La vecchia mano | ancora scrive versi
Jorge Luis Borges
È stato il guanto di Dio. Più argentino che brasiliano. Damián Emiliano Martínez Romero, detto Dibu, da Mar del Plata ha parato due rigori agli olandesi, i primi due, a Virgil van Dijk e Steven Berghuis. Álisson Ramsés Becker, noto come Alisson, da Novo Hamburgo, non ne ha preso nemmeno uno su quattro ai croati – lui che in carriera ne aveva fermati fino a ieri sera 13 su 33, peraltro a specialisti come Jorginho, Messi, Mahrez, De Bruyne. L’ultima parata era del 19 ottobre scorso in Premier, contro Jarrod Bowen. Un mese prima in Champions contro il Napoli a Osimhen. Ma i rigori ai Mondiali sono un’altra cosa e il guanto de Dios aveva deciso di baciare un altro pezzo di Sudamerica. Ha salvato Leo Messi, non Neymar. Contro l’Europa è rimasta la sola Argentina. Stasera il Marocco cerca la prima semifinale nella storia del calcio africano.
5-3 [1-1 al 120esimo] Nel Brasile deluso spicca stamattina l’editoriale non firmato sulla Folha di San Paolo, pieno di equilibrio e misura, sul confine del fatalismo.
“Per la quinta volta consecutiva – leggiamo – il Brasile esce dalla Coppa del Mondo dopo aver affrontato una squadra europea nella fase a eliminazione diretta. È forse la più inspiegabile tra le sconfitte di questa serie, ma la Coppa del Mondo non è famosa per rendere giustizia a chi partecipa. In un’analisi razionale ed equilibrata, nessuno può negare l’alto livello dei giocatori del Brasile né il buon lavoro svolto dall’allenatore Tite. Tuttavia, la bellezza del calcio è permettere agli avversari ritenuti più deboli di adottare strategie in grado di minimizzare i loro svantaggi e sorprendere i più forti. La Coppa è tanto crudele quanto entusiasmante, proprio quando punisce i più piccoli momenti di sfortuna o di disattenzione collettiva. I croati rappresentano una piccola nazione di soli 3,9 milioni di abitanti e meritano un applauso per le loro virtù tecniche. La nostra frustrazione tende a essere tanto maggiore quanto più è difficile capire il fallimento”.
Un pezzo esemplare.
“Nel 2006 – continua l’analisi della Folha – erano evidenti la disorganizzazione e la cattiva forma di buona parte di un cast stellare. Nel 2014 il 7-1 preso dalla Germania mise a nudo il crollo tattico e psicologico di una squadra senza equilibrio. Questa volta c’era un bel gruppo di convocati, visibilmente motivato, ben preparato, ci sono state prestazioni lodate dagli analisti di tutto il mondo. Non mancheranno i numeri per dimostrare il dominio della squadra durante la partita decisa ai rigori. La passione nazionale produrrà un mucchio di critiche infuocate e di diagnosi drammatiche nei prossimi giorni. I responsabili della Seleçao, un marchio riconosciuto a livello mondiale nello sport, sono però tenuti a mantenere la professionalità e la coerenza che hanno contraddistinto positivamente la recente gestione della squadra. L’amaro esito non può oscurare i tanti successi degli ultimi anni, anche se gli insuccessi vanno capiti e corretti. La Coppa, pur lontana dal rappresentare una precisa misura dei meriti, rimarrà l’obiettivo principale. Non può essere l’unico. È necessario individuare un nuovo allenatore, sperimentare diversi modelli di gioco, sostituire atleti la cui carriera sta volgendo al termine, scoprire altri talenti. In Brasile il calcio è un mezzo di ascesa sociale e conserva una capacità di rinnovamento unica”.
◇ CADUTE LE LACRIME DI NEYMAR ► Paolo Tomaselli sul Corriere della sera scrive che non è la caduta degli dei, è solo quella di O Ney. Fa rumore, certo. Tantissimo. Perché il numero 10 brasiliano è la prima grande stella a sparire nel deserto del Qatar. Il ballo felice dei verdeoro, appena la pista si fa un attimo scivolosa, diventa quindi una frana collettiva, che fa disperare il Paese del calcio: per sognare la vittoria che manca da vent’anni bisognerà aspettare ancora. Adesso è facile dire che c’era da aspettarselo – continua il Corriere della sera – e che il senso della Croazia per i Mondiali è qualcosa che va studiato. Però non è così. Resta soprattutto la sconfitta del Brasile, della sua voglia di imporre la propria diversità con trivele, tamburi e sorrisi che a volte sembrano costruiti a tavolino, soprattutto se in campo il ritmo lo impongono gli altri. Contro la maledizione delle squadre europee che dal 2006 prendono a pallonate questa Seleçao da cartolina, serve altro. Qualcosa di meno suggestivo e appariscente, forse. Ma qualcosa di concreto. Per imparare di nuovo come si vince un Mondiale”.
| È severa l’analisi di Emanuele Gamba su Repubblica. “Con loro – scrive – va sempre alla medesima maniera, segnano, danzano, pregano, s’ossigenano i capelli e alla fine incontrano qualcuno che non ha meno talento atavico di loro ma non ci scherza su e non lo prende per gioco. Così loro finiscono per battezzare il nuovo fallimento con il solito pianto di gente dalla lacrima facile e le dimissioni dell’allenatore: adesso a Rio sognano un papa straniero come Mourinho, uno così poco brasileiro che potrebbe fare il miracolo. Tra quattro ci sarà un altro Mondiale, loro saranno favoriti come sempre e forse sarà passata la leggerezza vanagloriosa della generazione Neymar, il re del pugno di mosche. Ma resta incredibile la ripetitività brasiliana in tema di fallimenti. I tempi dello psicodramma nazionale sono passati, persino nell’estate del loro disastro a domicilio piangevano molto più i giocatori dei tifosi, forse perché i giocatori e gli allenatori cambiano («Confermo, il mio ciclo è finito», ha annunciato Tite) e inseguono nuove illusioni ma la gente che li guarda è sempre quella e ci ha fatto il callo”.
Repubblica sottolinea che nel momento chiave, il Brasile ha “lasciato tre soli giocatori in difesa ma tutti gli altri in attacco a sfarfallare, perché i vizi non muoiono”.
◇ ARTEFICI LIVAKOVIC E PETKOVIC ► Per Giulia Zonca su La Stampa “la Croazia è quella squadra incredibile che riesce a trasformare il fastidio in ammirazione” e “con una rosa che era considerata vecchia quattro anni fa, con un leader che fa un passaggio perfetto e poi sparisce per minuti incalcolabili, con un portiere, Livakovic, obbligato alle prodezze”.
Gamba su Repubblica racconta il percorso di Bruno Petkovic, questo “centravanti di manovra (si dice così di quelli che segnano poco o niente) che in Italia si sono goduti specialmente i tifosi del Trapani in Serie B (dieci gol in due stagioni), che in Serie A (Catania, Bologna, Verona) non ha mai segnato una volta sola, che non ha lasciato ricordi memorabili nemmeno a Reggio Emilia, a Chiavari, a Varese. Da tempo è tornato in patria, nella Dinamo Zagabria. Non è mai andato in doppia cifra nemmeno nel campionato croato ma lui, come quasi tutti i croati, è un calciatore strenuo, è uno dei magici misteri di questa nazionale che partecipa alla Coppa del mondo soltanto dal 1998 (prima era Jugoslavia) ed è arrivata già tre volte in semifinale, trovando questo modo tutto suo di portare sempre la partita un po’ più in là. A Trapani, l’unico posto dove abbia lasciato un pezzo di cuore, ricordano che talvolta rimaneva addormentato e che andava in discoteca con la maglia della squadra, ma anche che la notte che perse i play-off per la A era così triste da non voler tornare più a casa ma dormire nello spogliatoio, come se aspettasse un sogno diverso. Chi immaginava che sarebbe finito a sognare in mezzo al deserto?”
New York Times: “L’ultima vetrina per la più grande generazione del calcio” – La Coppa del Mondo sta dicendo addio al cast più stellato che il gioco abbia mai messo insieme. L’ambientazione è perfetta per gli eccessi di questo gioco.
6-5 [2-2 al 120esimo] Certezza numero uno. L’Argentina giocherà la semifinale dei Mondiali contro la Croazia senza aver ancora affrontato una Nazionale campione del mondo. Certezza numero due. Messi sta mostrando al mondo una faccia nuova. Così scrive stamattina Ignacio Miri sul Clarin. Leo ci aveva fatto vedere “il genio del pallone che non si arrende, il marcatore implacabile, la stella mondiale che apre a malapena bocca, il giocatore sensibile che crolla quando lascia la squadra in cui è cresciuto, il padre che gioca con i figli raccontato dalla moglie Antonella, la stella vulnerabile che vomitava prima delle partite importanti con l’Argentina. In questo Mondiale è comparso il leader maturo che guida il riscaldamento dei giocatori prima delle partite, che ha trascinato la squadra quando sono affiorati i dubbi, che ha continuato ad arringare i compagni anche dopo un rigore sbagliato che poteva essere decisivo”.
Dalla Spagna, dove lo conoscono benino, Ramon Besa scrive su El Pais che all’età di 35 anni Messi “ha recuperato lo spirito avventuroso del ragazzo che lasciò Rosario per conquistare il mondo, partendo dal Camp Nou. Non palleggia più tanto e si riposa di più, non sempre ha bisogno di segnare, nonostante abbia già superato i gol di Maradona ai Mondiali (9 contro 8). Ha smesso di essere un 7, un 9, un falso 9, un 9 e mezzo, un calciatore onnipotente che giocava per undici, per essere finalmente un 10. E chi porta il 10 è sempre un giocatore che ha una gerarchia sul pallone e sul gioco, come accade a con Messi. Un tocco, un passo, spesso corto, molto argentino. Il rosarino ha aggiunto un’ottima lettura del gioco a una capacità motoria e cognitiva che ha perfezionato fin dai tempi de La Masia, scuola in cui è stato un illustre insegnante Van Gaal. Messi si presenta oggi come un giocatore più completo e maturo, meno ingenuo, più solidale, perché i compagni lo cercano e lo trovano, affinché possa dribblare o passare, fa lo stesso, più che mai giocatore di squadra, comunque unico, consapevole di non essere El Salvador ma il facilitatore dell’Argentina. Messi sembra aver metabolizzato il diverso Messi che è stato, contraddistinto da un talento che gli permette di fare la differenza, nelle amichevoli e ai Mondiali”.