L’arte perduta di giocare in post

Kobe cercò una soluzione. Aveva vinto da poco il quarto anello con i Lakers. Estate del 2009. La prima estate dell’America senza Michael Jackson. Bryant comprò un biglietto per un posto su un volo da Los Angeles a Houston, noleggiò una macchina, guidò per un’ora verso ovest attraversando periferie urbane e passando davanti a enormi centri commerciali, superò terreni e campagne, campagne e terreni. Una strada tortuosa lo portò davanti a una serie di cancelli di ferro, e in fondo a tutto stava una palestra. Dentro, lo aspettava l’uomo al quale Kobe si affidava per portare il gioco a un livello superiore. 

Hakeem Olajuwon si era ritirato da sette anni. Aveva vinto due titoli e un premio mvp con i Rockets. La NBA aveva avuto tutto il tempo di conoscere la sua forza difensiva dominante e le mosse dolci in post, le rotazioni, le finte, le dissolvenze, un catalogo completo di gesti che spiazzavano i difensori, lasciandoli a marcare un’ombra, un colosso che in una frazione di secondo diventava più imprendibile di Kaiser Soze. Un attimo e puff, non lo rivedrete mai più. Svaniva. Lo avevano soprannominato The Dream Shake. 

 

Dopo il ritiro, aveva comprato un ranch di 400 acri, diverse migliaia di metri quadri a Katy, in Texas. Aveva trasformato una stalla in una palestra all’avanguardia, dentro ci aveva fatto montare un campo che sarebbe stato regolamentare per organizzarci una partita di NBA. Era diventato in fretta un piccolo paradiso terrestre a disposizione dei grandi giocatori in vacanza. Quelli che avevano il numero di telefono di Olajuwon, si capisce. Ehi, Hakeem, che ne dici se passo. E lo chiamavano, lo chiamavano in tanti. Lo chiamavano pure allenatori, direttori generali, proprietari, quasi tutti col tono di chi gli stava chiedendo un favore: ti mando uno, fagli vedere due-tre cose. Ma quello era lavoro, e Olajuwon se lo faceva pagare decine di migliaia di dollari. 

 

Kobe aveva rintracciato Olajuwon dopo una partita dei Lakers a Houston. Gli aveva anticipato che avrebbe passato da lui un pezzetto delle vacanze. Olajuwon non sapeva se fosse uno scherzo. Quello era Bryant. Non scherzava. Voleva conoscere l’arte di giocare sotto canestro. Voleva aggiungere un pezzo di pallacanestro da lui poco battuta al tiro da fuori. Voleva imparare a sentire il difensore dietro le spalle e giocare sullo squilibrio del peso. Voleva sapere come usare il primo passo per batterlo, come si ruba il tempo, qual è la combinazione esatta di potenza e agilità per strappare e deviare, muoversi su un fianco e sterzare sull’altro. 

Due anni dopo, da Olajuwon sarebbe andato anche LeBron. Si trattenne tre giorni, con l’obiettivo di imparare i movimenti per bruciare i piccoli sul blocco. Due dei più grandi giocatori della storia si erano fatti km e km, avevano attraversato i campi coltivati del Texas perché volevano allargare la mappa delle proprie conoscenze. Senza immaginare che la mappa sarebbe stata stravolta e riscritta nel decennio successivo da un folletto che palleggia palleggia palleggia, se ne va in isolamento, si alza, tira e la mette dentro. Steph Curry. Il signore del tiro da tre. 

 

Il gioco è cambiato. Qualcuno dice che si è evoluto [anche Slalom], qualcun altro che si è imbarbarito. In tutt’e due i casi, con uno scatto in avanti si perde comunque qualcosa. Lo studio dei numeri e delle mappe racconta che il panorama sta di nuovo mutando. L’eccellenza diffusa nel tiro da tre ha portato le menti in panchina a cercare una soluzione differente, il recupero del tiro dalla media distanza. Ma Olajuwon dice che nessuno lo chiama più. Il gioco in post è un’arte perduta. Le squadre NBA che lo praticano più spesso in post sono i Denver Nuggets e i Philadelphia 76ers. Ma fanno in tutto sei tiri a partita in quella maniera, la metà rispetto alla media che si toccava nel campionato 2010. Nel frattempo, anche le tre squadre peggiori nel tiro da tre – ci sono i Lakers di mezzo – ne giocano una trentina a partita. 

 

LEGGI ANCHE Il panda Kevin Durant: come rinasce il tiro dalla media distanza

La ricerca della tripla come schema dominante ha reso sempre più residuale nel tempo il tiro dalla media distanza, tra la lunetta dell’area e l’arco. Ora, per la prima volta dopo un decennio di pallacanestro, il ricorso a questa soluzione classica sta tornando a crescere. Con uno specialista che si stacca su tutti. 

Ci sono due movimenti con cui Kevin Durant ci ricorda ogni sera di essere il Duke della pallacanestro. Il primo è il vecchio post-up, spalle a canestro, nel quale si mostra molto più forte fisicamente di quanto sembri, specialmente nel tronco, quando usa la sua robustezza sottile per tenere a bada i difensori. Il secondo è il gesto più dimenticato dal basket dell’ultimo decennio, l’atto più jordanesco che si possa resuscitare, palla tra le mani, saltello, i piedi che si staccano da terra, polso snodabile, tiro in sospensione – palla dentro. Non sempre. Quasi sempre. 

 

 

Del tema s’è occupato nei giorni scorsi Sports Illustrated, con un lungo servizio che è la fonte di queste righe. Il giornalista Chris Ballard s’è messo in macchina e ha ripetuto il tragitto di Bryant e LeBron, per andare a vedere nella palestra di Olajuwon, “come vanno le cose quando vedi svanire qualcosa che hai amato”.

È un tema enorme. È The Artist, la stella del cinema muto quando arriva il sonoro. È C’era una volta il West, come cambia il mestiere di Jill quando arriva la ferrovia. È il destino dell’hula-hoop quando arriva il frisbee. Tutti gli altri esempi li conoscete, sono dentro di noi. 

Mentre nel basket NBA sta per arrivare la forza dirompente dell’unicorno Victor Wembanyama, mentre tutta l’America aspetta segni da Bol Bol e Slalom da James Wiseman, gli uomini alti e grossi che stanno sotto il canestro appartengono definitivamente al pleistocene. 

Li mettevi là, passavi la palla al gigante vicino al ferro e lui la metteva dentro. 

George Mikan era considerato così dominante che la lega ritoccò le misure dell’area nel tentativo di spingerlo lontano. Così sarebbe accaduto di nuovo con Wilt Chamberlain, che andava avanti alla media di 50 punti a stagione spaccando ogni resistenza là sotto. Il suo successore, Kareem Abdul-Jabbar, si sarebbe spinto a stabilire il record di punti di tutti i tempi che tra qualche giorno cadrà per mano di LeBron, a distanza di quasi mezzo secolo. Per un tratto di storia durato fino agli Anni Ottanta, il titolo di mvp andava a un centro e Sports Illustrated ricorda il vecchio proverbio fatalista che girava all’epoca: “Non puoi insegnare l’altezza”.

 

LEGGI ANCHE È il momento migliore per essere bassi

L’altezza è sopravvalutata. Anzi è addirittura un danno per l’umanità. È la conclusione a cui è giunto il New York Times citando considerazioni e studi di economisti, sociologi, endocrinologi. Non è mai esistito un periodo migliore per essere bassi. E lo sport lo conferma.

 

Si potevano insegnare invece i movimenti in post basso. Fino all’arrivo dell tiro da tre punti nel 1979, fino alla legalizzazione delle difese a zona nel 2022, fino alla Curry-izzazione del gioco, lungo un tragitto storico che Sports Illustrated sintetizza come l’evoluzione della storia del basket nella direzione di una progressiva penalizzazione dei giocatori alti e basta. Una serie di piccole mutazioni progressive che hanno incoraggiato i giganti a imparare a stare lontano dal canestro, “e così Dirk Nowitzki ha generato i Kristaps Porziņģis, i Giannis Antetokounmpo, i Nikola Jokić”.

La rivista americana dice che la carriera di Brook Lopez illustra il ribaltamento degli schemi meglio di ogni altra cosa. Era un giocatore da recinto e blocchi, qualche sponda, qualche gancio. Per i primi otto anni della sua carriera in NBA, segnava 20 punti a partita senza mai una tripla. Ha cominciato a esercitarsi sei anni fa e in quella prima stagione ne tirava più di Larry Bird in qualsiasi momento della sua carriera. Come sanno i darwiniani, sopravvive chi si adatta.

La rivista di cultura pop americana The Ringer ha scritto : “Il gioco in post nel basket è morto e stramorto”. Tutti devono saper tirare. Mike Dunlap, assistente a Milwaukee, ha detto che il gioco contemporaneo è simile all’estrazione dell’oro durante la ricerca del petrolio. 

Non vuol dire che il movimento sia sparito. Ci sono meno opportunità per vederlo. Solo Jokić in questo campionato segna in media cinque volte a partita con questo movimento. Gli altri specialisti sono appunto specialisti, e dunque stanno in panchina. Come Kenneth Lofton Jr. Kobe andò da un centro per imparare a giocare sotto, mentre quelli che dovrebbero giocare sotto, adesso imparano a giocare come Kobe. Tutto qui. È la storia dei Joel Embiid. 

 

Alla fine Olajuwon ha incontrato il giornalista di Sports Illustrated e gli ha detto che lui adora guardare le partite di Golden State per come muovono la palla e per come tira Curry. Non è stupito che oggi si giochi a basket in un altro modo. Non dice: ai miei tempi. Se lo dice è per confessare che lui spesso, là sotto, si annoiava. 

Gulp. 

«Non volevo giocare centro. Io volevo tenere la palla in mano come le guardie. Quando giocavo in estate, prendevo il rimbalzo e non la passavo. Palleggiavo. Libero. Più divertente. Sei più coinvolto nel gioco».

Sostiene che oggi Shaquille sarebbe lo stesso dominante. Anzi-anzi, lo sarebbe di più. La sua tesi è che nonostante tutti questi discorsi sulla morte del post-up, stiamo assistendo a una sorta di rinascita per i lunghi. Lo dimostrano gli ultimi quattro premi mvp andati a Giannis e Jokić. Quelli che hanno imparato come si sta dentro la contemporaneità. 

“Gli sport sono ciclici – ha scritto Sports Illustrated – forse il gioco in post basso tornerà di moda. Rimane tuttora un fattore nel gioco alle high school e nei college. Perché non potrebbe ricapitare in NBA? Non tornando com’era, ma mutando. L’evoluzione è fatta di sfaccettature. Forse il gioco in post diventerà altre cose. Le guardie lo useranno come parte del loro bagaglio, alla maniera di Jrue Holiday con i Bucks. I grossi lo useranno come Jokić”. 

E noi non smetteremo di stupirci. Chi non prova più stupore, è una candela spenta da un soffio. Questa l’ha detta Albert Einstein. Un piccolo. Un metro e 70. Ma un grande.

 

 

 

in tv nella notte ore 2.30 Sky: Dallas-Washington | 4 Sky: Lakers-Clippers 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.