2006 | Dagli scandali nascono i fior

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     ▻ Dagli  scandali nascono i fior: come dal maggio di Calciopoli nacque il luglio di Berlino | Letture e temi: L’Iran è la squadra del Male | Il Mondiale italiano: pezzi di archivio dalla finale contro la Francia | I protagonisti: Materazzi, il più odiato. La rivelazione Grosso. La testata di Zidane | 

 

GERMANIA 2006

Dagli scandali nascono i fior

 

  Sono mesi che non si fa altro. Pare che stiano tutti al telefono. Domenico Contestabile, un socialista, si lamenta di aver saputo da un alto funzionario di Forza Italia della sua esclusione dalle liste per il Senato, così, con uno squillo. Uno squillo e uno scatto alla risposta è sufficiente ai turisti per ascoltare una voce al cellulare, una guida che illustra i monumenti di Como. Una telefonata arriva a Simona Saladini, sindaca di Cernobbio, per dirle di farsi trovare in Comune, stanno organizzando al volo un matrimonio molto importante. Lei si veste di rosa confetto dalla testa ai piedi, va dal parrucchiere, finché si accorge che era uno scherzo, Brad Pitt e Angelina Jolie non sarebbero mai arrivati per sposarsi. 

José Manuel Barroso dalla presidenza della UE telefona a Romano Prodi e si congratula per il risultato raggiunto alle elezioni. George W. Bush telefona invece a Silvio Berlusconi, per sapere se davvero ha perso e come mai esiti tanto a riconoscere la sconfitta. I talebani telefonano a Radio Arman per rivendicare un’autobomba contro la base italiana di Herat, mentre Stefano Ricucci dal carcere di Regina Coeli telefona per il compleanno di Anna Falchi. 

Tutti parlano, molti ascoltano. Nella primavera del 2006 esce un film dal titolo The Listening. Racconta una storia all’ombra di Echelon, il programma di sicurezza nazionale che si occupa di spionaggio. È la storia di un Grande Orecchio che spia ogni telefonata. Il regista è un milanese, si chiama Giacomo Martelli ed è il figlio di Claudio, l’ex ministro di Grazia e Giustizia costretto a dimettersi durante Mani Pulite, per un avviso di garanzia sul crac del Banco Ambrosiano. 

 

Tra il dicembre del 2005 e il marzo del 2006, Fastweb e Telecom Italia sono finite in tribunale. Si stanno accusando a vicenda di concorrenza sleale e di abuso di posizione dominante nel mercato della telefonia fissa. Sembra una storia per addetti ai lavori, forse non lo è. Filippo Lamanna, giudice della prima sezione della Corte di appello civile di Milano, scova in archivio un’intervista rilasciata a un periodico online due anni prima da Leonardo Mangiavacchi, responsabile del Customer insight Management di Telecom, qualunque cosa significhi. Dice Mangiavacchi che «in un regime di concorrenza molto aggressiva, diventa fondamentale massimizzare la redemption delle campagne, e per farlo è necessario tarare l’offerta sui target specifici». Svela così che nelle case dei consumatori passati da Telecom a Fastweb, arrivano telefonate dai call center con l’invito a tornare al vecchio operatore. Offrono tariffe studiate sulle loro esigenze. Conoscono alla perfezione usi e consumi pregressi dei clienti persi. Carlo Bonini su Repubblica scrive che “di loro, gli uomini del recupero clienti Telecom sanno tutto. Quanto telefonano, verso quali apparecchi, in quale zona d’Italia. Se utilizzano o meno la banda larga internet. Conoscono, soprattutto, a quale nuovo operatore si sono affidati”. Secondo il giudice Lamanna, Telecom non dovrebbe sapere se il doppino di rame dell’ultimo miglio è attivo con un altro operatore. Se lo sa, sta abusando di un’informazione acquisita in qualche modo. 

 

 

Il 2 maggio Lamanna firma un’ordinanza di 44 pagine, sarà depositata il 16. Nella sua ipotesi di lavoro, Telecom Italia avrebbe schedato migliaia di ex clienti, acquisito e utilizzato informazioni privilegiate e lo avrebbe fatto «con pratiche abusive, con mezzi non obiettivamente giustificabili». Nel corso della loro inchiesta per Repubblica, Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo scoprono che un anno prima, i pm della Procura di Milano stavano indagando sugli appalti per la sicurezza e sulla società di vigilanza Ivri. Per una storia di tangenti, erano finiti in carcere i vertici della società. Spunta dalle carte il nome di Emanuele Cipriani, amico di Licio Gelli, titolare di un’importante agenzia d’investigazione, la Polis d’Istinto. Negli ultimi quindici anni ha svolto attività di indagine per la Telecom, un affare da 14 milioni di euro. Il tramite tra l’azienda e l’investigatore si chiama Giuliano Tavaroli, un ex carabiniere, responsabile della sicurezza Telecom e del suo proprietario Marco Tronchetti Provera. È sempre nella coppia Cipriani-Tavaroli che i carabinieri si imbattono, quando scoprono l’architettura illecita di Pierpaolo Pasqua, ex capo di un circolo di Alleanza nazionale, figlio di un ufficiale dell’Arma con un passato nei servizi. Alla vigilia delle elezioni regionali nel Lazio ha costruito dei dossier per far fuori i candidati di centrosinistra e dell’estrema destra, Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo. 

 

Ora. Negli stessi giorni in cui il giudice Lamanna sta preparando la sua ordinanza, la Federcalcio è costretta ad ammettere che certe indiscrezioni giornalistiche rispondono al vero. Da due mesi è in possesso di un dossier che contiene «ampia e copiosa documentazione con la trascrizione integrale di un rilevante numero di conversazioni telefoniche» tra personaggi del calcio. Le telefonate intercettate hanno per protagonisti il vicepresidente della federazione Innocenzo Mazzini, l’ex designatore arbitrale Pierluigi Pairetto e soprattutto il direttore generale della Juventus, Luciano Moggi. Pare che il suo numero telefonico in Italia ce l’abbiano tutti e tutti lo hanno composto negli anni, perfino il giudice Marabotto per ingraziarsi un ispettore del ministero e il ministro Pisanu per chiedere un occhio di riguardo per la sua Torres. 

Mancano due settimane ai Mondiali di calcio in Germania, quando Giuseppe D’Avanzo scrive che il pasticcio spionistico di cui si stava occupando nei mesi precedenti, “incrocia lo scandalo del calcio. Per quanto racconta Emanuele Cipriani ai magistrati, nei file illegali della Polis d’Istinto ci sono alcuni dossier raccolti, su input dell’Inter di Massimo Moratti e ordine di Marco Tronchetti Provera”. 

Il club neroazzurro si era rivolto, scrive D’Avanzo, a quella rete “per venire a capo della presunta corruzione di Massimo De Santis, indicato da Nucini come uno dei protagonisti dei trucchi” che avrebbero favorito la Juventus a svantaggio dell’Inter. 

Marco Tronchetti Provera reagisce scrivendo una lettera ai suoi 85mila dipendenti e attaccando il gruppo L’Espresso. Parla di “persistente accanimento su presunte attività illecite, quali intercettazioni, creazioni di dossier e schedature dei clienti. Non mi riconosco e so che anche voi non vi riconoscete in questa falsa rappresentazione dell’azienda”. Il Foglio scrive che tra il gruppo Espresso e Telecom non corre buon sangue per via della concorrenza nel mercato delle frequenze televisive. 

In mezzo a tanto polverone, D’Avanzo si stupisce perché il mondo politico tace: “Di che cosa si deve occupare la politica se non dell’interesse pubblico?”. 

Si alza da quel momento un vento impetuoso. Il 5 maggio si scopre che Luciano Moggi è indagato anche a Napoli nell’ambito di un’inchiesta sul calcioscommesse. Lunedì 8 Franco Carraro si dimette dalla presidenza della federazione. Giovedì 11 si dimette tutto il cda della Juventus. Domenica 14 la squadra vince lo scudetto a Bari con 3 punti di vantaggio sul Milan, i calciatori e Fabio Capello festeggiano sul campo, Luciano Moggi piange in diretta tv:  «Mi è stata uccisa l’anima, da stasera lascio il mondo del calcio, non è più il mio mondo, penserò solo a difendermi dalle cattiverie». Martedì 16 maggio, il presidente del Coni Gianni Petrucci nomina il giurista Guido Rossi commissario straordinario della federcalcio. 

Roberto Beccantini su La Stampa scrive: “I tifosi della Juventus hanno il dovere di rispettare la realtà. Sono molti coloro che si aggrappano agli scandali pregressi – bilanci gonfiati, iscrizioni aggiustate, passaportopoli, fidejussioni taroccate – per garantirsi una via di fuga. Non v’è dubbio che, in passato, siano stati usati troppi pesi e troppe misure. Per tutti. Il fresco patteggiamento di Recoba e Oriali ne è la prova più lampante: a livello sportivo, l’immancabile «sanatoria» salvò l’Inter e le altre società che, come lei, avevano barato con gli extracomunitari. Oggi, però, siamo di fronte a una vergogna di regime. E quel regime ha in Moggi e nella Gea i grandi burattinai. Sinceramente: non vedo come la Juventus possa smarcarsi dalla responsabilità diretta. E, dunque, da sanzioni adeguate: scudetti revocati, retrocessione”

 

Scopriremo a metà giugno che c’è stata una fuga di notizie fatale all’obiettivo che i pm di Napoli si erano dati. L’inchiesta si era accavallata con una precedente di Torino, archiviata. È l’inchiesta che ha mandato le prime carte in federazione. Repubblica scrive: “Le cose dovevano andare così. Il Mondiale “liscio”. Poi, a luglio, la luna nera. A giochi chiusi, Luciano Moggi, Pierluigi Pairetto e Paolo Bergamo devono essere arrestati”. 

Invece la fuga di notizie costringe a un passo indietro. L’arresto viene declassato in invito a comparire, con il segreto istruttorio manomesso. 

A quel punto la posizione più delicata è quella di Marcello Lippi, il Ct che sta preparando i Mondiali. I giudici di Roma sostengono che Lippi orienti le convocazioni tenendo conto delle esigenze della Juve e delle esigenze della Gea. L’agenzia viene definita “il braccio armato di Moggi” perché tiene sotto contratto 262 calciatori, 28 dirigenti, 3 presidenti e 29 allenatori. Potrebbe mettere in piedi un campionato solo suo con 23 squadre. Ne fanno parte la figlia del banchiere Geronzi di Capitalia, ne sono usciti da poco il figlio di Carraro e il figlio di De Mita.  C’è una telefonata in cui Moggi gli chiede di non far giocare Cannavaro contro la Bielorussia per non stancarlo, e Lippi accetta. Inoltre, se il Ct chiama qualcuno in Nazionale, il suo valore di mercato cresce. La procura di Roma sospetta che Chiellini sia stato a suo tempo convocato per questo. 

Siamo a ridosso dei Mondiali, di Lippi chiedono più o meno esplicitamente le dimissioni il Corriere della Sera con Beppe Severgnini, la Gazzetta con Candido Cannavò, il manifesto, la Padania, il Riformista. Franz Beckenbauer, capo del comitato organizzatore dei Mondiali, dice che si tratta del peggior scandalo nella storia del calcio. Joseph Blatter, capo della Fifa, manda un messaggio cifrato: gli azzurri troveranno in Germania un ambiente assai ostile. 

Quando si parte per la Germania, Vittorio Zucconi su Repubblica parla di “un mese di fuga dalla realtà per cinque miliardi di possibili spettatori, ma un’evasione che lo stesso calcio ci ha reso ormai molto difficile. Sarà perché noi italiani ci arriviamo quasi di controvoglia, incespicando nella nostra coda di paglia e nelle nostre gambette logore.  Le correnti fredde provenienti per una volta da Sud, dall’Italia, stanno facendo rabbrividire tutto un mondo tanto poco fiducioso in sé stesso da avere costretto i giocatori a firmare un giuramento anti-scommesse. E da avere chiuso gli arbitri agli arresti alberghieri, isolati dal mondo, con la proibizione di ricevere o fare telefonate. Come ha detto Karl Heinz Rummenigge, l’Italia è una parte troppo importante del corpo calcistico internazionale perché possa andare in cancrena senza che il resto dell’organismo ne soffra”.

 

Nel giorno in cui l’Italia batterà la Germania e si qualificherà per la finale, arriveranno le prime richieste di condanna per una inchiesta che inizialmente viene definita dei “furbetti del quartierino calcistico” e poi diventa Calciopoli. Il procuratore federale Stefano Palazzi chiede per la Juventus la revoca dello scudetto 2005, la non assegnazione dello scudetto 2006, la retrocessione in C con 6 punti di penalizzazione; per Fiorentina e Lazio la retrocessione in B e 15 punti di penalizzazione; per il Milan la retrocessione in B e 3 punti di penalizzazione. 

Il 9 luglio l’Italia ha quasi dimenticato tutto. È campione del mondo. Com’era successo alla Nazionale di Bearzot due anni dopo il trauma del calcioscommesse. Dai diamanti non nasce niente, dagli scandali nascono i fior. 

 

LEGGI Lo scandalo 1980. Hanno arrestato i giocatori

“Quella visione della macchina della polizia messa a presidiare l’imbocco degli spogliatoi dell’Olimpico, sulla pista dove Berruti vinse la medaglia d’oro dei 200 metri, appariva come il compendio d’una giornata di disfatta per lo sport. 

Molta gente rivolge critiche al metodo che la magistratura ha scelto per intervenire. Lo dicono uomini di legge; lo telefonano ai nostri centralini centinaia di innamorati di sport. Il mandato di cattura non era obbligatorio. Si poteva evitare d’intervenire negli stadi. Si poteva aspettare l’alba. Un maggior riserbo avrebbe sottratto l’operazione al dubbio di una messinscena inutilmente teatrale, e avrebbe evitato raffronti con altre vicende della vita nazionale”.

➔  CONTINUA QUI | Slalom 24 aprile 2020

 

  Letture e temi

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L’Iran è la squadra del Male

di gabriele romagnoli, Repubblica, 9 giugno 2006

 

“Nonostante l’ostentata tranquillità dell’allenatore croato Branko Ivankovic il ritiro dell’Iran non è un rifugio antiatomico, ma neppure uno spensierato villaggio vacanze. Siamo qui per giocare e guardar giocare al calcio, ma restare seri non è permesso, bisogna per forza tirare in ballo la geopolitica e apparentarla con i terzini fluidificanti. Così questa è diventata la Squadra del Male, qualcuno ha perfino chiesto di escluderla e ora pretende almeno il divieto d’ingresso per il presidente tifoso Ahmadinejad. 

“È come Hitler”, titolava due giorni fa la Bild (anche se per ora è sotto di sei milioni a zero). Da Teheran invece di abbozzare fanno il gioco pesante. … La prima volta che vedemmo giocare l’Iran era il 1978, in Argentina. Presero 8 gol, ne fecero 2, ottennero un pareggio con la Scozia. Poteva essere “l’inizio di una bella amicizia”, tornarono a casa e ci trovarono prima una rivoluzione e poi la guerra con l’Iraq che distrusse una generazione e relegò il calcio a perduta memoria. Riapparvero sui radar vent’anni più tardi, nel ’98 francese. Già praticamente eliminati, giocarono contro gli Stati Uniti. Allora come oggi l’incontro venne caricato di significati sproporzionati: lo scontro di civiltà, la rivincita per la crisi degli ostaggi e il play off delle religioni furono delegati a due comitive di pedatori. Più saggi degli scribi e dei politicanti, quelli si presentarono in campo con fiori e sorrisi, scongiurando il peggio. Poi l’Iran prevalse per 2 a 1 e qualcuno inevitabilmente scrisse che aveva vinto “la madre di tutte le partite”. Domenica, orfani di tanto duello, si ripartirà dal derby del disprezzo di Oriana Fallaci: Iran-Messico. …  A Norimberga si svolgerà una partita, non un processo, Ahmadinejad, se arriverà, sarà un raro momento di euforia infantile e i naziskin che hanno deciso di adottare l’ Iran come loro protetta, che almeno lo facciano a distanza”.

 

Il Mondiale dell’Italia

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Il trauma nascosto dell’Italia

di gianni mura, Repubblica, 10 luglio 2006

 

“Alla fine, sono stati i centimetri, non la freschezza a fare la differenza. E, ancora di più, la differenza l’ha fatta un colpo di testa di Zidane. Fino a quel momento, il migliore in campo. Aveva segnato su un rigore per me molto dubbio, se non inesistente, ma l’ho rivisto alla moviola. Alla velocità normale, l’entrata di Materazzi su Malouda poteva sembrare fallosa. Il francese si è tuffato, l’arbitro ha abboccato.  Dopo tante amarezze ai calci di rigore (Mondiali del ’90, del ’94, del ’98) l’Italia può sorridere. La Francia complessivamente ha giocato meglio, e forse aveva ragione Platini: un trauma nascosto l’Italia ce l’aveva, Rotterdam 2000, la finale europea persa al golden-gol, quando per il gioco espresso strameritava di vincerla. Questa volta è successo il contrario, e siccome sono passati sei anni agli azzurri sono spettati gli interessi: non più un Europeo, ma un Mondiale. Parte del merito ovviamente va dato anche alla Francia: ha giocato senza timori, anche con una certa supponenza (vedi il cucchiaio di Zidane sul rigore), ma ha occupato meglio il campo, stando larga e impedendo per un’ora buona ai nostri terzini di avanzare. ha creato pochissimi problemi a Grosso, che era e resta una delle vere rivelazioni di questo torneo. Mi avessero mai raccontato che avrei visto un Mondiale con due gol di Materazzi, e lui determinante, non ci avrei creduto. Però è così. Buffon conclude il Mondiale senza avere preso un gol su azione. Questo testimonia della bontà della difesa, decisamente il reparto più forte per tutto l’arco del mondiale”. 

 

Les Italiens

di beppe severgnini, Corriere della sera, 10 luglio 2006

 

“Scrivo mentre i nostri, impazziti di gioia e di sorpresa, girano per il campo: erano tutti bambini, nel 1982, e ora si stanno comportando allo stesso modo: cappelloni e boccacce e bacini. Il pubblico italiano sugli spalti è invece stranito. Anzi: esausto. Ogni tanto qualcuno si alza, grida qualcosa, e poi s’accascia. Solo intorno alle 11 e un quarto, quando Cannavaro si mette a ballare la tarantella tedesca trascinando tutti gli altri, qualcuno si scuote. Poi Totti mette la coppa sotto la maglietta e, così incinto, corre verso la nostra tifoseria: più buona di quella avversaria, più popolare, più addestrata a prender sberle dal destino. Ma era ora di finirla: ed è finita. Platini adesso ricorderà il nome di Grosso, finalmente: a differenza di lui, il ragazzo ha vinto una Coppa del Mondo. E tutto il pubblico francese che stasera era qui a Berlino ricorderà quel rigore lunghissimo. Che parte da Palermo e finisce nella porta sotto la curva dei bleus. «Les italiens!», mi hanno gridato tutta la sera nelle orecchie, come se fosse una colpa. Non ho avuto cuore di dirgli, mentre nascondevano le mani nella faccia, che les italiens sono anche questa cosa qui: gente che sa aspettare. E sa soffrire, cercando di tirar fuori un capolavoro da un anno orribile, e da una serata nata storta. Il cielo ha simpatia per gentaglia come noi, che sa incassare e non lo sfida con arroganza”.

 

Chissà per quanto tempo

di carlo verdelli, La Gazzetta dello sport, 10 luglio 2006

 

“Chissà per quanto tempo ancora, giorni ancora, mesi ancora, ci racconteremo il gol di Marco Materazzi, e le gesta eroiche del prode Cannavaro, e il rigore sbagliato da Trezeguet, proprio quel Trezeguet che ci tolse l’Europeo, e poi quell’altro rigore, quello della vita, segnato da un ragazzo, Fabio Grosso, che fino all’altro ieri giocava in C2. È finita come doveva finire, almeno dal nostro punto di vista: l’Italia è campione del mondo per la quarta volta, seconda nazione per titoli dopo il Brasile. E ancora una volta con una vittoria, e più in generale un torneo, che lascia poco spazio ai processi del lunedì altrui. La Francia ieri sera forse non meritava di perdere: ma l’Italia, questa Italia di Lippi, non meritava l’ennesima beffa a un millimetro dal traguardo”

 

E del resto chi se ne frega

di mario sconcerti, Corriere della sera, 10 luglio 2006

 

“Siamo campioni del mondo, come nessuno pensava e come nessuno nemmeno ci voleva. Noi catenacciari e sporchi, corrotti e vittimisti. Noi di questo Paese che si fustiga e che domani manderà i campioni del mondo a giocare chissà dove, in B o in C non importa, perché noi siamo così, unici ed eclettici, morbosi e avvelenati di lealtà. Siamo campioni del mondo con grande sacrificio come tutto in questo mondo post cattolico e post comunista, ma che in ogni latitudine dello spirito ha sempre saputo giocare questo gioco fantastico che è di tutti gli uomini. L’Italia è campione del mondo, la nostra terra, questo Paese strano e disincantato dove adesso stiamo commuovendoci tutti perché si sa che il calcio non è la vita, ma valla a immaginare una vita senza il calcio. E pazienza se ci sono cose più importanti. Il calcio siamo noi dello Stivale, fantastica terra di mezzo sospesa fra i mondi, bianca, nera, di chissà quali razze, mescolata a se stessa, aggrappata a un’idea di vita arrangiata e granitica. Noi che veniamo da un colpo d’arte, noi che non sappiamo dove nasce la logica, la diplomazia, il mondo, ma sappiamo esistere come pochi altri, che abbiamo piegato la vita nella vita e ora ce la giochiamo sul campo come professionisti del sacrificio, come artisti dell’arrangiarsi.

L’Italia è campione del mondo e noi con lei, noi che siamo la sua gente, noi che non sappiamo segnare né quasi fare un passaggio, ma siamo cresciuti in mezzo al fascino violento e galeotto di questo sport che ci cattura da subito e ci fa mettere tutto alle spalle. Noi sappiamo che ci sono cose più importanti. È questa la cosa bella, che ci sono cose vere, che la vita sta da un’altra parte, a Gaza, a Bagdad, in qualche metropolitana di grande capitale occidentale. Ma arriva un momento in cui il calcio porta via con sé, strappa da tutto, spezza la vita e ne costruisce un’altra. Fa diventare campioni del mondo. E il resto, onestamente, sinceramente, chi se ne frega”.

 

I protagonisti

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Fabio Grosso

di maurizio crosetti, Repubblica, 5 luglio 2006

 

“Prima di tornare in campo per il secondo tempo supplementare, Fabio Grosso si è chinato, ha raccolto qualcosa, e le benedette immagini televisive rallentate dentro i monitor della tribuna stampa hanno permesso di capire cosa: un po’ d’erba. Forse, non più di un filo. E se l’è messo in bocca. Ha, insomma, mangiato un pezzo di prato come in quella pubblicità dell’aceto balsamico. Poi si è fatto un piccolo segno di croce e si è baciato le dita. Olè. Nel cielo, in quel momento, stava passando una gentile mezzaluna rosa, e i tedeschi ancora ululavano contro i terroni mangiatori di pizza, tutti baffi e mandolino, però un po’ meno di prima. 

… Un numero tre all’esordio in un mondiale, uno che gioca nel Palermo e non nella Juve, non nel Milan (ma ora l’ha preso l’ Inter, auguri), quando diavolo ci va, al tiro? Stavolta, ci va, ecco quando. E chi non ha mandato a memoria solo i messicani con i loro sombreri, ma anche gli azzurri di Spagna, non può non pensare subito a quella meravigliosa azione contro l’Argentina nell’82, da Tardelli a Cabrini e il tiro è un sinistro che s’incrocia in diagonale e riempie la rete come la vela di un galeone. Lo stesso tiro, l’identico colpo di Fabio il muto, ieri sera”

 

Materazzi, il campione più odiato

di emilio marrese, Repubblica, 10 luglio 2006

 

Un profetico lenzuolino in stile tardo leghista appeso in un angoletto lassù dell’ Olympiastadion giocava sul nome di Grosso. E il riferimento non era al cuore, naturalmente. Per Marco Materazzi, il calciatore più detestato nei nostri stadi a parte il suo, ma neanche sempre, per lui neanche un fazzoletto. Un gol, l’espulsione, il rigore. Quanto Materazzi in questa notte da diventarci matti. Materazzi capocannoniere azzurro, con due reti, insieme a Luca Toni che però di mestiere fa quello Materazzi che segna quanto Shevchenko e Adriano, più di Ronaldinho. Lui che neanche gli farebbero pubblicizzare uno sverniciatore.  Cosa avrà davvero detto, al francese, per fargli perdere a quel punto il lume della ragione, la finale, il mondiale e anche la dignità, forse non lo dirà mai davvero. Di sicuro non gli ha toccato la madre, visto che quello è l’ insulto che a lui, orfano da bambino, fa imbestialire di più ogni maledetta domenica, quando il coro “figlio di” sale puntuale e carogna dalla curva nemica. Quel dito puntato in alto dopo il gol, verso il cielo, era sicuramente rivolto a chi non c’ è più, non ha mai avuto. Il ragazzo certo ha avuto più sangue gelato nelle vene di Zizou, perché dopo quell’episodio lo stadio gli si è rivoltato contro e con lui tutti gli azzurri. Magari s’è sentito finalmente a casa, il 33 enne stopper abbonato all’odio, e non ha fatto una piega quando è toccato a lui andare a calciare il rigore. Bum, gol. La sua rivincita. Chissà se basterà per avere un applauso dal pubblico nemico almeno una volta nella vita, quando tornerà il Materazzi dell’ Inter e non di tutti noi.

 

La testata di Zidane

di emanuela audisio, Repubblica, 10 luglio 2006

 

“La tristezza delle canzoni francesi va benissimo per questo addio. Metteteci tutto: le foglie morte, la faccia di Jean Gabin, gli occhi di Michèle Morgan, e la disperazione di una testata. Tu che volti le spalle al campo, che te ne vai a capo chino, con il labbro che sta cedendo, con le lacrime che ti riempiono gli occhi, con il cuore mangiato. Da re a teppista. Tutto in una notte. In un mondiale che stava diventando tuo, dopo un rigore che gli avevi fatto vedere a Totti come si fanno i cucchiai. Alla francese certo, non alla romana. Con semplice grandeur, anche se aiutato dalla traversa. valeva la pena uscire così dalla storia, così dannatamente dalla parte del torto? E con la pena di dover imboccare lo spogliatoio passando proprio accanto a quella Coppa che è esposta tra campo e tunnel. Era lo stesso Buffon a rincuorare Zidane mentre mestamente rientrava nello spogliatoio. Un raptus quello di Zizou, forse. Capitato altre volte in passato: una testata e una passeggiata con i tacchetti sul corpo di un avversario a terra. Ma con Materazzi brutte parole, anche. Un piccolo incendio che è divampato un uno scatto d’ira. Aimeè Jacquet, ex ct della Francia, campione del mondo nel ‘98, è sconvolto: «L’esclusione di Zizou è stata terribile. Non riesco a spiegarmi il suo gesto. È un tipo molto istintivo e purtroppo non ha saputo controllarsi. È stato terribile vederlo fare quella scorrettezza. Pensavo molto francamente che avrebbe alzato al cielo la coppa del mondo. Peccato».

Dopo tanti geniali colpi di testa una testata con un brutto addio”

 

| Lo hanno perdonato

di massimo nava, Corriere della sera, 11 luglio 2006

 

“Forse la cosa più incredibile di questo Mondiale non è avvenuta a Berlino. ma a Parigi. I francesi hanno imparato a perdere, liberando se stessi e quelli che li guardano dai soliti pregiudizi e luoghi comuni. La grandeur non è finita a Waterloo, ma è una bandiera dignitosamente ripiegata su una lunga stagione del calcio transalpino comunque carica di gloria e medaglie e su una finale in cui gli eroi hanno dato tutto. Il Mondiale ha detto che gli italiani non sono catenacciari, che i brasiliani non sono marziani e che i francesi, almeno nel calcio, non hanno il complesso di superiorità. Essendo questo sport un amore recente, non hanno fatto in tempo a fame un capitolo della Storia e del carattere nazionale. Hanno accolto la sconfitta come una non vittoria, perché perdere ai rigori significa uscire imbattuti e hanno abbracciato i loro campioni con tutti gli onori e ringraziamenti. Una folla immensa li ha applauditi in Place de la Concorde. Il presidente Chirac, invitandoli a pranzo all’Eliseo, ha anche consolato quelli che, dall’altra notte, non hanno smesso di piangere. Grazie, grazie lo stesso, è il tema più frequente nei giornali e fra la gente, con rare eccezioni. Chirac ne ha approfittato per un messaggio politico. Avete dimostrato che la Francia è forte quando è unita nelle sue diversità e crede in se stessa. 

… I francesi hanno perdonato anche Zidane, evitando di tirargli la croce addosso, come invece facemmo noi per lo sputo di Totti agli europei. È talmente grande e simbolico Zizou che non può essere processato per la sua reazione violenta, per quello che è stato definito «il più triste degli addii». Molti giornali e commentatori gli hanno già trovato un alibi, frugando nel «labiale» di Materazzi e nella furbizia dei soliti italiani”. 

Corriere della sera, 11 luglio 2006

 

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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