La vita da Oscar della Signora Boxe

Il pugilato è una specie di jazz. Più è bello, meno la gente lo apprezza

George Foreman

 

Sta arrivando la notte degli Oscar, la 95esima edizione che avrà nel suo show una nuova esibizione di Rihanna, dopo quella del mese scorso al Super Bowl – La storia di Carlos Takam, onesto mestierante del ring chiamato a interpretare il ruolo di Joe Frazier in un biopic su George Foreman in uscita il mese prossimo – Il rapporto tra il cinema e la boxe, il primo sport a essere stato premiato con la statuetta al miglior film

 

«Salve, siamo la Sony Pictures». Quando è arrivata la telefonata in Camerun, Carlos Takam ha pensato che fosse uno scherzo. Chiedevano di lui. Da Hollywood. Senza neppure la chiamata a carico del destinatario. Chiedevano di lui, un routinier della boxe, per offrirgli il ruolo di Joe Frazier nel film biografico Big George Foreman. Il Frazier dell’epoca d’oro, il terzo peso massimo nel leggendario dualismo Foreman-Ali fiorito dal match di Kinshasa. 

«Ho riattaccato», dice Takam quando racconta della telefonata. «Ho pensato che fosse una bufala e ho riattaccato. Hanno insistito». 

Hanno insistito perché Takam per stile e dimensioni gli pareva credibile, come Frazier, specialmente quando porta il gancio. «Come lui, mi piace piegarli fino all’anca e farli risalire fino alla faccia» ha detto a Karim Ben Ismail, giornalista de L’Équipe. 

 

Per quasi un decennio, affrontare Carlos Takam è stato un rito di passaggio, una tappa obbligatoria sulla rotta verso il titolo mondiale. È un punto di riferimento, dice il giornale francese. Per quelli come lui, in America hanno un nome preciso. Un gate keeper. Sono gli avversari che ti fanno l’esame lungo la rotta verso il titolo mondiale. “Pugili stimati e rispettabili, che non hanno lo status di campione, ma con i quali bisogna misurarsi prima di pensare di andare più in alto”. Se passi il gate sei pronto. Forse. 

Takam non ha un potente promoter alle spalle, non ha mai avuto una chance per il mondiale, “la boxe non fa regali”, dice l’Èquipe, e a lui non ne farà nemmeno stavolta, nemmeno dopo il match della notte scorsa, quando alla vigilia della notte degli Oscar ha battuto a Parigi l’oro olimpico Tony Yoka – che alla cintura stava facendo un pensierino.

Le Figaro dice stamattina che “il francese continua ad aggrapparsi al suo sogno di diventare un giorno campione del mondo. E promette di lavorare ancora di più”.

 

E allora Takam? Una volta in Messico è sfuggito a un rapimento. Stava facendo jogging in strada. Un furgone si ferma, la porta laterale si apre, tre colossi gli saltano addosso. Lui pensa: ecco, oggi è il giorno che muoio. Lo afferrano, lo tirano su, gli fanno vedere la foto di un tipo, un giocatore della NFL. A quel punto Takam capisce. Non stanno cercando lui. 

«Per i bianchi, tutti i neri si assomigliano» ha spiegato dopo. 

Ha un’intuizione. Tira fuori il passaporto. Dove c’è scritto che lui è del Camerun. Il passaporto gli ha salvato la vita. Non solo. S’è fatto un amico. L’autista del furgone, quando ha letto Camerun, l’ha abbracciato. «Camerun! Io adoro il Camerun! Avete battuto la Colombia!».

Sì, in effetti. Hanno battuto la Colombia ai Mondiali di calcio del Novanta, oltre trent’anni fa. 

Takam è adesso un veterano di 42 anni con 48 combattimenti alle spalle, la 40esima vittoria ottenuta qualche ora fa, titolare di “una boxe offensiva e compatta”, dice l’Équipe.

 

 

Ha mestiere, sa sorprendere. Non gli basterà a battersi per il Mondiale, ma per essere Frazier sì. 

Big George Foreman: The Miraculous Story of the Once and Future Heavyweight Champion of the World  è stato annunciato nel 2021. Doveva uscire nel settembre scorso, poi a marzo, adesso la data è il 28 aprile, regia di George Tillman Jr. da una sceneggiatura di Tillman e Frank Baldwin. Khris Davis è Foreman, Forest Whitaker fa il suo mentore Doc Broadus, Sullivan Jones è Muhammad Ali. Quando avevano ancora il titolo provvisorio di Heart of a Lion, le riprese del film a New Orleans sono state interrotte dall’arrivo dell’uragano Ida. Una lavorazione tormentata, come la carriera di Takam. 

 

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Il cinema e la boxe

 

“Nessuno sport è più adatto ai film della boxe”. Comincia così il piccolo saggio di Jake Kring-Schreifels su Esquire, a proposito della relazione tra Hollywood e il ring. 

“Il dramma è intrinseco, le intenzioni dei personaggi sono chiare, gli eroi e i cattivi facilmente identificabili. Due attori si muovono su un palco sopraelevato e sotto le luci intense. Sono allo stesso tempo vulnerabili e a proprio agio, si scambiano colpi usando i pugni. Il ring è il confine del caos, con la campana, i ruggiti della folla, l’acqua, le spugne, i cotton fioc, certe tattiche malinconiche. Nel corso di 12 round, un pugile sopporta l’intero spettro delle emozioni; ogni pugno e ogni colpo al corpo ripercorrono la storia di una vita. Come ci si può meravigliare che Hollywood ne sia affascinata?”. 

Continua a esserlo, sebbene la boxe sia meno presente in televisione e nell’immaginario popolare. In America, scrive Esquire, le arti marziali hanno riempito il vuoto degli ascolti, “offrendo lo stesso tipo di piacere brutale, all’interno di un ring. Eppure continuiamo a consumare e raccontare la storia un pugile, due guantoni, un avversario. Perché, dopo più di 60 anni, i film sulla boxe resistono?”.

Perché il meccanismo, dice Esquire, è sempre quello del Heros’ Journey, il viaggio dell’eroe, in genere associato a Star Wars.

“È raro che un film di boxe si allontani da questa struttura narrativa senza tempo, una storia che fornisce all’eroe un incentivo per lasciare casa (un match), una guida (un allenatore), mette alla prova la sua resistenza (un infortunio, una sconfitta) e offre una ricompensa finale (una cintura del titolo, un amore) prima del ritorno a casa (i titoli di coda). The Hero’s Journey funziona sempre. Rappresenta una comunità di persone che ripone le sue speranze in un Davide che sconfigge un Golia”.

Rocky, per esempio. L’outsider che ha portato il primo Oscar alla famiglia dello sport. Ma anche The Boxer di Jim Sheridan, nel quale Daniel Day-Lewis usa la boxe come mezzo per mediare nelle tensioni tra protestanti e cattolici, inglesi e irlandesi. I drammi possono essere personali come in Million Dollar Baby di Clint Eastwood, dove un padre ricuce una relazione perduta con sua figlia allenando una pugile.

“Questi film – dice Esquire – suggeriscono l’idea che uno sport primordiale come il pugilato possa offrire un percorso catartico verso la guarigione di vecchie ferite, mentre ironicamente ne infligge di nuove. Un match non è mai solo un match. È una resa dei conti con il passato, tenendo il corpo nel presente. Chi non vorrebbe una possibilità sul ring, in cambio di tutto questo?”. 

E poi c’è altro, c’è “la bellezza diabolica del sudore, del sangue che cola dal naso, il suono della mascella che si spezza, il paradenti che vola, la saliva in controluce, il rumore della folla che arriva attutito all’orecchio. Mentre noi mangiamo i popcorn”.

 

| visioni RIGUARDARSI ROCKY – Il raffinato New Yorker ha affidato a Kelefa Sanneh un compito. Riguardarsi tutti gli episodi di Rocky, uno dietro l’altro, dall’alto della sua passione per la boxe. Prima scoperta: riguardarsi non è il verbo giusto. Sanneh non li aveva mai visti. Seconda scoperta: oh, funzionano. 

“Quando le persone dicono che la boxe assomiglia ai film, in genere parlano di uno in particolare, Rocky. Arrivò nelle sale nel 1976, un successo a sorpresa. All’inizio, gli spettatori erano sorpresi dal fatto che una storia cupa e con un budget limitato potesse entusiasmare quanto un importante incontro di boxe, ma con il proliferare di sequel, di fan, soprattutto quelli occasionali, molti si sono ritrovati a farsi la domanda opposta: se un incontro di boxe possa essere ancora emozionante come Rocky”.

Un ribaltamento di piani, dice il New Yorker, ora che i pugili hanno preso in prestito dal film i nomi o le musiche, “la famosa fanfara di Bill Conti o Eye of the Tiger di Survivor da Rocky III, adottata da Manny Pacquiao; un promotore di boxe che cerchi di suscitare interesse per un match di bassa lega, lo vende come una storia alla Rocky. È un franchise”. Una saga arrivata al capitolo II, al V, a un episodio intitolato solo Rocky Balboa, fino allo spin-off di Creed, alla saga dello spin-off e al primo capitolo della saga dello spin-off senza Rocky. 

Il New Yorker ha trovato sorprendente quanta poca boxe ci sia in un film sulla boxe come Rocky, “una delle cose più intelligenti del film. Rocky trascorre gran parte del tempo rimuginando, deprimendosi, indagando su se stesso. Ho dovuto aspettare più di un’ora prima di vederlo in piedi e novanta minuti per trovarlo sui gradini del Philadelphia Museum of Art, mentre alza i pugni fasciati”. 

La Signora Boxe al cinema ci sa fare. 

 

SU RIMBALZI 

        ▻  La storia del vero Rocky Balboa 

Nel week-end degli Oscar, potete riascoltare dalla raccolta del podcast il 33esimo episodio dedicato a Rocky di Sylvester Stallone, il primo film ambientato nello sport a vincere la statuetta. Chi era Chuck Wepner, il pugile che affrontando Muhammad Ali ispirò la vicenda di Balboa contro Apollo Creed. Su Spotify trovate a questo link la serie completa | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme. 

 

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