Addio gonnellino, il corpo è mio

La discussione sull’outfit delle tenniste. Gli Australian Open stanno confermando la tendenza vista all’ultimo Slam del 2022, sui campi di Flushing Meadows. Dove una buona percentuale di atlete preferì indossare il pantaloncino al posto del gonnellino – Il precedente di Tatiana Golovin, la scelta di Asia Muhammad, il parere della sociologa Barbusse – Il dibattito dell’ultimo anno nella beach pallamano, nel beach volley e nella ginnastica artistica

 

  Dimenticate i pizzi di Lea Pericoli. Dimenticate le perline di Serena. Il 17 percento delle giocatrici andate in campo agli US Open portavano un pantaloncino, non il gonnellino. Come in allenamento. Ventidue su 128, e tra loro Emma Raducanu, Ons Jabeur, Victoria Azarenka, Diane Parry, Madison Keys, Bianca Andreescu. A Melbourne sta andando allo stesso modo. La soluzione a metà strada è una specie di volant davanti, indossato come un mini grembiule. 

«Mettere i pantaloncini non è nemmeno più un argomento di dibattito», secondo Tatiana Golovin, francese, ex numero 12 del mondo quando aveva 20 anni, una portabandiera dell’outfit ribelle, “contrario al canone di un’estetica femminile soffocante e obsoleta”. 

Così l’ha definita il magazine de L’Équipe in un pezzo di copertina dedicato qualche settimana fa all’argomento. Il corpo è mio e me lo vesto io. 

«Ai miei tempi – dice Golovin – era tutto più inquadrato e stereotipato. I  miei outfit erano divertenti e non sono mai stato toccata dalle critiche. Del resto, non esistevano i social». Oggi le giocatrici dispongono di una possibilità di scelta più ampia. Suzanne Lenglen portava la sua lunga gonna a pieghe Belle Époque negli anni ’20 e mostrava le gambe, che audacia, un passo avanti rispetto alle coetanee. L’americana Alice Marble vinse invece Wimbledon 1937 in pantaloncini. Life Magazine le diede la copertina, ma quando accadde a Viktoria Azarenka in Australia, dieci anni fa, scoprì che le critiche sapevano essere feroci. Anne White fece scalpore giocando sui campi di Londra in un body tutto bianco, era il 1985. A Serena accadde lo stesso per una tuta tutta nera, da supereroina. L’allora presidente della Federazione francese, Bernard Giudicelli, disse «non sarà più accettato, bisogna rispettare il gioco e il luogo». Era solo quattro anni fa. 

Secondo Tatiana Golovin, è stata Serena a mostrare alle giocatrici che cosa potevano fare, «l’abbiamo seguita per il suo tennis e per i suoi outfit, è stata uno spettacolo completo. Che le giocatrici di oggi abbiano il diritto di essere sé stesse, che abbiano l’imbarazzo della

scelta nell’abbigliamento, è una vittoria». 

 

L’Équipe Magazine si domandava allora perché più dell’80% delle giocatrici continua a indossare una gonna durante le partite, se al 100% usa i pantaloncini durante l’allenamento. Ipotesi di risposte: per convenzione dell’immagine data, perché trovano il loro corpo muscoloso, per una provocazione al contrario, per gusto. «Le ragazze non devono essere divise tra quelle che hanno ragione e quelle che hanno torto», tagliava corto Raphaëlle Rémy-Leleu, ex judoka, coautrice di Beyoncé est-elle féministe?, oltre che portavoce del movimento Osez le féminisme. «Avere il diritto di indossare i pantaloncini al posto del gonnellino, non deve obbligarti a indossarli. Non si imporrà, se continueremo a tenere viva la storia delle lesbiche o del maschiaccio. Perché mettere in discussione il grado di sessualizzazione per un outfit scelto da una donna, mentre consideriamo che un uomo a torso nudo fa parte dell’estetica dello sport?».  

Vent’anni fa, all’apice del suo splendore nel mondo dell’atletica, Marion Jones fu la prima atleta donna a superare il milione di dollari alla firma di un contratto per l’abbigliamento tecnico. Vestiva pantaloncini lunghissimi. Si diceva sorpresa dalle scelte delle sue avversarie: «Ho un problema con i soliti pantaloncini da sprint da donna. Da bambino ero un maschiaccio – così diceva lei – e quindi non ho mai indossato queste cose, chi potrebbe aver voglia di correre in mutande davanti a migliaia di persone? Non se ne parla. Non accadrà mai. Vedo tutte queste ragazze prima delle gare, proprio quando dovrebbero essere concentrate, sono tutte prese a rimettersi a posto gli short, a esser certe che tutto sia coperto».  

 

Al contrario, Asia Muhammad non si sente a suo agio se gli abiti le paiono anonimi. Slalom ha segnalato la sua storia qualche giorno fa. Tennis e moda sono le sue passioni. Anche lei è stata folgorata sulla via di Serena e della sua gonna di jeans corta e plissettata con cui vinse Flushing Meadows. Disse ai suoi che ne voleva subito una, la trovarono al Niketown dentro il Caesar’s Palace di Las Vegas. Ora Asia è titolare di un’azienda di abbigliamento, la Lemonslaudry, co-fondata con la sua migliore amica Kimberly Yee, ex tennista alla Stanford University tra il 2015 e il 2019. Nel nome della ditta c’è l’omaggio al padre di Yee, si chiamava Adam, ed è cresciuto nel retro di una lavanderia a gettoni di Detroit gestita dai suoi genitori. 

Asia dice che gli abiti con cui si vestono le sportive spesso sono poco femminili, «a parte forse la pallavolo. Guardate i pantaloncini lunghi del basket. Non fanno proprio per me». 

La verità è che si è ribellata chi non aveva scelta. Come la Nazionale norvegese di beach handball, che ha sfidato i regolamenti internazionali e l’obbligo di giocare in bikini a due pezzi. Giocarono la finale per il terzo posto agli Europei in pantaloncini classici, l’anno scorso. La multa di 1.500 euro fece scoppiare il caso nel mondo, le stesse norvegesi ne furono spiazzate. Ricevettero inviti dalla BBC e dalla CNN, la cantante Pink si offrì simbolicamente di pagare la multa. Sono cambiati i regolamenti. 

Le campionesse americane di beach volley Alix Klineman e April Ross si disegnano invece da sole i bikini. Potrebbero mettere i pantaloncini, se volessero. Non vogliono. Succede spesso che la scelta rumorosa di una diventi una guida per tante. Il bikini nel beach volley resta prevalente sui leggins. I pantaloncini della beach handball erano in maggioranza agli ultimi Mondiali di Creta, quest’estate. 

A Tokyo le ginnaste tedesche si sono presentate in tuta, dicendosi stufe della sessualizzazione dei loro corpi. Un tuono mediatico, in realtà i regolamenti lo consentivano da tempo. Ma agli ultimi Mondiali di Liverpool, nemmeno una ragazza ha scelto di seguire le tedesche. È il Metodo Biles. Disse che col suo fisico piccolo e muscoloso, la tuta lunga sarebbe stata più scomoda. In estate la federazione pattinaggio ha ritirato la norma che prevedeva l’obbligo di indossare la gonna durante il programma libero. Secondo Béatrice Barbusse, sociologa, ex giocatrice di pallamano, autrice del libro Du sexisme dans le sport, il caso delle giocatrici norvegesi dimostra che le cose possono cambiare solo se i principali stakeholder se ne occupano in prima persona. 

La scena non è omogenea. C’è chi è soddisfatta di come stanno le cose, chi se ne frega, chi ne soffre, chi accetta la decisione di qualcun altro. «Così come alcune sportive preferiscono truccarsi prima di andare in campo e altre no. Alcune si dipingono le unghie e altre no. C’è chi ne ha bisogno per sentirsi donna e altre no», ha detto la professoressa Barbusse a l’Équipe Magazine. «Alcuni sociologi – ha concluso – direbbero che sono tracce di alienazione e che sono ingiunzioni di una femminilità interiorizzate, o del patriarcato. Questa era anche la mia posizione. Ma mi hanno fatto cambiare idea. Perché queste fuoriclasse stanno già trasgredendo i codici in un altro modo, praticando il loro sport ad alto livello, e allora possono esprimere la propria femminilità in diversi modi, anche andando oltre il giudizio del femminismo».  

 

1 commento su “Addio gonnellino, il corpo è mio”

  1. Morena Rispondi

    Io dico che con quei gonnellini le tenniste appaiono un po’ fuori dal tempo in cui vivono. Sono rimaste a molti anni fa. Non si sono emancipate sia nel fisico che nell’ abbigliamento. Non vedo come quei gonnellini o vestitini siano più prestanti di un normalissimo pantaloncino. Nel pantaloncino le palline le metti in tasca . Metterle sotto il gonnellino, a contatto con la pelle, peraltro sudata, non sembra né pratico, né tantomeno, igienico. Alcune sembrano piu ballerine , vedi Osaka nella semifinale US Open, che sportive. Dico che le tenniste dovrebbero guardare atlete di altri sport che non vanno al giro in gonna.

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