Kuany Ngor Kuany dice che la chiave è stata la fiducia in sé stessi. Sarebbe facile. La chiave è che devi saper mettere una palla dentro un canestro, anche se a casa c’è la guerra, e tu hai cercato un pezzo di mondo dove metterti al riparo, dove chiudere gli occhi, non per evitare di guardare, ma per fare un sogno. Questo alla fine ha fatto il capitano Kuany con i suoi compagni, un pugno di ragazzi altissimi e residenti all’estero.
Diciotto mesi fa, la Nazionale di pallacanestro del Sud Sudan perdeva contro il Senegal la partita con il maggior scarto della sua giovane storia, 104-75 a Kigali, Rwanda. Un anno e mezzo dopo, a soli 12 di distanza dall’indipendenza e dall’ingresso del paese nelle Nazioni Unite, proprio contro il Senegal è arrivata la vittoria per la qualificazione ai Mondiali [83-75], dopo aver battuto due volte i campioni d’Africa della Tunisia. È la più grande impresa di pallacanestro del decennio.
Sulla panchina siede Royal Terence Ivey, 42 anni, assistente allenatore dei Brooklyn Nets in NBA. Ma la sua franchigia non l’ha liberato per questa finestra. Così in panchina è andata la persona a cui Kuany attribuisce questo miracolo di vite inattese e di palloni nei canestri, Luol Deng, due volte NBA All-Star, fuggito dal paese con la sua famiglia da bambino, arrivato nel Regno Unito, cittadino britannico dal 2006. Appartiene al gruppo etnico Dinka. Suo padre Aldo era un parlamentare, trasferì la famiglia in Egitto quando la seconda guerra civile era alle porte. Una fuga biblica e un incontro magico, con Manute Bol, altro Dinka, ex centro in NBA. Si mise a insegnare la pallacanestro ad Ajou e Luol, il quale nel frattempo aveva preso una sbandata per il pallone e per Faustino Asprilla.
Deng ebbe la chance di una borsa di studio per la Duke University. È stata la sua porta per la NBA, settima scelta assoluta dei Phoenix Suns, immediatamente girato ai Chicago Bulls. Da quattro anni è il presidente della federazione basket del Sud Sudan. Ha messo al suo servizio una rete di conoscenze poco comune in Africa, i suoi rapporti nel mondo della finanza, da investitore in hotel, resort, condomini, per un patrimonio personale complessivo di 125 milioni di dollari. Nell’agosto scorso Luol Deng ha finanziato di tasca sua un viaggio per la squadra a Giuba. All’aeroporto c’erano 7 mila persone per accogliere il rientro in patria dei giocatori, come eroi nazionali. Alcuni di loro non vedevano la famiglia da 9 anni.
Se non ci fosse stato Luol, dice Kuany Ngor Kuany, il Sud Sudan non giocherebbe i prossimi Mondiali in estate. Sei ragazzi della squadra [Junior Madut, Bul Kuol, Mathiang Muo, Deng Acuoth, Majok Deng, Sunday Dech] giocano e vivono in Australia, un paese dove le frontiere sono meno aperte che altrove, ma dove misero a disposizione dei visti d’ingresso umanitari per i profughi. Altri due [Gob Gabriel e Mareng Gatkuoth] giocano per delle università americane, Koch Bar vive in Danimarca.
Anunwa Nuni Omot è nato in un campo profughi a Nairobi. I suoi genitori e suo fratello Aba hanno vissuto là per tre anni, al termine di un viaggio di centinaia di km da Gambela, in Etiopia, al confine con il Kenya. Erano stati arrestati, una settimana in prigione, prima di essere liberati con l’aiuto delle Nazioni Unite e sistemati nel campo, affollato, con poco cibo. Con l’aiuto del Lutheran Immigration and Refugee Service, nel 1996 riuscirono a trasferirsi in Minnesota. Tutti tranne suo padre, respinto all’ingresso degli Stati Uniti per motivi di salute. Anunwa gioca nelle Filippine, una delle tre nazioni che ospiterà i Mondiali, con Giappone e Indonesia.
Bul Kuol invece è cresciuto in un piccolo villaggio, accanto a una base militare che si affacciava sulla giungla. In Australia è andato quando aveva nove anni, insieme con uno zio, sua madre, tre fratelli e due sorelle, mentre papà rimase in Africa, a combattere.
Mathiang Muo è nato a Khartoum. Aveva 10 anni quando la famiglia lo mandò a lavorare, pulizie domestiche, per tre dollari al giorno. Nel 1998 insieme a sei fratelli e a sua madre Elizabeth, è scappato in Egitto, dove si iscrissero alla lotteria per rifugiati che metteva in palio dei visti d’ingresso a Sydney. Vinsero. Come ieri contro il Senegal.
Non era mai successo che una nazionale africana si qualificasse per i Mondiali al primo tentativo. Come sottolinea La Giornata Tipo c’è riuscito “lo Stato più povero al mondo e quello con l’indice di sviluppo umano peggiore. Il 94% della popolazione vive in villaggi. Quattro giocatori sono orfani a causa della guerra. Due sono nati in campi profughi in Kenya. La squadra non gioca mai nel Sudan del Sud perché non ci sono palasport”.