COSA STAI PER LEGGERE
▻ Il trauma del Maracanazo un anno dopo la tragedia di Superga – L’impossibile missione dell’Italia, il primo Mondiale degli inglesi col complesso di superiorità e la loro eliminazione contro gli americani | Storie formidabili di portieri: Frank Borghi | Che cosa successe durante i Mondiali: L’uccisione di Salvatore Giuliano | Letture: La voglia di scappare lontano di Alberto Moravia | Come si giocava a calcio nel 1950: L’irresistibile ascesa del difensivismo | Le cronache dell’epoca: la finale Brasile-Uruguay | Protagonisti: Moacyr Barbosa, Alcide Ghiggia, Juan Alberto Schiaffino, Obdulio Varela | Firme: Eduardo Galeano, Francesco Rosi, Osvaldo Soriano
BRASILE 1950
Il Maracanazo un anno dopo Superga
Certe notti Bepi se ne stava sdraiato sul ponte della nave, con gli occhi al cielo. Non è che guardasse le stelle, non gliene era mai importato troppo. Pensava a Valerio, alla sua simpatia, alla sua capacità di giocare con i piedi prima del tempo, come un difensore. Guardava in alto e credeva di poterlo trovare lì, pensava che sarebbe apparso a dirgli chissà che cosa. Nessuno era più bravo di lui, di Bepi Moro.
Solo Valerio.
Valerio Bacigalupo.
Per molto tempo aveva pensato che senza quella sfacciata superiorità, la maglia della Nazionale sarebbe stata sua. Solo che adesso, senza Valerio, adesso che davvero gli avevano dato quel numero 1 dietro la schiena, la schiena se la sentiva piegare sotto il peso. Anzi. Gli avevano dato sia il numero 1 del Torino sia quello dell’Italia. Tutt’e due suoi. Perché Bacigalupo era morto. Era morto in cielo. E Bepi – dal ponte della nave – guardava là.
Il Ventennio del regime fascista era finito in politica, un altro ventennio restava ancora al potere nel calcio. Con la sospensione per la guerra di mezzo, la Nazionale italiana era campione del mondo dagli anni Trenta. Stava andando in Brasile a difendere un titolo che nessuno le aveva potuto togliere nel 42 e nel 46, le due edizioni saltate. Ci andava senza i migliori, senza buona parte della squadra titolare, morta a Superga. La tragedia del Grande Torino, dicevan tutti. Era così. Ma era pure per buona metà l’Italia, azzerata a 13 mesi dai Mondiali.
La formazione messa insieme in poco più di un anno, fece il viaggio verso il Sudamerica in nave. Superga era stato dolore e sgomento, lasciava in eredità anche il terrore per l’aereo. I più forti non c’erano più. Agli azzurri che partivano con la maglia di campioni del mondo in carica, Valentino Mazzola, Menti, Ballarin avrebbero segnato tre gol con gli occhi bendati, come tre ne avevan fatti alla Spagna due mesi prima di morire.
Papa Pio XII aveva dato la benedizione in Vaticano, la squadra aveva salutato il presidente Einaudi al Quirinale, aveva portato una corona al Flaminio per i caduti e si era messa in treno per Napoli, dove si era imbarcata da Mergellina verso le Canarie, mentre la folla chiedeva autografi. Il sindaco regalò dei ciondoli, corni gobbetti ferri di cavallo. Dovevano portar fortuna per il viaggio. Presero anche due caffettiere napoletane e le portarono a bordo. Pandolfini cantava, sembravano felici. Stavano andando ai Mondiali, e a Bepi il molo di Napoli sembrò New York.
Vittorio Pozzo non c’era più. Si era dato in esclusiva al giornalismo. Quando aveva saputo dell’aereo finito nella nebbia contro la basilica, aveva scritto su La Stampa un lamento per i suoi ragazzi perduti.
| “Menti, che venivi a confidarti con me ogni tanto, Ballarin che tanta paura avevi di perdere il posto in Nazionale dopo la partita di Zurigo, Rigamonti che t’ho fatto piangere l’anno scorso a Parigi prima della partita con la Francia, Grezar che mi corresti dietro la settimana scorsa per offrirmi una birra e per chiedermi se in realtà anch’io ti ritenessi diventato vecio. Maroso, tu il vero puro sangue dell’ultima generazione, Valentino Mazzola che facevi i capricci, mi davi dei grattacapi e poi mi scrivevi per chiedermi scusa, Loik che a gare finire amavi il bicchiere di vino buono, Voi tutti che mi foste compagni nelle lotte per il buon nome, e che mi rimproveraste quando Vi lasciai, pochi mesi fa, ora siete Voi a lasciare me. Permettetemi che non scriva più”.
leggi anche Le ore tragiche del Grande Torino
La ricostruzione con le parole dell’epoca dagli archivi. Cosa accadde e come – I testimoni – I corpi, le famiglie, l’inchiesta – Storia della dinastia Mazzola: da Valentino a Sandro

Uno dei responsabili della commissione tecnica era adesso Ferruccio Novo. Del Torino era stato il presidente. Si era salvato dall’incidente aereo perché aveva avuto la febbre e non era partito per Lisbona. Se la prese anche alla vigilia del viaggio in nave verso le lontane Americhe, non si imbarcò. La federazione dispose che prendesse nei giorni successivi un aereo, e ci fu parecchio nervosismo. In lui che volava, negli altri che ballavano sul mare. Ballavano perché la Sises non era una grande nave, fra la Corsica e la Sardegna si spaventarono parecchio. Quando dovevano allenarsi salivano al piano superiore, sotto stavano gli emigranti, povera gente alla quale non era consentito di andar su nemmeno a sbirciare due minuti. L’Italia fece uno scalo a Las Palmas e giocò una partitina d’allenamento. Bepi con i titolari, Casari con le riserve, l’altro portiere Sentimenti IV all’ala. Parola impazzì perché Cappello segnò una cosa come tre o quattro gol. Doveva esistere ancora la vecchia macchina della propaganda oppure era già la nuova macchina della comunicazione, fatto sta che sui giornali si lesse che la Nazionale era in grande forma, e che i Mondiali avrebbe potuto vincerli pure Cappello da solo.
Bepi si mise a ridere, la partita era stata uno schifo. Era stata quella, la preparazione. Tutta lì. Quindici giorni di tiri e palleggi sulla nave, l’Oceano Atlantico sotto, il pallone in acqua e qualcuno lanciato di proposito ai delfini che seguivano. Chi li aveva visti mai, i delfini, a Carbonera, provincia di Treviso. Chi leggeva, chi giocava a ping pong, chi si limitava a mangiare e basta. Per non restare da solo con il cielo, di notte Bepi cominciò a parlare anche alle onde. L’Italia giunse a Rio senza più un pallone, c’era il relitto di una nave in una insenatura. Erano due segni infausti, ma chi sapeva leggerli?
La Nazionale campione del mondo senza più un campione del mondo sbarcò al porto di Santos e proseguì verso San Paolo. L’hotel era in pieno centro, fra il caos e i locali notturni. Erano stati divisi in tre per ogni stanza, al diciannovesimo e al ventesimo piano di un palazzo, ma scoprirono che in stanza i letti erano due. La prima notte qualcuno si arrangiò sui divani. I dirigenti non sedevano a tavola coi calciatori, lasciati soli, stanchi per il viaggio. L’unica squadra a essere giunta in Brasile con la nave. Per fortuna nello stesso hotel alloggiava una compagnia di ballerine argentine. Pandolfini aiutò Bepi a uscire dalla finestra, per una notte smise di parlare a Valerio e al cielo.
Valerio diceva che il pallone è un nemico che non deve entrare in casa. Bepi era un mattatore, si sentiva forte, fortissimo, ma mai alla sua altezza. Si erano incontrati dieci giorni prima che morisse. Bari-Torino, sestultima di campionato. Uno a uno. Moro giocò la sua solita partita appariscente, il Toro fece ancora 0-0 in trasferta in casa dell’Inter e diventò campione a quattro giornate dalla fine. Se avesse perso, si sarebbe riaperta la corsa allo scudetto e forse l’amichevole con il Benfica a Lisbona sarebbe stata cancellata. Forse Valerio sarebbe ai Mondiali, forse Bepi non sarebbe così malinconico. Nella sua vita avrebbe parato 46 rigori su 63, due a LIedholm nello stesso anno. Sapeva provocare gli attaccanti, loro mettevano la palla sul dischetto e lui gli faceva il burattino, si muoveva come un pupazzo per distrarli. Ma lo chiamavano vanitoso perché si era fatto crescere il ciuffo come John Wayne, lo chiamavan matto perché si disinteressava della partita e si calava a raccogliere il berretto perduto nelle uscite, lo chiamarono pure venduto, corrotto, “uno spregiudicato azionista di sé stesso”, scrissero di Moro. In carriera avrebbe cambiato dieci squadre, inseguito dalle voci di chi raccontava che si vendesse le partite. Le sue indecisioni erano clamorose quanto i rigori che prendeva. Silvio Piola disse che era impressionato dalla sicurezza con cui sbagliava. Era insolente e fragile. Usciva con la testa dalla partita e poiché le voci giravano, chi voleva truccare le partite, credeva di poterlo avvicinare. La Lucchese gli diede un anticipo sul contratto dell’anno dopo alla vigilia della partita in cui dovevano affrontarlo da avversario, così si chiuse il cerchio. Se prendeva un gol dalla Juventus era perché desiderava giocare con loro. Un incubo. Si rovinò col night e il poker. Andò a vendere caramelle, a fare il rappresentante di dolci, a lavorare in una fabbrica di scarpe. Pensò di ammazzarsi. Pensò che lui doveva morire, non Valerio.
Quel Mondiale allora andò come andò. L’India si era ritirata prima di cominciare, si disse per non aver ottenuto l’autorizzazione a giocare scalzi. Nel girone rimasero in tre, la sconfitta all’esordio con la Svezia fu già decisiva, insieme al loro pareggio successivo con il Paraguay. In porta aveva giocato Sentimenti. La seconda partita, già ininfluente, toccò a Bepi. Qualcuno disse: è meglio che al ritorno prendiamo l’aereo.
La sconfitta con la Svezia
di gianni brera, La Gazzetta dello sport, 27 giugno 1950
“La realtà è che gli azzurri sono arrivati all’altra sponda atlantica con i muscoli appannati da 16 giorni di lungo e snervante viaggio per mare. All’ironia di coloro che, all’estero, irridevano al … prudenziale spirito dei nostri giocatori, dobbiamo aggiungere anche lo scorno di veder confermate le nere previsioni dei sanitari, indistintamente avversi alla traversata per nave. La squadra italiana è scesa in campo fuori di condizione contro uomini i quali appunto della condizione atletica usano fare l’arma più certa. … Gli stessi colleghi stoccolmesi hanno scritto che indubbiamente Gren, Liedholm e Nordahl hanno migliorato la loro tecnica a contatto con i nostri giocatori”
La prima Inghilterra ai Mondiali col complesso di superiorità
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Jonathan Wilson, La Piramide Rovesciata: “Considerato che il calcio britannico aveva ignorato o trattato una certa superiorità l’evoluzione del calcio sudamericano e quella dell’Europa Centrale, è altamente improbabile – persino negli anni rivoluzionari dell’immediato dopoguerra che potesse arrivare al punto di sbarazzarsi completamente del suo conservatorismo, ma avrebbe comunque potuto essere maggiormente aperto all’innovazione se quell’epoca non fosse stata caratterizzata dalla presenza di così tanti grandi giocatori nel ruolo di ala. Perché cambiare uno schieramento che consentiva a gente del calibro di Matthews, Tom Finney e Len Shackleton in Inghilterra, o Willie Waddell, Jimmy Delaney e Gordon Smith in Scozia di dare completa libertà d’azione al proprio talento?
L’ironia, ovviamente, era che Herbert Chapman, il progenitore del WM, aveva sempre nutrito dei dubbi sul gioco sviluppato dalle ali. Il suo sistema di gioco, il primo significativo sviluppo tattico nel gioco inglese da quasi mezzo secolo, aveva inizialmente penalizzato le ali, ma nonostante ciò, alla fine finì con l’essere definito proprio dal loro gioco. E proprio quell’aspetto dal quale la sua innovazione tattica si era allontanata, ritornò per precludere ulteriori innovazioni. Per gli allenatori che avevano a disposizione quel tipo di giocatori, rimanere fedeli a ciò che era stato provato e testato fu la cosa più logica da fare. Il bilancio vittorie-sconfitte dell’Inghilterra negli anni dell’immediato dopoguerra fu decisamente buono. La nazionale inglese per quasi due anni, a partire dal maggio del 1947, rimase imbattuta: una striscia positiva che comprese un incredibile 10-0 nei confronti del Portogallo in un match disputato a Estoril, e un successo per 4-0 sull’Italia, ancora i Campioni del Mondo in carica, a Torino. Il problema fu che lo scintillio del gioco di quelle ali finì con l’accecare la Gran Bretagna, relativamente ai miglioramenti tattici che venivano portati avanti negli altri paesi”
◇ Stefano Bizzotto, Giro del mondo in una Coppa [Il Saggiatore, 2018]: “Gli inglesi non brillano per programmazione, anche se a modo loro si danno da fare. Nella fase di avvicinamento al torneo, il dirigente Frank Buckley, un ex ufficiale dell’esercito, si fa venire un’idea curiosa per affrontare il problema del caldo brasiliano. I giocatori vengono portati nell’hangar dismesso di un aeroporto londinese, nel quale si sparano potenti getti di aria calda. E lì si allenano, indossando vestiti da escursione in montagna. La squadra si raduna a Londra sei giorni prima del debutto mondiale, fissato per il 25 giugno. Parlare di squadra, a dire il vero, è un po’ troppo. Al momento di salire sull’aereo mancano quattro giocatori, e uno di questi quattro è proprio Matthews: lui e gli altri sono già oltreoceano. Previdenti? Non proprio. Stanno prendendo parte a una tournée in Nordamerica con una selezione britannica, così come il Manchester United, che difatti ha negato i propri giocatori alla nazionale. Il giorno in cui l’Inghilterra batte 2-0 il Cile, Matthews affronta in Canada la formazione svedese del Jonkoeping. E vince 7-1, per la cronaca. «Vi raggiungo per la seconda partita» fa sapere ai federali.Non ci sono immagini del momento in cui Gaetjens colpisce il pallone. I fotografi erano quasi tutti dall’altra parte, pronti a immortalare un gol che non sarebbe mai arrivato. Per anni è circolata una foto che ritrae Gaetjens e Bert Williams, il portiere inglese. È stata spacciata per la foto del gol, ma non si riferisce all’azione che ha deciso la partita: l’attaccante ha un’espressione di disappunto, la palla in questo caso è uscita. L’Inghilterra ha a disposizione più di 50 minuti per cancellare la vergogna: niente”.
Il gol si adattava perfettamente a quella situazione bizzarra. Bahr provò a tirare; la palla stava viaggiando direttamente verso il portiere Bert Williams. Gaetjens, nel tentativo di togliersi dalla traiettoria, avvertì un forte bruciore all’orecchio sinistro, e la palla terminò in fondo alla rete inglese | Lesly Gaetjens – The Shot Heard Around the World
Storie formidabili di portieri
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente.
Frank Borghi, l’americano che parò tutto contro gli inglesi
Vennero a chiedermi che fine avessi fatto e dove fossi finito. Ero sempre stato lì, nella mia Saint Louis. Avevo aperto un ufficio di pompe funebri, il ramo di famiglia. Da ragazzino guidavo io il carro per la ditta di mio zio, Paul Calcaterra. Sulla Hill. Eravamo quasi tutti italo-americani in città. I miei figli se ne sono andati a Kansas City, qualcuno aveva cominciato a giocare a calcio come me, poi hanno smesso. Di tanto in tanto mi fermo a Wilbur Park a fissare i ragazzini che corrono dietro il pallone, li chiamo e chiedo: “Ehi kids, posso fare il vostro coach?”. Loro mi sorridono e continuano a correre, che ne sanno di me, che ne sanno della storia di Frank Borghi, il portiere che ha eliminato gli inglesi ai Mondiali.
Era il baseball che amavo, mia madre non voleva, avevo 14 anni quando allontanò uno scout venuto a offrirmi un provino. Che cos’è il baseball, ragazzi, non lo capirete mai. Non avevo i piedi buoni il calcio, decisi di provare in porta. Imparai a coprire gli angoli, a tenere gli occhi sulla palla. È il segreto del baseball. Così imparai a prenderla. Quasi mai la calciavo lontano, temevo che sarebbe salita e cascata alle mie spalle. Preferivo allontanarla con le mani.
A Saint Louis, sulla montagna, erano arrivati molti italiani da Cuggiono, tanti altri da vicino Milano, ci trovavamo nella chiesa di Sant’Ambrogio. Un quartiere operaio. Quando scoppiò la crisi economica del ’29, polacchi ebrei e tedeschi se ne andarono. La Hill si trasformò in Little Italy. Fu allora che arrivò lui. Dico Joe Causino. Era stato il direttore dell’associazione dei giovani cristiani. Venne e portò lo sport. Non eravamo mai usciti dalle nostre strade. Ci sposavamo fra di noi, gli abruzzesi con le milanesi, i napoletani con le siciliane. Joe ci portò in giro a giocare a calcio contro ispanici e irlandesi. Vincemmo il campionato del Missouri e quello americano, i più bravi tra noi erano Yogi Berra e Joe Garagiola. Uno andò a fare il ricevitore dei New York Yankees, l’altro finì ai Cardinals. Beati loro.
Noi del calcio andammo in nazionale. Eravamo cinque. Tutti dilettanti, e dilettanti quelli arrivati ai Mondiali dalle altre città. Joe Maca vendeva carta da parati. Joe Gatjens, originario di Haiti, lavava piatti per pagarsi gli studi di ragioneria alla Columbia University. Harry Keough faceva il postino, Charlie Colombo aveva una macelleria, Walter Bahr insegnava educazione fisica, Gino Pariani era operaio. Ben McLaughlin venne a salutarci alla partenza, al lavoro non gli avevano dato le ferie.
Gli inglesi dicevano football, noi dicevamo soccer. Loro avevano inventato il calcio, noi lo giocavamo perché non eravamo né Yogi Berra né Joe Garagiola. A Belo Horizonte, Estadio Independencia, il campo faceva schifo, ma noi eravamo abituati. Bill Jeffrey, il nostro coach, prima della partita disse ai giornalisti che eravamo vitelli pronti per il macello. Il Daily Express scrisse che sarebbe stato giusto darci tre gol di vantaggio e poi cominciare a giocare. Gli inglesi avevano la maglia blu, vinsero il sorteggio e preferirono battere la palla al centro, io scelsi la porta in favore di vento, e lì mi sistemai. Nei primi 12 minuti l’Inghilterra prese due pali, una traversa e tirò sei volte in porta. Ma in porta c’ero io. Dopo 37 minuti scoprimmo che c’era pure un’altra metà del campo. Il professor Walter ricevette un lancio da 25 metri e calciò, Joe il lavapiatti si lanciò in tuffo sulla palla, poteva essere a quattordici-quindici metri dalla porta, la sfiorò di un niente, quel tanto per spiazzare il loro portiere. Dio mio, avreste dovuto vedere la loro faccia. Furiosi. E come delle furie attaccarono. Parai tutto. Compreso un colpo di testa di Jimmy Mullen sulla linea di porta. Tom Finney, alla fine, disse alla stampa che in porta per gli Stati Uniti aveva giocato un gremlin. Il nostro team manager, Chubby Lions, si portò via il pallone. C’era un solo giornalista americano a quei Mondiali, si chiamava Dent McSkimming, scriveva per il St. Louis Post-Dispatch. Si disse che si era pagato il viaggio di tasca sua. È la sola cronaca che negli Usa esiste di quella partita, una delle sorprese più grandi nella storia della Coppa del mondo. I quotidiani inglesi avevano una sola pagina di sport, quel giorno la usarono per raccontare la sconfitta della nazionale di cricket contro le Indie occidentali. Quando nelle redazioni arrivò il dispaccio con la notizia del risultato sulle telescriventi, i capiredattori pensarono a un errore, 0-1 non era possibile. Sarà saltata una cifra, pensarono, di certo è finita 10-1. E scrollarono le spalle.
Che cosa successe durante i Mondiali
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Il contesto del dopoguerra
di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
“Nasceva la televisione a colori. I computer facevano mille somme al secondo. Marilyn Monroe si affacciava a Hollywood. Un film di Buñuel, I dimenticati, si imponeva a Cannes. L’automobile di Fangio trionfava in Francia. Bertrand Russell vinceva il Nobel. Neruda pubblicava il suo Canto generale e apparivano le prime edizioni di La vita breve di Onetti e Il labirinto della solitudine di Octavio Paz.
Albizu Campos, che molto aveva combattuto per l’indipendenza di Portorico, era condannato negli Stati Uniti a settantanove anni di carcere. Un delatore consegnava Salvatore Giuliano, il leggendario bandito dell’Italia del sud, che cadeva crivellato dai colpi della polizia. In Cina, il governo di Mao faceva i suoi primi passi proibendo la poligamia e la vendita dei bambini. Le truppe americane, avvolte nella bandiera delle Nazioni Unite, entravano nella penisola di Corea mettendola a ferro e fuoco, mentre i giocatori di calcio sbarcavano a Rio de Janeiro per disputarsi la quarta Coppa Rimet, dopo la lunga parentesi degli anni della guerra mondiale”.
L’uccisione di Salvatore Giuliano
La tesi del cinema e il tradimento dei confidenti
di gastone ingrasci, L’Unità
“Da dieci giorni alcuni confidenti avevano informato il colonnello Luca che nella zona racchiusa fra Salemi, Santa Ninfa, Salaparuta, Gibellina e Castelvetrano era stato notato il bandito Giuliano. I confidenti aggiungevano che il brigante attendeva l’arrivo di un aereo da Tunisi che dal campo di fortuna di Castelvetrano, già adibito ad uso bellico ed oggi abbandonato, lo avrebbe portato in luogo sicuro. Il comando del CFRB informava il comando di aviazione che disponeva un servizio di vigilanza presso l’aeroporto di Castelvetrano. Contemporaneamente nella zona venivano sguinzagliati agenti in borghese, mentre le squadriglie venivano ritirate per dare l’impressione al bandito che le indagini della polizia si orientavano verso altre località. A questo punto è entrato in circolazione una specie d’autocinema col pretesto di un giro di propaganda cinematografica ma in realtà per tenere i contatti con i confidenti senza dare all’occhio. È stato così che nella notte sul cinque il famoso autocinema, la cui funzione non è stata perfettamente chiarita, è entrato a Castelvetrano mentre il capitano Perenze, insieme col brigadiere Giuseppe Catalano e i carabinieri Renzi e Giuffrida, penetrava nell’abitato. È mezzanotte circa, la città illuminata a giorno è completamente deserta; trascorrono tre ore e 15 minuti e alle 3,15 il carabiniere Renzi vede avanzare sulla via Gagini, una delle strade principali del paese, due uomini armati. Uno dei due è Giuliano; le forti lampade della via lo rivelano in ogni dettaglio; è senza cappello, indossa un paio di pantaloni grigi, una canottiera e una giacca dello stesso colore dei pantaloni. Alla intimazione di fermarsi i due uomini volgono le spalle e fuggono. Il carabiniere Renzi spara mentre i suoi compagni per vie traverse si lanciano all’inseguimento dei due banditi che tentano di separarsi. Il drammatico inseguimento dura circa 30 minuti; Giuliano è finalmente bloccato, stretto nella morsa dei 4 inseguitori i quali sono riusciti a chiudergli ogni varco. Il capitano Perenze è appostato in un cortile moresco, il cortile De Maria, in via Serafino Mannone. Giuliano è premuto dagli altri inseguitori e già ferito alla spalla cerca di nascondersi proprio nel cortile dove si trova l’ufficiale ma, non ha il tempo di varcare l’ingresso che il capitano gli spara addosso.
… Chi segnalò alla polizia l’itinerario del bandito? Quali sono stati gli ultimi favoreggiatori che lo hanno improvvisamente abbandonato? Come mai Giuliano, il quale, secondo il capitano ha sparato ben 52 colpi prima di cadere, non ha colpito, nemmeno di striscio, nessuno dei suoi inseguitori? Giuliano la cui perizia nell’uso delle armi era a tutti nota? Le reticenze nella versione fornita questa sera ai giornalisti confermano massicce responsabilità. La pagina del banditismo siciliano rimane aperta. L’unico sigillo che aspetta è la scoperta e la condanna dei mandanti”.
L’illusione del ministro Scelba
di girolamo li causi, L’Unità
“Ora si illude il ministro dell’Interno, on. Sceiba, di porre (come ha detto) la parola fine alla questione del banditismo politico in Sicilia con l’uccisione di Giuliano, notoriamente in collusione con gli agrari dell’isola, con la mafia e con uomini politici della maggioranza governativa. Giustamente l’assemblea regionale, accogliendo all’unanimità la proposta del compagno Montalbano alla quale si è associato il presidente del governo regionale on. Restivo, ha fatto voti affinché dopo la eliminazione di Giuliano le indagini della polizia continuino, per accertare le responsabilità dei mandanti e dei favoreggiatori. Specie dopo il voto unanime dell’assemblea regionale, la parola fine alla questione del banditismo politico in Sicilia dovrà essere pronunciata solo quando sarà fatta piena luce sull’attività criminosa di Giuliano, sui suoi complici in guanti gialli, sui suoi mandanti, su coloro che lo hanno ospitato nelle ville, nei palazzi e nelle e masserie, su coloro infine che, quali dirigenti della mafia, lo hanno aiutato in tutte le sue imprese allorché la situazione politica gli era favorevole e lo hanno consegnato alla polizia, quando la classe agraria ha ritenuto di non averne più bisogno e di non poterlo più utilizzare pienamente. Il popolo siciliano respinge sdegnosamente la parola fine pronunciata oggi dal ministro Scelba, come ha respinto sdegnosamente l’affermazione dì Scelba subito dopo la strage di Portella della Ginestra, secondo cui tale strage sarebbe stata consumata da Giuliano di sua iniziativa, senza mandanti della classe agraria siciliana e senza l’organizzazione della mafia”.
Il lavoro dietro il film, dieci anni dopo
di francesco rosi, da Il Cinema Ritrovato
“Nel 1960 volli affrontare un discorso sul cadavere di un giovane bandito diventato il nemico dello Stato italiano, morto dieci anni prima in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine secondo la versione ufficiale, in verità ucciso a tradimento per opera della mafia e consegnato morto allo Stato nel quadro della collusione tra il potere politico, quello delle istituzioni e quello della mafia. Mi affidai all’intuizione che avevo maturato in Sicilia, che solo a condizione di ricostruire gli avvenimenti nei luoghi dove erano realmente accaduti, e con la partecipazione della gente che li aveva vissuti solo pochi anni prima, mi sarei sentito capace di tentare, e che sarebbe stato ‘morale’ tentare in quella maniera: ‘morale, in quanto una operazione del genere comporta un alto senso della responsabilità nei confronti di fatti e uomini realmente vissuti.
… Conoscenza di uomini, ma anche rispetto e pietà per una terra e per i suoi figli che combattevano contro arretratezza e sopruso e contro il potere di vita e di morte della mafia. La pietà la devo alla partecipazione dei siciliani che avevano patito quegli avvenimenti. Il film per essi si mutò in uno psicodramma collettivo che diede valenza umana autentica a una rappresentazione di finzione cinematografica. Per questo, erroneamente, alcuni parlarono di documentario, e con questo pretesto fu respinto dalla commissione della Mostra del Cinema di Venezia, mentre venne poi premiato a quella di Berlino. Non era cinema documentario, ma documentato al fine di restituire brandelli di verità e far riemergere emozioni vere da una non placata memoria.
… Detesto il cinéma-vérité perché… non esiste. Che cos’è la verità? C’è una realtà, che è una realtà oggettiva, esterna rispetto a noi. È fonte d’ispirazione per il regista. Il quale s’ispira alla realtà, ma deve dare, partendo da tale realtà, la propria verità. Non esiste una fonte d’ispirazione più ricca della realtà, ma io la tradisco se vi sovrappongo una forma che non sia dettata da quella realtà. Cerco di far nascere i miei film dalla realtà che osservo e analizzo. Non applicherò alla realtà una storia prefabbricata. Faccio in modo che l’ambiente che analizzo, e la verità umana che studio, mi dettino loro una storia. È ciò che ho fatto per Le mani sulla città e Salvatore Giuliano. Per Salvatore Giuliano, ad esempio, ho iniziato a lavorare, a raccogliere foto, articoli di giornale, sul banditismo e il separatismo in Sicilia. Un dettaglio, un volto, ti permettono di immaginare un’intera scena. Ma a un certo punto mi sono fermato e sono andato a Palermo e nei paesi vicini per prendere contatto con la gente, per parlare con loro, perché temevo un altro shock, avevo paura di costruire una cosa che poi sarebbe stata completamente distrutta al contatto con la realtà.
… Fu traumatico sentir dire in un film dall’interno della gabbia degli imputati del processo per i fatti di Portella della Ginestra – la prima strage politica consumata nel nostro Paese il 1° maggio 1947, e il primo dei misteri italiani irrisolti – che “mafia, polizia e carabinieri erano una sola trinità”; o che mentre carabinieri, poliziotti e soldati gli davano la caccia, Giuliano si abbracciava con l’ispettore del Corpo Forze Repressione Banditismo; o vedere che il bandito si recava tranquillamente nel suo paese, Montelepre, presidiato da 2000 tra poliziotti, soldati e carabinieri. Fu traumatico, ma andò ben oltre il clamore scandalistico, come non si era fermato allo scandalo l’articolo di Tommaso Besozzi, il grande giornalista che aveva rivelato su l‘Europeo, all’indomani del ritrovamento del corpo di Giuliano in un cortile di Castelvetrano, che ad ucciderlo non erano stati i carabinieri, ma un patto tra la mafia e lo Stato”.
La rivelazione sul patto tra mafia e Stato
di tommaso besozzi, L’Europeo
“Di sicuro c’è solo che è morto. Perchè Giuliano non aveva un soldo addosso? Perché portava una semplice canottiera, lui così ambizioso e, a suo modo, elegante? Perché non aveva l’orologio al polso, quel grosso cronometro d’oro per il quale aveva una bambinesca affezione e che, lo hanno testimoniato in molti, era l’unica cosa che si togliesse, coricandosi, la prima che cercasse al risveglio? C’erano poi altri particolari che alimentavano il dubbio e, apparentemente, con maggiore evidenza: alcune ferite, specie quella sotto l’ascella destra, sembravano tumefatte come se risalissero a qualche tempo prima, altre erano a contorni nitidi e apparivano più fresche. Due o tre pallottole lo avevano raggiunto al fianco e avevano prodotto quei fori grandi a contorni irregolari tipici dei colpi sparati a bruciapelo; altre erano entrate nella carne lasciando un forellino minuscolo perfettamente rotondo. Il tessuto della canottiera appariva intriso di sangue dal fianco alla metà della schiena, e sotto quella grossa macchia, non c’erano ferite. Era logico pensare che il corpo del bandito anziché bocconi fosse rimasto per qualche tempo in posizione supina, perché tutto quel sangue doveva essere sgorgato dalle ferite sotto l’ascella e certamente era sceso, non poteva essere andato in su”
Qualche mese dopo – “Salvatore Giuliano è stato ucciso a tradimento, nel sonno; e il suo corpo è stato portato più tardi nel cortile di via Mannone per la messa in scena finale. Il Capitano Perenze ha sparato su un cadavere” [1951]
Letture
▔▔▔▔▔▔
La voglia di fuggire
di alberto moravia, Corriere della sera, 2 luglio 1950
“Con l’estate, forse perché sono ancor giovane e non mi sono ancora adattato al fatto d’esser marito e padre di famiglia, mi viene sempre la voglia di fuggire. D’estate, nelle case dei ricchi, si chiudono le finestre alla mattina e l’aria fresca della notte rimane nelle stanze ampie e oscure, dove, nella penombra, brillano specchi. pavimenti di marmo, mobili lucidati a cera. Tutto è a posto, tutto è pulito, ordinato, nitido; perfino il silenzio è un silenzio fresco, riposante, buio. Se poi hai sete, ti portano su un vassoio una bella bibita gelata, un’aranciata, una limonata, dentro un bicchiere di cristallo in cui i blocchetti di ghiaccio del frigidaire, a rime scolarli, fanno un rumore allegro che da solo ti rinfresca. Ma in casa dei poveri le cose vanno diversamente. Col primo giorno di caldo, l’afa entra nelle tue stanzette affogate e non se ne va più via. Vuoi bere ma dal rubinetto, in cucina, viene giù un’acqua calda che pare brodo. In casa non ti puoi più muovere: sembra che ogni cosa, mobili, vestiti, utensili, si sia gonfiata e ti caschi addosso. Tutti stanno in maniche di camicia, ma le camicie sono sudate e puzzano. Se chiudi le finestre, soffochi perchè l’aria della notte non ce l’ha fatta ad entrare in quelle due o tre stanze dove dormono sei persone; se le apri, il sole t’inonda e ti pare d’essere in strada e tutto sa di metallo bollente, di sudore e di polvere. Col caldo, anche i caratteri si scaldano, voglio dire diventano litigiosi: ma il ricco, se gli gira, prende e se ne va in fondo all’appartamento, tre stanze più in là; i poveri, invece, rimangono davanti ai piatti uniti e ai bicchieri sporchi”.
Come si giocava a calcio nel 1950
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
L’irresistibile ascesa del difensivismo
di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio
“La fine del Grande Torino fu anche la fine di un’epoca. Arrivarono gli anni Cinquanta. Cominciò un altro calcio, si tornò a sperimentare, si mescolarono soluzioni. Era cambiato il mondo, niente era più la stessa cosa rispetto a pochi anni prima. Non poteva non cambiare anche il calcio. In Italia le novità furono soprattutto due: la nascita del Milan come grande squadra e l’irresistibile ascesa del difensivismo, quel modo di disporsi in campo e interpretare la partita che diventerà per cinquant’anni il nostro modo di essere calcio. Prima di parlare di noi è però importante conoscere e capire la vera scoperta del tempo. Veniva da un altro continente, era immensa e povera, portava fantasia e schemi praticamente rivoluzionari: si chiamava Brasile.
Come abbiamo già visto, il calcio fu portato in Brasile dai marinai inglesi verso la fine del secolo. In quel tempo l’influenza degli Stati Uniti sul Brasile non era ancora forte come lo sarà dopo la prima guerra mondiale. Il punto di riferimento politico, economico e culturale era l’Inghilterra. Fosse stata anticipata di una ventina d’anni la marcia americana sul continente latino, il Brasile sarebbe diventato forse un Paese diviso tra il calcio e il baseball. O forse semplicemente meno pazzo del calcio, come invece è sempre stato.
D’altra parte i Caraibi sono davanti al Brasile e nei Caraibi la cultura americana è riuscita a imporre il baseball. Perfino Cuba, che ufficialmente detesta gli americani, ha come sport nazionale il baseball. E poco a nord del Brasile c’è una nazione, il Venezuela, che se ne frega amabilmente delle usanze calcistiche di tutto il resto del continente e non lascia il baseball nonostante i molti investimenti fatti dalla Fifa. La forza e la continuità con cui gli inglesi prima e gli altri europei con loro spinsero il calcio in Brasile, rese impossibile un cambio di sentimenti quando vent’anni dopo arrivò l’egemonia americana”.
Il Maracanazo
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
da Passione Mondiale. Storia illustrata dei Mondiali
Come Dorando Petri
di ciro verratti, Corriere della sera, 17 luglio 1950
“Non ha vinto il Brasile: ha vinto l’Uruguay, e le folle brasiliane sono ancora incredule e annichilite di fronte alla folgorante notizia. Confessiamo anche noi il nostro stupore e stordimento per questo epilogo che tradisce tutte le previsioni e manda all’aria il formidabile programma dei festeggiamenti già preparato con cura minuziosa in tutte le città del Brasile. L’Uruguay ha adottato la tattica metodista, ha saputo imbrigliare l’attacco avversario e sfruttare magnificamente le occasioni create dalla sua controffensiva. L’azione del Brasile non era infatti spigliata e agile come le altre volte e i loro attacchi sembravano frenati, anche se c’era ugualmente la solita dosatura nei passaggi, segno di indubbia classe. Per la verità le partite di calcio conservano sempre un loro margine di incertezza, e noi pensiamo che la sconfitta del Brasile, è stata casuale e che la grande squadra brasiliana è caduta sotto il traguardo alla maniera di Dorando Pietri. Ha saputo offrirci stupende visioni di gioco e ha dimostrato al mondo attonito la sua tecnica stupenda. La folla brasiliana ha incassato in silenzio e con disciplina il fierissimo colpo, dimostrando che è anche capace di perdere”
“All’ingresso dello stadio Maracanà di Rio de Janeiro le impronte, impresse nel cemento, dei piedi nudi dei giocatori che hanno fatto la gloria del calcio brasiliano: in alto Falcao, a destra Garrincha («alla memoria»), al centro Pelé e poi Zico, Didi, Romario, Renato e tanti altri. Una lapide ricorda un Brasile-Paraguay a cui assistettero più di 170 mila spettatori, ma non vi è traccia della partita del secolo, quella del Cinquanta quando Ghiggia e Schiaffino sconfissero il Brasile, l’Uruguay divenne Campione del Mondo e il Maracanà si trasformò «nel luogo dell’immenso dolore». Nell’atrio, al centro della parete, una bacheca con maglietta e scarpini di Garrincha, piccoli e malandati; in campo, dietro le porte, due cabine telefoniche” [Roberto Renga, Il Messaggero, 9 gennaio 2002]
Non dite che hanno vinto i più forti
di mario zappa, La Gazzetta dello sport, 17 luglio 1950
“Anche noi, al pari degli sportivi brasiliani, siamo ancor sbalorditi e mortificati per l’inopinato esito dell’incontro di ieri. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: il gioco della nazionale brasiliana in questa Coppa del mondo è stato quanto di più bello, di più affascinante, di più completo ci sia mai stato dato di veder praticare su di un campo di calcio. È stato il torneo delle seconde firme e tra queste va compreso indubbiamente lo stesso Uruguay. Ghiggia, l’ala destra, è stato il vero eroe della giornata, non solamente perché ha segnato il gol della vittoria, ma anche per quella sua costante ed inesauribile azione che ha posto varie volte in difficoltà l’avversario diretto. Infine diremo che anche Schiaffino (figlio o nipote d’italiani, neppure lui sa dire con precisione e questo è davvero un bel caso) ci ha molto favorevolmente impressionati. Il fiato, la giovinezza: ecco i fattori risolutivi del duello. Ma non ci si venga a dire che il campionato del mondo 1950 è stato vinto dalla più forte squadra in lizza.
Il discorso rimasto in tasca a Jules Rimet
di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
“Quando il brasiliano Friaça segnò il primo gol, un tuono di duecentomila grida e innumerevoli petardi fece vibrare il monumentale stadio. Ma poi Schiaffino infilò il gol del pareggio e un diagonale di Ghiggia consegnò il campionato all’Uruguay che finì per vincere 2-1. Quando arrivò il gol di Ghiggia, il silenzio esplose sul Maracanã, il più straordinario silenzio della storia del calcio, e Ary Barroso, il musicista autore di Aquarela do Brasil, che stava trasmettendo la partita a tutto il paese, decise di abbandonare per sempre la carriera di cronista di calcio.
Dopo il fischio finale, i radiocronisti definirono la sconfitta come «la peggiore tragedia della storia del Brasile». Jules Rimet passeggiava per il campo, perduto, abbracciato alla coppa che portava il suo nome. «Mi trovai solo, con la coppa tra le braccia, senza sapere che cosa fare. Alla fine trovai il capitano uruguagio Obdulio Varela e gliela consegnai quasi di nascosto. Gli strinsi la mano senza dire una parola».
In una tasca, Rimet teneva il discorso che aveva preparato in omaggio al Brasile campione.
L’Uruguay aveva vinto in modo pulito: la squadra uruguagia aveva commesso undici falli, il Brasile ventuno”
La squadra ideale secondo la Gazzetta dello sport [3-4-3]
Ramallets [Spagna] – Gonzales [Uruguay], Varela [Uruguay], Tejera [Uruguay] – Zizinho [Brasile], Bauer [Brasile], Schiaffino [Uruguay], Jair [Brasile] – Ghiggia [Uruguay], Ademir [Brasile], Skoglund [Svezia]
I protagonisti della finale
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Moacyr Barbosa
di darwin pastorin, Pagina 21
“C’era quel silenzio, quel silenzio profondo e lacerante, Moacyr Barbosa. E tu per terra. E il pallone in rete. E quel silenzio. Duecentoventimila persone ammutolite incredule smarrite, allo stadio Maracanã di Rio de Janeiro. Gli uruguaiani si abbracciarono senza dire una parola.
… Tu, Moacyr, chinasti il capo per la prima volta nella vita. Fin da ragazzo avevi subito mille offese, «negro!» ti urlavano con disprezzo: ma mai avevi abbassato la testa. Nemmeno quando, nel 1940, un barbiere di Porto Alegre ti schiumò in faccia: «Vattene, qui non serviamo i negri». Tu, semplicemente, lo guardasti fisso negli occhi. Sorridendo, sì sorridendo. E fu lui ad arrossire.
16 luglio 1950, ultimo atto della Coppa del Mondo: tu, Moacyr, sei morto quel giorno. Per una rete. Non ci fu nessuna festa, nessun carnevale, nessuna stella filante, nessun ballo. Il Brasile, quel giorno a Rio, scopriva il dolore del pallone. Il 7 aprile 2000 te ne sei andato per sempre, a 79 anni, un ictus hanno decretato i medici. Non è vero.
Tu sei morto per un gol, la tua è stata una condanna a vita per una colpa non commessa. E noi siamo stati i tuoi assassini. Nessuno escluso. Noi che ti abbiamo abbandonato, deriso, che non abbiamo saputo regalarti un’ultima parata, un gesto di assoluzione, di puro affetto, di semplice amore. Ti abbiamo lasciato solo. Abbiamo raccontato di giocatori senza qualità, abbiamo perdonato errori grossolani, abbiamo celebrato ombre, ipotesi di giocatori, chiamato fuoriclasse i mediocri. Ma per te, Moacyr Barbosa, abbiamo scelto il silenzio. Un silenzio vile. Ti avevamo cancellato dalle nostre storie, dalle nostre cronache. Tu, l’invisibile. Dal 1950 a oggi, siamo riusciti a farti restare ancora per terra, sul prato verde del Maracanã. Io ti voglio chiedere scusa. … Lo stadio Maracanã dovrebbe portare il tuo nome, mio Moacyr, mio campione”.
Alcide Ghiggia
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
«Tre persone hanno fatto piangere il Maracanà. Il Papa, Frank Sinatra e io»
“Un solista inarrivabile, facile a perdersi nel narcisismo così come a farsi condizionare da un carattere elettrico, celebre quanto il dribbling. Ghiggia entra nella difesa avversaria come una faina in un pollaio: immaginate cosa succede alle galline. Quando sono uscito dallo stadio, mi sono detto: non credo di avere preso un abbaglio. Oggi Raimundo Orsi ha mandato a San Siro una sua controfigura” [Bruno Roghi, La Gazzetta dello sport, 1955]
«Schiaffino insegnava, Ghiggia no» [Osvaldo Bagnoli a Gianni Mura, Repubblica, 3 gennaio 1987]
Juan Alberto Schiaffino
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
“L’uomo che è venuto da lontano, ha la genialità di uno Schiaffino” [Paolo Conte, Sudamerica]
“Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto” [Gianni Brera]
“Era un regista sapiente. Di quelli – parola di Giuseppe Meazza – che entrano in campo e accendono la luce. Schiaffino brillava, a suo dire, per gli atteggiamenti di arresto e di controllo eleganti, inappuntabili, però… pensati. Era avaro. Non comperò mai, non dico una fuoriserie, ma neppure un’utilitaria. Ad accompagnarlo all’allenamento ci pensava un suo allievo, giocatore milanista. Il suo autografo assomigliava molto ad un suo dribbling. Prezioso – sorrideva – perché io al dribbling faccio raramente ricorso” [Mario Fossati, Repubblica, 14 novembre 2022]
“Cura i suoi affari con sapienza genovese, sempre più avvinto ad Angelica, la moglie, conosciuta nel ’42 su un bus e mai più lasciata” [Sebastiano Vernazza, La Gazzetta dello sport, 14 novembre 2002]
“Inarrivabile il giocatore, singolare l’uomo. Di un’avarizia proverbiale, attento come nessuno allo sgocciolìo del patrimonio, non un caffè offerto in carriera; si faceva seguire ovunque dalla moglie, l’adorata Angelica: perfino in ritiro. ”Il mio presidente”, la chiamava così. Non avevano figli, si amavano di un amore senza tempo. Schiaffino e Rivera si sono soltanto sfiorati” [Roberto Beccantini, La Stampa, 14 novembre 2002].
“L’eleganza, innanzitutto. Secco come un chiodo, ma con qualcosa di regale nell’aplomb. E poi la visione di gioco: lo studio dello scenario tattico (in un calcio nel quale gli avversari almeno a centrocampo non ti saltavano subito addosso) seguito da un lancio perfetto, al compagno deputato a tirare oppure a uno che potesse sviluppare la manovra meglio di lui. Nell’estrema sintesi tecnica Pepe Schiaffino è stato questo, un regista offensivo con l’anima dello scacchista, capace di vedere con tre mosse d’anticipo le potenzialità di un’azione” [Paolo Condò, La storia del calcio in 50 ritratti, Centauria, 2o19]
Obdulio Varela
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
«Perché abbiamo fatto tutto questo a tutta questa gente?»
Il travestimento da Bogart
di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
“Ero un ragazzino pazzo per il calcio, e come tutti gli uruguagi ero aggrappato alla radio ad ascoltare la finale della Coppa del Mondo. Quando la voce di Carlos Solé mi fece arrivare la triste notizia del gol del Brasile, il morale mi finì sotto i tacchi. Allora mi appellai al più potente dei miei amici. Promisi a Dio una quantità di sacrifici se lui fosse comparso nel Maracanã e avesse dato una svolta alla partita. Non ho mai ricordato tutte le cose che avevo promesso per questo non ho potuto mantenerle. La vittoria dell’Uruguay davanti a una folla come mai si era vista a una partita era stata senza dubbio un miracolo, ma il miracolo era stato opera di un mortale in carne e ossa chiamato Obdulio Varela. Obdulio aveva raffreddato la partita proprio quando stavamo per essere travolti dalla valanga, e in quel momento si era caricato la squadra intera sulle spalle e con la sola forza del coraggio aveva remato controvento e controcorrente.
Alla fine di quella giornata i giornalisti assediarono l’eroe. Ma lui non gonfiò il petto proclamando che eravamo i migliori e che nessuno avrebbe avuto scampo con l’artiglio charrúa.
«È stato un caso», mormorò Obdulio scuotendo la testa. E quando tentarono di fotografarlo si girò di spalle.
Il giorno seguente fuggì dalla folla che lo aspettava all’aeroporto di Montevideo, dove il suo nome brillava in un enorme cartellone luminoso. In mezzo a quella euforia, riuscì a passare inosservato travestito da Humphrey Bogart, con un cappello calato fin sul naso e un impermeabile con i risvolti sollevati. Come ricompensa per l’impresa, i dirigenti del calcio uruguagio si assegnarono le medaglie d’oro. Ai giocatori diedero delle medaglie d’argento e un po’ di denaro. Il premio che ricevette Obdulio gli bastò appena per comprare una Ford del 1931, che gli venne rubata dopo una settimana”.
Nei bar a consolare gli sconfitti
di osvaldo soriano, Futbol
«Prima di andare in campo il direttore tecnico Juan Lopez mi ha detto, come sempre, che io devo fare il regista, guidare la squadra. Allora, mentre passavamo per il tunnel ho detto ai ragazzi: – Uscite tranquilli, non guardate in alto, non guardate mai le tribune, la partita si gioca qui sotto. Era un inferno. Quando siamo entrati in campo c’erano più di 100.000 persone che fischiavano. Allora siamo andati fino all’asta dove dovevamo issare le bandiere. Quando è uscito il Brasile è stata un’ovazione, certo, ma poi mentre suonavano gli inni la gente applaudiva. Allora ho detto ai ragazzi: – Avete visto come ci applaudono. In fondo questa gente ci vuole bene.
All’arbitro non ho dato la mano. Non hai dato la mano a nessun arbitro. Li salutavo sì, li trattavo con rispetto, ma la mano mai! Non è il caso di voler fare il furbo, poi la gente dice che vai a leccare il culo a chi dirige la partita.
… E adesso le racconto una cosa che la gente non sa. L’hanno visto tutti che io prendevo il pallone e piano piano me ne andavo in mezzo al campo, per raffreddare gli animi. Quello che non sanno è che io andavo a chiedere un off-side perché il guardalinee aveva alzato la bandiera e poi l’aveva abbassata prima che loro segnassero il gol. Io lo sapevo che l’arbitro non avrebbe accolto la protesta, ma era un’occasione per interrompere la partita e bisognava approfittarne. Sono andato da lui con calma e per la prima volta ho guardato in alto quella folla di gente che inneggiava al gol. Li ho guardati di brutto, proprio di brutto, e li ho provocati. Ci ho messo molto ad arrivare in mezzo al campo. Quando ci sono arrivato avevano ormai fatto silenzio. Volevano veder funzionare la loro macchina da gol ed io non la lasciavo ripartire. Allora invece di posare il pallone in mezzo al campo e ricominciare il gioco, ho chiamato l’arbitro e ho chiesto un interprete, mentre arrivava gli ho detto che c’era stato un offside e via dicendo ed era passato almeno un altro minuto. Cosa non mi urlavano i brasiliani! Erano furibondi, dalle tribune fischiavano, un giocatore è venuto a sputarmi addosso, ma io niente, serio e tranquillo.
Quando abbiamo ripreso a giocare, loro erano ciechi, non vedevano neanche la loro porta tanto erano furibondi; è stato allora che noi tutti ci siamo accorti che potevamo vincere la partita.
Come ci siamo riusciti? Il fatto è che il giocatore deve essere come l’artista: dominare la scena o come il torero, dominare l’arena e il pubblico, altrimenti gli arriva addosso il toro. Si sa che in un campo fuori casa non ci saranno applausi per quanto si giochi bene, allora bisogna imporsi in un altro modo, dominare l’avversario, il pubblico e anche i propri compagni. Certo, io avevo giocato un mucchio di partite dappertutto, in campi senza protezioni, senza reti, in balia del pubblico, ma ne ero sempre uscito sano salvo. Dovevo proprio umiliarmi quel giorno al Maracaná dove ero sicuro al 100%? Li io dovevo dominare perché ne avevo tutte le possibilità e sapevo che nessuno poteva toccarmi.
… Al termine della partita, davamo quasi i numeri. I brasiliani erano in lutto. Il fumo dei petardi riempiva l’aria. Era un disastro. Quella sera sono andato con il mio massaggiatore a fare un giro nei locali per berci qualche birra e siamo capitati in quello di un amico. Non avevamo neanche un cruzeiro e ci siamo fatti fare credito. Ci siamo ficcati in un angolo a bere e lì guardavamo la gente. Tutti stavano piangendo. Sembra una bugia; ma la gente aveva davvero le lacrime agli occhi. All’improvviso vedo entrare un tizio grande e grosso che sembrava disperato. Piangeva come un bambino e diceva Obdulio ci ha fottuti e piangeva sempre di più. Io lo guardavo e mi faceva pena. Loro avevano preparato il carnevale più grande del mondo per quella sera e se l’erano rovinato. A sentire quel tizio l’avevo rovinato io. Mi sentivo male, mi sono accorto che ero amareggiato quanto lui. Sarebbe stato bello vedere quel carnevale, vedere come la gente se la spassava per una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza? Ho pensato all’Uruguay. Là la gente doveva essere felice. Ma io ero li a Rio de Janeiro, in mezzo a tutte quelle persone sconsolate. Mi sono ricordato del mio odio quando ci avevano segnato il gol, della mia rabbia, che adesso non era più mia ma mi faceva male lo stesso. Il proprietario del bar si è avvicinato a noi insieme a quel tizio grande grosso che piangeva. gli ha detto: – Lo sai chi è questo qui? È Obdulio – e io ho pensato che il tizio mi avrebbe ammazzato. Ma mi ha guardato e mi ha abbracciato e ha continuato a piangere. Subito dopo mi ha detto: Obdulio accetta di venire a bere un bicchiere con noi? vogliamo dimenticare, capisce?
Come potevo dirgli di no! abbiamo passato tutta la notte a sbevazzare da un bar all’altro e io ho pensato:- Se devo morire questa notte, così sia. Invece eccomi qui».
▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬
SE TI HANNO INOLTRATO ▻ LOSLALOM E TI PIACE
SCEGLI LA FORMULA PIÙ ADATTA A TE: ABBONATI E SOSTIENICI
▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬
facebook | instagram | twitter
Una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.
Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
*
Per supporto tecnico: digital@loslalom.it
Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it