esiste una Napoli post Maradona?
«Maradona non è mai post. Maradona è now. Ci ha insegnato la vittoria, ci ha trascinati con un atteggiamento di lucida sfida contro ogni retorica e pregiudizio. Un genio al quale bastava strofinare il pallone per mostrare i desideri nascosti nel profondo della nostra anima. Maradona è come i jeans: non passa mai di moda. È una stella che ci orienta quando siamo persi nell’ipocrisia del calcio».
➣ Uno scudetto senza di lui non lo renderà un po’più distante?
«Impossibile. Nel 1984 è arrivata una cometa da Buones Aires e come sappiamo alcune comete ritornano dopo migliaia di anni. Lo scudetto arriva dopo 33 anni. .. dopo che Messi ha vinto il mondiale con l’Argentina, proprio come accade nel 1987 con Diego. Qui c’è un meraviglioso e straordinario murales di Diego, non una semplice opera, più una cittadinanza. L’omaggio a un parente che ci è venuto a trovare in un giorno di festa e non è andato più via».
➣ Perché gli stranieri si sono innamorati di Napoli oggi?
«Inciampi nei turisti, sono dappertutto per fortuna. Ieri ho fatto una passeggiata nel centro storico ed erano ovunque francesi, americani sbucavano da tutte le parti. Dopo il lockdown c’era uno striscione che diceva “ne usciremo tutti migliori”. Non so se siamo migliori, sicuramente siamo usciti in massa e siamo tutti qui». – intervista di giulia zonca, la Stampa
Mimmo Paladino
➣ Che cosa vede da Milano?
«Un’opera collettiva, di grande tensione. Una corale dove tutti partecipano. Mi piace lo spontaneismo dei napoletani».
➣ La festa è una sospensione a guardare le sue opere, questa che cosa sospende?
«Tutto quello che c’è di drammatico negli anni e negli animi, come in un carnevale. E si apre al gioco, alla libertà. Non dico che deve fare quello che vuole. Ma Napoli è civile. Io non sospenderei nulla. Non mi aspetto negatività. Napoli ha un equilibrio interno che pure se gira alto con l’euforia non fa guai».
➣ Paul Auster rimprovera a Napoli un eccesso di autonarrazione, tra murales e striscioni, pensa che il prossimo passo per Napoli sarà diventare più pratica di New York?
«New York è un mondo sé. Se non c’è un palcoscenico non esisti. Sali ed esisti e rimani sacro. Napoli i suoi li riconosce e li accantona, e aspetta la riscoperta degli altri. Troisi allontanandosi diventa grande. Così Eduardo. A Napoli il talento di Sergio Bruni era quasi normale. Come Pino Daniele o De Simone. Questo è bello. Napoli non ha bisogno delle sovrastrutture. Non ti mette sul palco, ti tira giù dal palco».
➣ Questo scudetto ha come base una città multiculturale?
«È il suo specchio. Si è napoletani appena si mette piede a Napoli. E poi si decide se restarci o meno. Solo New York è così. Vai là e devi dimostrare quello che vali. A Napoli non devi nemmeno dimostrare di essere qualcuno o valere qualcosa». – intervista di marco ciriello, la Gazzetta dello sport