VITE OLIMPICHE
C’è stato un tempo nel quale lo sport costruiva ponti e ci raccontava la storia di Jesse Owens e Luz Long, uno afro-americano, l’altro cittadino della Germania di Hitler, che diventano amici in pista eccetera eccetera. Non vi commuovete, non serve. Siamo in un’altra éra. Siamo nell’éra di chi non vuole incontrare su un tatami un atleta israeliano alle Olimpiadi, adesso pure nel rifiuto di stringere la mano dopo una partita di tennis alla propria avversaria.
La guerra in Ucraina sta avendo la sua parte di conseguenze nello sport, dice l’Équipe, riepilogando lo stato dell’arte sul circuito WTA. L’ultimo episodio a Miami, dove Marta Kostyuk non ha voluto salutare a rete Anastasia Potapova dopo il match del secondo turno, giovedì. Potapova, a sua volta, era andata in campo a Indian Wells con la maglia dello Spartak Mosca. Un gesto percepito come un segnale di sostegno alla Russia. Lei ha detto: «Non c’era alcuna intenzione politica. Sono una super tifosa dello Spartak da quando avevo 10 anni. Mio padre ha costruito una parte dello stadio, quindi lo Spartak fa parte della nostra famiglia. Sono rimasta molto sorpresa, perché non avevo intenzioni maliziose». Non c’è altra scelta: o le crediamo o no.
Aryna Sabalenka, numero 2 del mondo, bielorussa, dice nel frattempo di avvertire odio intorno a lei negli spogliatoi, senza fornire dettagli, ma il riferimento sarebbe a uno scontro con un allenatore.
Dovrebbe trattarsi del coach di Lesia Tsurenko, Nikita Vlasov, perché è lui ad accusare Sabalenka di «usare lo stesso trucco della propaganda russa». Che cosa intende? Tsurenko si è ritirata dal match di terzo turno prima di affrontare Sabalenka parlando di attacco di panico. Sabalenka ha sospettato a voce alta che «c’è qualcosa di più di un semplice attacco di panico, più una situazione politica». E Vlasov ha preso male il commento. «Non si è nemmeno preoccupata di augurare ogni bene a Lesia, o una pronta guarigione. Ha fatto come la propaganda russa all’inizio della guerra, quando dicevano che erano stati gli ucraini a bombardare Kiev. È la stessa cosa».
È una scena che pare tratta da quel quadro di Peter Bruegel il Vecchio, La Parabola dei Ciechi. Sei uomini senza vista camminano su un sentiero, un fiume da un lato, un villaggio con una chiesa dall’altro. Il primo è caduto con la schiena in un fossato, gli altri sono tutti aggrappati tra loro e stanno per essere trascinati giù. Un mandriano sullo sfondo osserva senza far nulla.
Fa parte della Collezione Farnese, lo trovate in esposizione al museo di Capodimonte. Ma sbrigatevi, andateci entro giugno: in estate 60 opere saranno prestate al Louvre, non ho capito se anche questa. Ve lo faccio sapere.
Capodimonte o Louvre, la WTA dialogherà con le giocatricei ucraine, scrive l’Équipe per sciogliere queste tensioni. La data dell’incontro è allo studio. Kostyuk ha rifiutato di commentare, «prima che possa aver luogo l’incontro:; non credo sia una buona idea parlarne».
Il bando transgender dell’atletica
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L’altra questione senza ponti vive nel mondo dell’atletica leggera, fresco fresco di messa al bando delle atlete transgender dalle gare femminili.
Stamattina c’è un pezzo molto interessante di Carlos Arribas su El Pais.
Il giornalista spagnolo, firma olimpica e del ciclismo, scrive che la misura adottata giovedì sostituisce la norma precedente che fissava un limite per il testosterone endogeno, inferiore a cinque nanomoli per litro di sangue. La norma era così impossibile da osservare che World Athletics non ha registrato nessuna donna transgender tra le iscritte alle sue competizioni d’élite.
Jonathan Ospina, ricercatore in Scienze Motorie e professore all’Università di Valladolid, dice a El Pais:
«La World Athletics ha preso la decisione non sulla base di dati scientifici a proposito di una possibile superiorità delle donne transessuali una volta superato il processo androgeno della pubertà, ma piuttosto per paura. Nel gennaio 2022, i trionfi della nuotatrice trans Lia Thomas ai campionati universitari degli Stati Uniti hanno creato un grande scandalo. Pochi mesi dopo, la Federazione Internazionale di Nuoto (FINA) è stata la prima grande federazione olimpica a escludere le donne trans. Non ci sono dati, solo un effetto contagio. Ci sono solo aneddoti. Sappiamo di Lia Thomas, ma non di altre che non ce l’hanno mai fatta tra le donne».
Ospina centra un punto. Inoltre sul conto di Lia Thomas non si dice nemmeno bene tutto. Non si dice che alle finali NCAA vinse una gara e ne perse due. Non si dice che vinse la gara con un tempo di 10 secondi più lento del primato americano.
El Pais riferisce che Ospina ha studiato la questione per anni, ma riconosce un fallimento: «Non siamo in grado di determinare la memoria muscolare e gli effetti del testosterone sul lungo periodo di tempo. La causa fondamentale è che parliamo di un campione di persone ridotto, con rapporti molto complessi con il resto della società. Fare il grande passo della transizione richiede molta meditazione e il superamento di molte paure. Non è facile».
Arribas ha sentito il parere di María José Martínez Patiño, atleta internazionale esclusa dalle competizioni a causa della sua condizione intersessuale. È una delle atlete DSD. Come Caster Semenya. Il suo corpo produce più testosterone rispetto alle altre atlete. Attualmente è ricercatrice presso l’Università di Vigo.
«Non esiste una soluzione chiara, ma è chiaro che non si può legiferare sulla transessualità senza tenere conto del fatto che si scontra con qualcosa di importante per la società come lo sport».
Sulla scorta dei suoi studi, Martínez Patiño non parla tanto di memoria muscolare o dei benefici e degli effetti permanenti del testosterone, ma di «capacità acquisite in precedenza».
El Pais riporta alcuni pareri di sportive che difendono la decisione di WA.
Irene Sánchez Escribano: «Socialmente, ovviamente, i transessuali devono avere tutti i diritti in quanto donne, diritti che abbiamo tutte noi; ma sportivamente devono capire che non saremo mai in condizioni paritarie, perché loro saranno sempre superiori». Sánchez Escribano è laureata in Medicina. «Come atleta donna, mi sembra fondamentale poter godere della mia capacità di sentirmi competitiva con tutte le mie rivali. Perdo quel diritto con le donne transessuali. Sono più forti, più alti e più veloci».
Allo stesso tempo Sánchez Escribano difende il diritto di Caster Semenya a correre senza dover assumere estrogeni, e non crede che una soluzione sia la creazione di una terza categoria di genere. «Non ci sono abbastanza transgender per crearla. E non credo che vogliano sentirsi trans, solo donne».
Martínez Patiño crede che la società non sia preparata per l’arrivo di un terzo genere. Manuel Jiménez, professore di fisiologia e ricercatore di neuroendocrinologia all’Università di La Rioja, è invece preoccupato per l’ondata di transfobia e sarebbe favorevole. «Una competizione per sole transgender sarebbe la soluzione, non sarebbe più discriminatorio che consentire di competere con le donne cis e vincere. Punteremmo sempre il dito contro di loro. Sarebbe più esclusivo che inclusivo».
Il professor Ospina invece sottolinea: «Vengono resi pubblici solo i casi di trans che fanno scalpore, ma esistono anche quelli che non vincono. I casi di atlete transgender che non distruggono le avversarie non interessano la narrazione dominante. Non sono funzionali».
L’italiana Valentina Petrillo | Il Telegraph, giornale dei conservatori inglesi, scrive che gli organizzatori dei Mondiali Master di atletica leggera indoor sono preoccupati per potenziali proteste contro le atlete transgender. Perché la competizione si tiene da domani a sabato prossimo, prima dell’entrata in vigore del nuovo divieto.
I Mondiali Master di atletica indoor. Temono. Potenziali proteste.
L’evento non è neppure sotto la giurisdizione di World Athletics, ma il Telegraph recupera la storia di Valentina Petrillo, la velocista napoletana iscritta a 200 e 400 metri nella categoria Over 45. Nelle liste di iscrizione Petrillo è la quarta sui 400 e la seconda sui 200. Petrillo è ipovedente ha tentato di qualificarsi per le Paralimpiadi. Ha iniziato la terapia ormonale nel 2019. Due anni fa ha detto alla BBC che non sente di rubare niente a nessuno.
È paradossale che tutto questo avvenga dentro il perimetro di un movimento che usa come slogan: “Lo sport senza barriere”.
Non è solo una questione di stampa conservatrice o di stampa considerata progressista. Sul quotidiano Repubblica, nel giugno scorso è stato possibile leggere il seguente intervento di Marina Terragni, di Women’s Declaration International [WDI] e Rete per l’Inviolabilità del Corpo Femminile.
“Che cos’è una donna? È quella che ci ha messi al mondo, tutte e tutti. Su questo non può esserci alcun dubbio. … E le donne trans? Sono, appunto, donne trans”.
Un intervento che strada facendo ha preso sempre più la via della costruzione di uno scenario da incubo. “Va considerata questa novità – il pretendere di dirsi donne da parte di uomini che mantengono intatti i loro corpi maschili – e ne vanno attentamente valutate le conseguenze. Il self-id è già in vigore in alcuni paesi – ha scritto Terragni – come Canada, California e altri. Questo crea molti problemi alla vita delle donne. Due esempi possono dare l’idea. L’affermazione del diritto di essere accolti nelle case rifugio antiviolenza mette a repentaglio la sicurezza femminile. Un altro esempio: detenuti con corpi maschili intatti che ottengono di essere trasferiti nei reparti femminili Molti di questi detenuti che si dicono donne non sono nemmeno in terapia ormonale”.
Ma se non sono in terapia ormonale, allora si stanno solo spacciando per persone in transizione. Cosa c’entra con il percorso vero di transizione? Possibile che non sia richiesta una certificazione? Assomiglia a un quadro narrato in modo un po’ approssimativo.
Tuttavia Terragni diceva che “i casi di molestie e violenze sessuali si moltiplicano, anche le guardie carcerarie danno l’allarme: “escludenti” pure loro? Il self-id è questo e molto altro”. E infine si dedicava, su Repubblica, allo sport dicendo che “sono i grotteschi ori a Lia Thomas, Valentina Petrillo e altri atleti nati uomini che sbaragliano ogni primato femminile senza che lo strabordante chiacchiericcio dei media sportivi abbia mai il coraggio di affrontare la questione (l’organizzazione femminista che se ne occupa è Save Women’s Sport). Sono i corpi maschili che invadono le statistiche femminili, usufruiscono di quote lavorative e politiche riservate”.
Quest’ultima frase alimenta il sospetto più doloroso, che alla questione cioè ci si accosti come durante una guerra di religione, una guerra civile permanente fatta di quote.
Su Huffington Post – qui – c’è una intervista interessante di Nicola Mirenzi a Marina Terragni sul tema.
In Italia ne scrive gaio in un paio di frasi Jack O’Malley, tornato sul Foglio sportivo dopo un’assenza di circa un mese per quella sua uscita su Jankto di cui saprete. Il nom de plume si era fatto prendere la mano dal personaggio. Stamattina torna e scrive: “Alzo il boccale alla World Athletics. Ma non vi dico perché se no mi rompete le palle per un mese”.
Amen, pazienza. Almeno c’è Mauro Berruto alla pagina dopo.