La ricerca della tripla come schema dominante ha reso sempre più residuale nel tempo il tiro dalla media distanza, tra la lunetta dell’area e l’arco. Ora, per la prima volta dopo un decennio di pallacanestro, il ricorso a questa soluzione classica sta tornando a crescere. Con uno specialista che si stacca su tutti.
Ci sono due movimenti con cui Kevin Durant ci ricorda ogni sera di essere il Duke della pallacanestro. Il primo è il vecchio post-up, spalle a canestro, nel quale si mostra molto più forte fisicamente di quanto sembri, specialmente nel tronco, quando usa la sua robustezza sottile per tenere a bada i difensori. Il secondo è il gesto più dimenticato dal basket dell’ultimo decennio, l’atto più jordanesco che si possa resuscitare, palla tra le mani, saltello, i piedi che si staccano da terra, polso snodabile, tiro in sospensione – palla dentro.
Non sempre. Quasi sempre.
Un tiro preso dalla porzione di campo che gli americani misurano tra i 10 ai 16 piedi di distanza dal canestro, noi diciamo fra i tre e i cinque metri, quella fascia che le innovazioni del gioco hanno trasformato in una terra di nessuno, a cui Durant sta dando il nome suo.
È il tiro mid-range, il tiro dalla media distanza con cui il Duke abbandona una certa aria allampanata alla Pluto e si trasforma in quella che Jake Paynting su Medium ha chiamato “una Cadillac da basket”. Una cosa classica, se non vogliamo dirla antica, eppure raffinata, raffinatissima, an american standard for the world, una pratica americana per il mondo.
LA RIVOLUZIONE ► La NBA è un mondo parecchio cambiato da quando Stephen Curry ha mostrato le gioie dei tre punti. Mike D’Antoni mise in piedi a Houston un laboratorio, un gruppo di estremisti del tiro da fuori. Quest’influenza ha raggiunto i college, le high school, l’Europa. Effetti collaterali: la sostanziale scomparsa del gioco nelle linee di mezzo. Il principio è elementare e ha una sua logica di ferro. Se hai intenzione di cercare un tiro da 2 punti, vuoi la percentuale più alta possibile di realizzazione. Cerchi una schiacciata, un sottomano, un tiro dentro l’area. Se non ti lasciano entrare e hai la necessità di provarci da lontano, dove le percentuali si abbassano, tanto vale che quel lontano sia abbastanza lontano da valere tre punti anziché due, un plusvalore del cinquanta percento.
Un grafico pubblicato sul sito ufficiale della NBA in coincidenza del sorpasso di Curry a Ray Allen nel numero di triple segnato in carriera, mostrava come la percentuale dei tiri a canestro dalla distanza media è scesa dal 30,3% del 2012 fino al 13,1%. È una di quelle situazioni che fanno stracciare le vesti ai puristi. Non c’è più la pallacanestro di una volta. Eh, non c’è più. Anche il grammofono non c’è più. In compenso ci sono lunghi che fanno cose da piccoli, piccoli che fanno il lavoro dei centri, c’è più complessità nascosta dietro l’equivoco che la dimensione fisica abbia ingoiato la dimensione tecnica. Puo darsi che non sia proprio così, forse non è sopraffazione, forse l’atletismo ha solo spinto la tecnica a stargli dietro, ad adeguarsi. Ha costretto i sopravvissuti a capire il cambiamento. In genere è quello che capita all’umanità nelle fasi della sua evoluzione.
UN’ALTRA SVOLTA ► Così, dopo lo strappo dell’Effetto Curry, il basket sta iniziando a registrare i segnali di una nuova sterzata. La curva che riproduce il calo dei tiri mid range si è appiattita. Il tiro dalla distanza media non è calato più nelle ultime quattro stagioni e anzi nelle seconde due ha fatto registrare una piccola risalita.
In termini ottocenteschi saremmo tentati di dirla una restaurazione, perché ha l’aspetto di un ritorno al passato. In realtà non è una retromarcia, non è un ritorno al passato, la pallacanestro non lo fa mai, eventualmente possiamo dirlo il prodotto di una successiva innovazione, una risposta, un rimedio dinamico a una situazione di stasi. Lo ha spiegato al programma di Sky Basket Room Daily Marco Crespi, una delle voci delle telecronache NBA, coach in passato a Milano, Pesaro, Siena, ex Ct delle Nazionali femminili di Italia e Svezia.
| È aumentato il numero dei tiri da tre punti, è aumentata l’efficienza del tiro da tre punti. Se una squadra segna sempre da tre, vuol dire che tira meglio. Quindi la difesa cosa fa? Io non ti faccio tirare un tiro che vale tre punti, ti spingo dentro, ti spingo dentro e poi proteggo il ferro. Rimane – tra il ferro e il negare la linea da tre – un’area vuota, e quindi si ritornerà a tirare più da lì per battere le difese. Perché l’attacco è stato così bravo a tirare da tre
È stata l’iper-specializzazione nelle triple a spingere le difese a progredire, per poi costringere di nuovo gli attacchi a reinventarsi. Un procedimento che fa pensare alla maniera di muoversi delle faglie, alle loro progressive deformazioni in risposta al campo di sforzo presente nella crosta terrestre. Tutto è movimento, e in questo movimento la magnitudo superiore si registra quando si muove Kevin Durant.
Brooklyn ha una serie aperta di 12 vittorie in 13 partite dalla sera dell’8 dicembre, la sera in cui la mappa dei tiri di Kevin Durant mostrava 7 tentativi dalla media distanza, con 6 canestri realizzati. Una prestazione in linea con il resto della stagione, si potrebbe dire in linea con la sua carriera. Questa qui sotto è la mappa dei tiri di Durant dalle diverse posizioni del campo.
La scala dei colori – dal valore massimo in blu al valore minimo in rosso – indica la variazione in percentuale delle sue prestazioni rispetto alla media del campionato.
In sostanza: Kevin Durant ha forzato il canone. Tira più spesso dalla media distanza che da tre. Le macchie blu tra l’area e la linea dei tre punti significano che da quelle zone cerca la conclusione per il 58-59% delle volte più degli altri giocatori.
Le cifre sono precedenti alla partita della notte scorsa, quando Brooklyn ha perso per 121-112 a Chicago, con 44 punti di Durant, in panchina per riposare all’inizio del quarto periodo, quando i Bulls hanno segnato un parziale di 8-0. Durant da una parte, sei giocatori in doppia cifra dall’altra.
E POI DEROZAN ► Fra quei sei c’è pure l’unico giocatore NBA che dalla mid range tenti la conclusione più spesso del Duke. DeMar DeRozan lo ha fatto 14 volte solo stanotte, con 6 canestri, sono 360 da quando è cominciata la stagione. Ha chiuso tra i primi cinque per tentativi dalla media distanza in 8 degli ultimi 10 campionati. Non è mai sceso più giù dell’11esimo posto.
La differenza è che Durant segna nel 59% dei casi [nella notte 3 su 3], DeRozan con il 48%.
Le difese avversarie sanno cosa tolgono a DeRozan quando lo fermano: quasi tutto.
Durant può segnare da ogni altra zona del campo.
Around the game fa notare che in questa stagione, la stella di Brooklyn sta prendendo tiri dalla media distanza con la percentuale più alta della sua carriera. Il dato più impressionante è quello relativo ai tiri da due che sono partiti da almeno 10 piedi di distanza dal ferro [3 metri], con un difensore a non meno di 1 metro e 20 da lui. In questo contesto, la percentuale di realizzazione di Durant tocca un mostruoso 59%. Il secondo è sempre DeRozan con il 47%, il terzo Devin Booker con il 44%, ma con un volume di gioco decisamente minore.
Tra i top-20 per tiri dalla media distanza, altri due giocatori cercano questa soluzione più spesso del tiro da tre. Sono Joel Embiid [177 volte con il 46%] e Shai Gilgeous-Alexander [131 volte con il 44%]. Hanno 28 e 24 anni. Toccherà a loro proseguire la missione. Sono i prossimi panda.