Kafka sulla neve: il Castello di Shiffrin sulla sua prima pista

Non si deve mai contemplare la possibilità di uno sbaglio

Franz Kafka

 

Mikaela Shiffrin ha vinto il secondo slalom gigante di Kronplatz a 24 ore di distanza dal primo, portando a 84 il numero dei suoi successi in Coppa del mondo di sci. Ora gliene mancano due per eguagliare il picco assoluto di ogni genere, un primato che appartiene allo svedese Ingemar Stenmark. Il traguardo può arrivare già nel week-end, quando saranno in programma due slalom a Špindlerův Mlýn. 

 

Il villaggio era immerso in una spessa coltre di neve. Non si riusciva a vedere la collina, nebbia e oscurità la circondavano, neanche il più debole bagliore di luce indicava il grande castello.

Sul ponte di legno che dalla strada maestra conduceva al villaggio, nel guardare all’insù, si riusciva a cogliere solo un vuoto apparente.

Quando Franz Kafka attaccò con questa sessantina di parole il romanzo Das Schloss, aveva negli occhi Špindlerův Mlýn. Era il luogo consigliato a inizio Novecento alle persone che avevano sbalzi d’umore per via dei cambiamenti climatici. Alla fine del 1922 il medico di famiglia gli suggerì di ritirarsi lassù per un periodo. Kafka si fermò quattro settimane, così iniziò a lavorare al suo romanzo, impressionato dall’ambiente. 

Nello scorso mese di dicembre, il paese di Špindlerův Mlýn ha scoperto un busto in bronzo per lo scrittore all’Hotel Savoy, il luogo del suo soggiorno, allora si chiamava albergo Krone. Il Castello raccontava la fragilità, le contraddizioni e le assurdità delle nostri apparenti certezze. Kafka lo avrebbe lasciato incompiuto.

Nulla lascia a metà Mikaela Shiffrin. Kafka sulla neve è il titolo di questa sua storia. Dal primo giorno. Špindlerův Mlýn è la pista che ha ospitato il suo debutto, la prima gara di Coppa del Mondo a cui ha preso parte nel 2011. Aveva 15 anni. Home is where I want to be, dev’essere questo il posto di Mikaela, se il Caso vuole che proprio qui ritorni nel week-end come la donna più vincente di sempre, con la chance di diventare la stella assoluta di questo sport. Più dell’uomo che nessuno supera da trentaquattro anni.

Shiffrin ha vinto sette delle sue ultime nove gare tecniche, dal 27 dicembre a ieri. A Špindlerův Mlýn non mette piede scarpone dal 2019, fece terza in gigante e prima in slalom. 

È l’ultima occasione che le resta per prendersi il record, senza dover aspettare il rientro in circuito dopo i Mondiali, dal 6 al 19 febbraio in Francia, a Courchevel. Si riprenderà il 23-26 febbraio, ma con la velocità, due discese e un super-G a Crans Montana, due discipline dove Mikaela è competitiva, ma non esercita lo stesso dominio che in slalom. 

Se il record non dovesse arrivare sulla pista kafkiana del suo debutto, le migliori possibilità per superare Stenmark si proporranno allora il 10 e 11 marzo. Ad Åre, in Svezia. Dove tra covid e meteo nel 2020 non le riuscì di fare i punti necessari a riprendersi la Coppa scivolata tra le mani di Federica Brignone, mentre lei si era assentata per la morte di suo padre. 

Chissà che giro faranno stavolta le assurdità delle nostre apparenti certezze, chissà se il Caso si diverte di più a premiare una donna sulla prima neve calpestata in carriera o sulla montagna di casa del rivale, la montagna di una ingiustizia sopportata tre anni fa. 

 

 

La costruzione di Mikaela

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  I genitori di Mikaela sono i prodotti del boom di un comprensorio sciistico nel New England, negli anni in cui era difficile trovare una collina che avesse una funivia o peggio ancora una seggiovia. Eileen Condron Shiffrin è del Massachusetts. Suo padre era un ingegnere alla General Electric. Ha imparato a sciare quando aveva tre anni, in un pascolo da latte dall’altra parte della strada. Lei e i suoi fratelli lo chiamavano Killer Hill. Ben presto divenne una frequentatrice abituale del Mount Greylock Ski Club, un circolo privato, piste e funivie sul fianco settentrionale del Monte Greylock, la vetta più alta dello stato, con qualche incursione al Thunderbolt Trail, uno dei primi ritrovi degli europei in Nord America. Eileen aveva fatto un abbonamento stagionale, certe volte andava a sciare in notturna a Brodie, un’altra collina della zona. Aveva dovuto smettere per quattro anni, mentre si laureava in infermieristica all’Università del New Hampshire. Non le era permesso di fare sport. Mentre lavorava in terapia intensiva al St. Elizabeth Hospital, fuori Boston, incontrò nel 1985 Jeff Shiffrin, anestesista. Jeff era cresciuto nel nord del New Jersey, dove suo padre gestiva un paio di negozi di liquori. Aveva gareggiato a livello locale a Great Gorge, nei fine settimana nel Vermont, poi nella squadra B di Dartmouth. Così andò con Eileen a Killington per un week-end. 

Da cosa nasce cosa. Eileen, meticolosa e studiosa, ne fu affascinata, come racconta Nick Paumgarten sul New Yorker. È un pezzo del 2017, alla vigilia dei Giochi olimpici in Corea. È il racconto della costruzione di una campionessa: come la famiglia Shiffrin ha inventato Mikaela. È la fonte delle righe che state leggendo.

Accanto a Jeff, lo sci diventò una passione più irresistibile di prima per Eileen. Iniziò a leggere tutto ciò che poteva sull’arte di tagliare una curva. Imparò come si preparava la sciolina. Imparò tutto quello che sapevano gli sciatori d’eccellenza. Iniziò a vincere i campionati Over qualcosa. A Jeff piaceva dirle che se avesse cominciato prima, sarebbe andata alle Olimpiadi. 

 

PRECOCITÀ  Quando arrivarono i figli, si dissero, non avrebbero commesso quest’errore. Prima era la parola d’ordine. Mikaela arrivò per seconda dopo Taylor. Li trascinavano in giro su tutte le piste di neve. A lei insegnarono pure a fare sci di fondo sul campo da golf. La sequenza successiva fu: scarponi duri, sci con le lamine, buttati. Niente spazzaneve, la tecnica di avvicinamento e di formazione, la tecnica che attenua la gravità. Lo scopo era insegnare come si fa la curva giusta. Non dopo. Prima

Quando Mikaela aveva otto anni, la famiglia tornò a est, in una casa nelle zone rurali del New Hampshire. Jeff aveva ottenuto un lavoro al Dartmouth Hospital. La neve del nord-est americano è famosa per essere ghiacciata. Il clima è più umido e generalmente più inclemente che sulle Montagne Rocciose o sulle Alpi. I cicli di gelo e disgelo, spiegava il New Yorker, trasformano la superficie nevosa in una pista di pattinaggio. Gli sciatori dilettanti in genere detestano il ghiaccio. È un test per capire chi davvero ha qualcosa in più degli altri. Mikaela, per esempio. 

Così, all’età di dodici anni cominciò a lavorare con Kirk Dwyer, il capo allenatore della Burke Mountain Academy, nel nord del Vermont. Dopo due anni, la famiglia dovette tornare a Vail, dove Jeff aveva trovato un nuovo lavoro. Mikaela era scoraggiata. Le mancavano gli amici, gli allenatori e il ghiaccio. Perse all’improvviso interesse per tutto, per la neve e per la scuola. Dormiva di pomeriggio anche quattro ore di fila. Jeff ed Eileen si allarmarono. La rimandarono indietro, di nuovo nel Vermont, per allenarsi. Eileen andò con lei. Prese un appartamento a pochi minuti dal campus, ma trascorreva la maggior parte del tempo sulla pista con Mikaela. La sera guardavano i video delle gare di Coppa del mondo. 

Eileen aveva studiato i metodi d’allenamento della squadra austriaca. Regola numero uno: non diventare pigra, non perdere altro tempo. Jeff elaborò la teoria delle 10mila ore. È semplice. Se diventi pigra, ti ritirerai dallo sci quando avrai toccato le diecimila ore sulla neve. Per vincere la pigrizia, esisteva una sola buona norma. Non smettere mai d’allenarsi. Neppure subito dopo la gara, quando tagli il traguardo e arrivi nel parterre. Quando ti fermi, diceve papà Jeff a Mikaela, assicurati di farlo bene, mantieni una buona posizione, con una forza controrotante. Sono trenta secondi in tutto. Le altre andavano in linea retta verso la risalita, Mikaela aveva la compagnia della forza controrotante. Moltiplicate trenta secondi per ogni gara e diventano minuti extra di allenamento, i minuti ore, le ore giorni, i giorni mesi. 

 

MAMMA OVUNQUE  Il New Yorker raccontava che la psicologa Ellen Winner ha individuato i tratti essenziali di un bambino prodigio nella rabbia da dominare e nella capacità di apprendere rapidamente. Shiffrin aveva entrambi. Il suo ex allenatore Brandon Dyksterhouse ha detto che la maggior parte degli sciatori è in grado di gestire sei discese di allenamento. Lei arriva a diciotto. La maggior parte degli sciatori diminuisce nelle proprie prestazioni durante le ultime tre o quattro. Shiffrin va più veloce nelle ultime. 

Dopo il debutto in Repubblica Ceca da quindicenne, la stagione successiva partì per il primo tour completo. Sua madre viaggiò con lei. Definizione di Eileen: eravamo cervi alla luce dei fari. La routine disorientava. La base europea della squadra USA era a Sölden, in Austria. Eileen prese un appartamento nel vicino villaggio di Längenfeld. La squadra viaggiava in furgone, lei seguiva con un’auto a noleggio. Negli hotel, Mikaela dormiva con una compagna di squadra, ma al terzo anno al letto accanto c’era mamma. I dirigenti non la presero bene. Ci erano già passati con altre atlete, non aveva funzionato.

Con Mikaela sì. L’allenatore dello slalom e del gigante era un austriaco della vecchia scuola, si chiamava Roland Pfeifer. Per lui andava bene che ci fosse Eileen. Mise una sola regola. Davanti a lui, non doveva dare istruzioni tecniche a Mikaela, davanti a lui Mikaela non doveva chiamarla coach. Quando gli Shiffrin provarono a mandare Mikaela per la prima volta in tour da sola, in Svezia cadde e si infortunò al ginocchio. Saltò due mesi di Coppa. In casa Shiffrin non sono superstiziosi, ma Eileen pensò che la sua assenza fosse stata il motivo. Qualcosa di inconscio. Perché lasciare sola Mikaela?

 

La svolta a casa di Federer

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Dopo il disastro di Shiffrin alle Olimpiadi di Pechino dello scorso anno, c’è stata una svolta. La racconta Rachel Bachman per il Wall Street Journal. Tutto è cambiato dopo un pranzo con Roger Federer, nella sua casa sulle Alpi in Svizzera. È successo a marzo. Di ritorno dalle gare di Lenzerheide, Eileen e Mikaela guidarono attraverso le montagne e videro una casa resa famosa da un video in rete durante il lockdown. La casa dove un giocatore di tennis vestito tutto di bianco, colpiva ripetutamente una palla al volo con il mondo in pandemia. Fermarono la macchina nel vialetto e il parcheggiatore era Roger Federer. 

Aveva visto Shiffrin in gara nei due giorni precedenti, il primo evento dopo il disastro di Pechino, le Olimpiadi senza una medaglia. Federer la invitò a casa, Mirka preparò pollo, pasta e insalata nel patio. Mikaela adesso dice che quel pranzo è stato il passaggio di cui aveva davvero bisogno in quel momento, una giornata positiva e di grande eccitazione. 

Shiffrin aveva già incontrato Federer diverse volte. Avevano anche girato insieme uno spot per la Barilla [disclaimer: Slalom non ha rapporti commerciali con Barilla – casomai parliamone]. È quella reclame in cui Federer arriva a una festa dove tutti si stanno annoiando, se ne va in cucina a far saltare qualcosa in padella insieme con lo chef Davide Oldani, e l’euforia regna sovrana. 

Insomma, durante il pranzo in mezzo alle Alpi, pare che Federer abbia invitato Shiffrin a non pensare solo alle gare di Pechino, ma a tutta la sua carriera, e a chiedersi per quanto tempo ancora volesse divertirsi. Certe volte. Tac. Basta poco. 

Goditi le cose belle, le disse, e lei pensò: oddioooomiooo, Roger Federer mi sta dicendo di godermi le cose belle. Più o meno questo si capisce dal pezzo del Wall Street Journal, che Federer non ha voluto commentare. Eileen invece è stata disponibile ad aggiungere che sua figlia era diventata di nuovo un candelotto di dinamite. Spacca, direbbe Mika. Mamma Shiffrin ebbe subito la sensazione che Federer avesse sbloccato qualcosa. Sarà contenta Lara Gut-Behrami. 

 

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