Il 4 maggio del 1949 moriva in un incidente aereo il Grande Torino, la squadra che dominava il campionato dal ’43. Le vittime furono 31: 18 calciatori, 3 dirigenti, 3 allenatori, 3 giornalisti, 4 membri dell’equipaggio. Questo è il racconto di una tragedia con parole d’epoca.
Cosa accadde e come
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Uno di quei plotoni arditi
“Il Torino non c’è più. Scomparso, bruciato, polverizzato. Una squadra che muore, tutta assieme, al completo, con tutti i titolari, colle sue riserve, col suo massaggiatore, coi suoi tecnici, coi suoi dirigenti, coi suoi commentatori. Come uno di quei plotoni di arditi che, nella guerra, uscivano dalla trincea, coi loro ufficiali, al completo, e non ritornava nessuno, al completo. È morto in azione. Tornava da una delle sue solite spedizioni all’estero. Era la squadra Campione d’Italia”. [Vittorio Pozzo, la Stampa, 5 maggio 1949]
Alla stregua di una gita turistica
“Il grande Torino perì a Superga perché così era scritto che finisse quella magnifica e insieme astuta creazione di Novo e di Pozzo. Le circostanze sono note (purtroppo) nel mondo intero. Dopo un certo Italia-Portogallo giocato a Genova, il vecchio Pereira chiede al collega capitano Valentino Mazzola che il Torino si presti a giocare in Lisbona la partita che il Benfica dedica al suo più valido atleta, ormai giunto al commiato dallo sport. Il generoso Mazzola promette e Ferruccio Novo pone come condizione che il Torino pareggi l’incontro decisivo di San Siro con l’Inter, che insegue a 4 punti e non è ancora rassegnata alla sconfitta. Il capitano Mazzola accetta a nome di tutti. L’incontro finisce 0-0: il Torino è matematicamente campione. Può dunque prepararsi per l’involo di Lisbona. La trasferta in Portogallo viene considerata alla stregua d’una gita turistica. Vi prendono parte i tecnici Erbstein e Livesley, il coach inglese, i giornalisti Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti, capo dei servizi sportivi della Gazzetta del Popolo, e Luigi Cavallero, che è capo dei servizi della Stampa e deve farla fuori con Vittorio Pozzo per non venir lasciato in redazione dal collega più vecchio e famoso. L’amichevole di Lisbona (pase de adios del buon Pereira) finisce 1-0 per il Benfica”. [Gianni Brera, la Repubblica, 4 maggio 1989]
Un trimotore Fiat G 212
“Poco dopo le 16 eravamo nei locali della segreteria dell’A.C. Torino, assieme al rag. Giusti e al rag. Bachman, funzionari della società. Scopo della nostra visita era quello di conoscere i particolari del viaggio di ritorno della comitiva granata, reduce da Lisbona. Le ultime notizie date dal Centro Aeronautico erano le seguenti. L’apparecchio, un trimotore Fiat G 212 delle Aviolinee, partito da Lisbona alle 8.06, era giunto con volo regolare a Barcellona dove era atterrato per il rifornimento”. [Umberto Maggioli, la Gazzetta dello Sport, 5 maggio 1949]
Un fugace accenno di schiarita
“Nella palazzina del campo assieme al personale di volo si trovavano i soliti affezionati che vanno puntualmente a ricevere i granata al ritorno da ogni loro trasferta. Qualcuno, guardando fuori dalle finestre, si mostrava preoccupato: dopo un fugace accenno di schiarita, avvenuto nel primo pomeriggio, le nubi si erano più rinserrate e fatte fosche: dalle 15.45 circa la pioggia scendeva copiosamente. Tuttavia, non c’era nessuna vera e propria apprensione. Quasi tutti leggevano, per ingannare l’attesa, i giornali della sera”. [la Stampa, 5 maggio 1949]
Il tempo sembrava migliore
“Il comandante, presa visione delle segnalazioni meteo, aveva dichiarato che intendeva proseguire il viaggio e decidere poi in volo, secondo le successive segnalazioni, se volgere l’itinerario verso Firenze o Roma, dove il tempo sembrava migliore, oppure sull’Italia settentrionale e particolarmente sulla valle padana. Gli uffici del Torino si mantenevano in quasi costante collegamento telefonico con l’ufficio voli dell’aeroporto torinese”. [Umberto Maggioli, la Gazzetta dello Sport, 5 maggio 1949]
Il Pangrazzi
“È delle 16,54 un’altra chiamata del Pangrazzi, il radiotelegrafista di bordo. Questa volta egli chiede che vengano messi in funzione contemporaneamente i radiofari di Torino e di Novi Ligure. Ciò che viene subito fatto. Alle 17,2 ancora una richiesta. Dall’apparecchio si domanda il bollettino meteorologico dell’aeroporto. Si risponde: “Nebulosità intensa, raffiche di pioggia, visibilità scarsa, nubi 500 metri” (Superga raggiunge i 650 metri). Un minuto dopo l’ultima voce dal cielo: “E’ tutto regolare. Ricevuto – trasmette il marconista – Tutto bene. Grazie, mille saluti”. [Dino Buzzati, Corriere della sera, 6 maggio 1949]
Il rombo possente dei motori
“Un minuto prima delle 17, una comunicazione segnalava che l’aereo navigava a quota duemila. La trasmissione continuava. Ormai si avvicinava il momento in cui non solo il radiotelegrafista del campo avrebbe potuto avere legame con il velivolo, ma tutti, tutti avrebbero potuto percepire il rombo possente dei suoi motori, l’annuncio fragoroso del suo arrivo. Invece quei motori più nessuno, al campo dell’Aeritalia, li avrebbe sentiti”. [la Stampa, 5 maggio 1949]
Silenzio
“Alle 17,5 precise, improvvisamente il ricevitore del campo taceva. Il radiotelegrafista, impressionato, sollecitava più e più volte. Silenzio. Tuttavia non era quello il momento in cui si pensava alla catastrofe: si pensava piuttosto a un guasto della radio di bordo”. [Umberto Maggioli, la Gazzetta dello Sport, 5 maggio 1949]
Un rumore secco, indefinibile
“Poco dopo le ore 17 alcuni clienti del ristorante che si trova quasi sul piazzale udivano uno strano rumore; era come se una grossa macchina, più che un camion, una grossa cilindrata americana, venisse su a tutta velocità verso la Basilica. Ad un tratto quel rumore si cangiava in un altro rumore secco, indefinibile. Poi più nulla. Alcune di queste persone più incuriosite che allarmate uscivano dal locale. E subito si rendevano conto che qualcosa di estremamente grave doveva essere successo. Infatti un’automobile arrivava a velocità pazzesca dal piazzale e si inchiodava, con una brusca frenata, dinanzi al ristorante. Lo sportello s’apriva violentemente e un signore ne usciva stravolto gridando: “Un aeroplano, è caduto dietro la Basilica. Bisogna telefonare! Bisogna chiamare soccorso”. Poi entrava nel locale e precipitatosi al telefono avvertiva i vigili del fuoco di Torino. Erano le 17,12”. [la Stampa, 5 maggio 1949]
Fuoco
“Una comunicazione telefonica agghiacciante informava che pochi minuti prima un grosso plurimotore aveva cozzato contro i fianchi della collina e si era schiantato. Si sperò non dovesse trattarsi del velivolo atteso. Poco dopo altra comunicazione, ancor più terribile, con la parola: fuoco”. [Umberto Maggioli, la Gazzetta dello Sport, 5 maggio 1949]
I testimoni
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Il cappellano
“Superga era avvolta da una fitta nebbia. A trenta metri non si vedeva niente. Non c’erano turisti, pellegrini, non una coppia di sposi in viaggio di nozze. Nella sua stanza al primo piano della basilica il cappellano del tempio, prof. don Tancredi Ricca, stava leggendo. La pioggia, una impetuosa pioggia quasi da temporale, scintillava scrosciando contro i vetri. Dal silenzio, un silenzio che nella bianca caliggine sembrava quello d’un rifugio di montagna, usciva a poco a poco un rombo. Un aeroplano, pensò don Ricca. Ma ne passano tanti di aeroplani. Superga è un traguardo per gli aviatori in arrivo. Prima di scendere al campo Aeronautica d’Italia, i piloti usano fare, a picco sopra la basilica, un ultimo giro. Niente di strano, dunque. Come mai però così vicino? Don Ricca ebbe l’impressione che il velivolo sfiorasse la basilica, tanto era potente il rumore. Non ebbe tempo di fare altre riflessioni. Un colpo terribile, proprio come un’esplosione, rintronò nel grandioso edificio. Parve che le massicce mura tremassero. Poi subito, un silenzio e una voce, da fuori: “È precipitato un apparecchio””. [Dino Buzzati, Corriere della sera, 5 maggio 1949]
Il muratore
“Ma c’era chi aveva quasi assistito al disastro: alcuni abitanti della frazione di Superga e in particolare modo il muratore Amilcare Rocco. Sull’orto del Rocco era passato a pochi metri il velivolo prima di sfasciarsi contro il terrapieno sul quale è la Basilica. Il muratore era nella sua casetta. Che dista ben poco dal luogo della catastrofe. Egli era rimasto scosso dal fragore dello schianto. S’era precipitato fuori in tempo per scorgere un grande bagliore che per un attimo illuminava il cielo grigio. Poi scorgeva una colonna di fumo nero, denso, che saliva con rapide volute. Terrorizzato urlava: “Un aeroplano! S’è schiacciato un aeroplano nel giardino della Basilica”. Ma quella del muratore non era la sola voce. Altre, altre persone avevano udito il ronzio del velivolo a distanza”. [la Stampa, 5 maggio 1949]
La sorella del sacerdote
“Ora don Ricca, seduto in una sala al pianterreno della basilica, quella per i visitatori di riguardo, ci racconta che cosa vide. È un mite sacerdote sulla cinquantina, dal volto arguto e cordiale. Macchie di sangue e tracce di fumo sono ancora sulla sua tonaca e sul volto. Sento gridare: “È caduto sulla cupola”. E allora corro su le scale. “No, no, è sotto” mi gridano. Giù allora, e subito mi son trovato sul posto. Ho visto un’immensa fiammata e in mezzo al fuoco dei rottami neri. “No, no, devono essere morti tutti immediatamente. A parte il crepitio delle fiamme, non si sentiva una voce. Tutto era immobile. Mia sorella, che è corsa nel giardino insieme con me, dice di aver udito nei primi istanti come un gemito leggero leggero; però non è sicura. Io credo che non abbiamo neppure fatto in tempo a pensare alla morte. Certo, sono stato uno dei primi ad arrivare all’apparecchio, sfido, abito proprio sopra. Subito però sono giunti degli altri. Siccome la fiammata si spegneva s’è cercato di portare qualche aiuto. Ma che cosa si poteva fare? Da Superga erano accorsi una ventina di bravi ragazzi che si sono quasi spinti in mezzo alle fiamme cercando di tirar fuori qualcuno di quei disgraziati. Si vedeva un pezzo d’ala sull’erba del giardino. Un’altra ala giù nell’orto. Le ruote una qua e una là. Poi un intrico di rottami neri. E fra questi rottami delle sagome, come sei sacchi oblunghi. Uno spettacolo spaventoso. Ma chi erano?”. [Dino Buzzati, Corriere della sera, 5 maggio 1949]
Gli abitanti
““Chi sono? Da dove verranno?” erano queste le domande che rimbalzavano di bocca in bocca. Sotto la pioggia, al riverbero degli ultimi guizzi delle fiamme, tra il fumo, carabinieri ed abitanti di Superga si aggiravano smarriti. Ad un tratto qualcuno scorgeva sul terreno accanto ai resti dei corpi, due magliette granata con lo scudetto tricolore. Era una folgore che passava nella mente di chi aveva scorto quei due indumenti. “E’ l’apparecchio del Torino! Sono i giocatori del Torino che vengono da Lisbona!””. [la Stampa, 5 maggio 1949]
L’autista del cavalier Vergnano
“Angelo Lampiano, settant’anni, fu la terza persona ad arrivare sul terrapieno dove si schiantò il Grande Torino ed è probabilmente rimasto l’unico testimone oculare della tragedia. Fu lui a dare la notizia all’Ansa, dunque al mondo. Accadde per caso, ammesso che qualcosa non accada così. “Avevo vent’anni e vivevo a Chieri, un paese non lontano da Superga. Facevo l’autista, allora la patente l’avevamo in pochi e di automobili neanche a parlarne. Guidavo le auto del cavalier Giuseppe Vergnano, proprietario del celebre cotonificio e presidente dell’ospedale. Quel 4 maggio pareva notte anche in pieno giorno, col nubifragio e le nuvole quasi schiacciate a terra. Vedo arrivare in bicicletta l’ufficiale dei Carabinieri, tenente Stettermaier, tutto bagnato e trafelato. Chiede del cavaliere: “C’è un fatto strano, non so come spiegare”, farfuglia. Ha bisogno di una vettura e di un autista, perché deve andare sulla collina di Baldissero a verificare una segnalazione di un contadino, e non può salire con l’unico automezzo dei Carabinieri, un furgoncino “Trenta Spa” con le gomme piene. Allora il cavalier Vergnano mi dice di prendere la Balilla e caricare Stettermaier. Mentre saliamo sullo sterrato tra il fango e i lampi, il tenente mi racconta che un anziano contadino li ha chiamati dal telefono pubblico, dicendo di essere stato scavalcato da una cosa infuocata mentre era a lavorare nei campi di Bric Paluc. “Non vorrei che che fosse un matto”, mi fa l’ufficiale. Quel contadino si chiamava Sebastiano Berutto. Io traduco dal dialetto. Lo carichiamo sulla Balilla e proseguiamo verso Bric Paluc, quando il tenente si accorge che a Superga c’è un incendio. “Saranno state le sei meno un quarto, per salire impieghiamo una mezz’ora. Piove che Dio la manda. Arrivati sul sagrato troviamo monsignor Josè Cottino, il rettore della basilica. “Presto, venite, là dietro è caduto un aeroplano”. Siccome io avevo qualche contatto all’agenzia Ansa, per la quale facevo l’ informatore occasionale da Chieri, corro al bar di Superga e li chiamo. “È caduto un aereo”, dico, e all’Ansa mi rispondono: “Lampiano, quanti bicchieri di barbera hai bevuto oggi?”. Poi mi urlano di informarmi meglio. Così torno sul terrapieno e lo vedo, mezzo velivolo schiacciato dentro il muro della basilica, con la coda intatta e le ali girate in alto. Il bosco brucia e c’è silenzio, un silenzio tremendo. Mi addentro con il tenente in mezzo ad alberi e rottami e lui mi sussurra: “Angelo, pare sia la squadra del Torino”. Allora guardo in basso e vedo una fila di cassette di legno marrone scuro, intatte, con dei cognomi scritti sopra: le cassette delle divise e delle scarpe da gioco. Il primo nome che leggo è Maroso, poi Bacigalupo, Gabetto, Ossola e Menti. Morti no, nessuno. Quelli erano quasi tutti schiacciati nella carlinga. Allora torno al bar e richiamo l’Ansa: stavolta mi credono. Poi corro un’altra volta alla basilica, dove il tenente mi chiede di scendere alla stazione di Chieri per far venire tutti i suoi uomini. Ecco, il mio 4 maggio del ’49 finisce qui. Casuale, e niente di eroico. Dopo tre settimane, l’Ansa mi mandò ventimila lire di ricompensa. In cinquant’anni questa storia non l’ho mai raccontata. Quando ci penso sto male, rivedo il fuoco e il buio e il silenzio e i miei vent’anni, e la Balilla, e quei pantaloncini neri a terra, neri e non granata. Vedo pezzi di cose, per fortuna non di uomini, ma qualche volta mi chiedo se non è lo stesso”. [Maurizio Crosetti, Repubblica, 4 maggio 1999]
I corpi, le famiglie
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Le saracinesche abbassate
“Alla sede della società calcistica granata sono subito accorsi angosciati i familiari delle vittime, le mogli di Loik, di Maroso, di Bongiorni e di Civalleri; la suocera di Castigliano, la madre di Grava, il fratello di Buonaiuti, l’organizzatore del viaggio, e quello di Grezar; la figlia di Erbstein. Tutti volevano avere notizie, tutti speravano in qualche miracolosa parola di speranza. Anche dinanzi al bar di via Roma, gestito da Ossola e da Gabetto, si è ammassata molta gente; ma le saracinesche sono state subito abbassate: non si sapeva ancora nulla di preciso. Le vittime non erano state ancora riconosciute”. [Nicolò Samarelli, Corriere della sera, 5 maggio 1949]
Il Senato
“Il Senato, all’annuncio, ha tolto la seduta, per il lutto che ha colpito non lo sport solamente, ma tutto il popolo italiano. Affranto, ha dato la notizia verso le 19 il senatore Gasparotto. Al tempo stesso a Montecitorio la notizia arrivava per telefono: un deputato, l’on. Mieville, stava parlando con Torino da una cabina del palazzo quando sentì dal centralino dirsi: “Onorevole, sono costretta a interrompere la comunicazione perché devo mettere la linea a disposizione della questura per urgenti comunicazioni al Ministero dell’Interno”. “Ma che è accaduto?”. “Si tratta del disastro di Torino. Sa, la squadra di calcio, l’aeroplano caduto”. [la Stampa, 5 maggio 1949]
Le lacrime di Pozzo
“Finalmente alle 21.45 il procuratore della Repubblica con Pozzo piangente per il penosissimo compito affidatogli e altri sono entrati nel salone dove si trovavano le salme dilaniate dei caduti e deturpati dalle fiamme. Per taluni il riconoscimento è stato quasi immediato, per altri si è dovuto ricorrere a qualche oggetto personale per l’identificazione, come per Rigamonti un anello e Civalleri mediante il passaporto bruciacchiato in una tasca”. [Nicolò Samarelli, Corriere della sera, 5 maggio 1949]
Il passaporto di Renato Casalbore
“Si tentava di identificare i corpi (o meglio quel che ne rimaneva) pietosamente composti su barelle. Ma tale tentativo risultava subito vano, dato che non sussisteva più nessun volto. L’identificazione era legata a piccole cose, a tenui prove. Perciò si veniva nella determinazione di trasportare i cadaveri alla camera mortuaria del Cimitero generale. Tuttavia sul momento si poteva conoscere il nome di qualcuno tra i periti. Un carabiniere trovava il passaporto del direttore di Tuttosport: un piccolo rettangolo di carta bruciacchiata in cui si riusciva a leggere un nome noto agli sportivi di tutta Italia: Renato Casalbore”. [la Stampa, 5 maggio 1949]
I giornalisti sportivi
“Gino Cavallero non doveva volare: soffriva di cuore, i medici lo sconsigliavano, lo supplicava la moglie, gli amici stessi tentavano di dissuaderlo. Ma Cavallero, ogni volta che rimetteva piede a terra, sorridendo rassicurava tutti. “Il mio cuore? Va benone, l’aria dei quattromila gli giova”. Tornando, scherzava con chi s’era preoccupato di lui: “Quante volte ha telefonato mia moglie?”. Gli era nato pochi mesi or sono un maschietto, l’erede tanto, tanto desiderato, dopo le due figlie, Manuela e Daniela. Renato Tosatti, Kid, Totò: tre nomi, tre firme per un uomo solo. Tre ottime firme. Era uno dei più scanzonati e brillanti giornalisti sportivi. Di Tosatti padre di famiglia ricordiamo l’affettuosa preoccupazione con cui in ogni suo viaggio parlava dei suoi cari. Si era sposato a poco più di vent’anni e aveva tre figli, Morella di 17 anni, Giorgio di 11, Marco di uno e mezzo. [la Stampa, 5 maggio 1949]
“A mezzanotte restavano ancora da identificare Martelli e Maroso”. [Nicolò Samarelli, Corriere della sera, 5 maggio 1949]
Il fango
“Tre ore durava questo pietoso compito: sulla cima di Superga la nebbia filtrava tra la pioggia con un fumo tra sbarre: sbarre di pioggia, zampilli, che scendevano sferzanti, inesorabili. Il vento era cresciuto di intensità ed arruffava i capelli di tutti quegli uomini che si aggiravano oppressi dalla sciagura, in quel fango, in quel grigiore, sotto la grande Basilica muta”. [la Stampa, 5 maggio 1949]
L’hostess che si è salvata
“Non sussiste più dubbio sulla presenza a bordo dell’apparecchio, al momento della sciagura, di altre persone e sulle voci corse in un primo tempo che qualche giocatore e precisamente Mazzola, per l’indisposizione che sabato lo aveva costretto a non giocare a San Siro contro l’Inter, fosse rimasto a terra a Lisbona. L’accompagnatore Buonaiuti, recatosi per ferrovia in Portogallo, nel viaggio di ritorno aveva preso il posto sull’aereo della hostess, la quale, a questa sostituzione, deve la fortuna di essersi salvata”. [Nicolò Samarelli, Corriere della sera, 6 maggio 1949]
Chi non partì
“Ho vissuto in diretta vita e morte del Grande Torino, anzi, su quell’aereo avrei dovuto esserci anch’io, ma la vicenda personale non interessa più di tanto anche se in parte è legata all’improvvisa guarigione di Valentino Mazzola, il quale, la sera di sabato 30 aprile, raggiunse a Milano la squadra che aveva pareggiato a San Siro con l’Inter. Il capitano telefonò in Gazzetta per dirmi: “Domani parto anch’io, mi spiace, ti ho rubato il posto in aereo, ho ancora qualche linea di febbre, però avevo promesso all’amico Ferreira di essere presente”. [Nino Oppio, Corriere della sera]
A Sandrino nessuno disse nulla
«Superga? Nessuno mi disse nulla. Papà e mamma si erano separati. Io ero rimasto con lui e la sua nuova compagna. Avevo l’armadietto negli spogliatoi accanto al suo, la domenica entravamo in campo per mano. Giocavo a pallone con le figlie di Grezar e la figlia di Loik: ci sentiamo ancora. Il presidente, Ferruccio Novo, non aveva figli, mi aveva un po’ adottato. La famiglia di papà era la più povera di Cassano d’Adda. Cinque fratelli. Il maggiore entrava e usciva di galera: ebbe sessanta condanne per furto. Papà scappò di casa perché non voleva andare a rubare. Vinse 5 scudetti, ma per arrotondare dovette aprire un negozio dove vendeva palloni».
[Sandro Mazzola intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 26 febbraio 2017]
All’obitorio
“Da stamane prestissimo madri, mogli, sorelle, fidanzate dei morti si sono messe di vedetta. Con ferma ostinazione ma sottovoce chiedevano, non si stancavano di chiedere ciò che pareva sacrosanto: poter entrare nell’obitorio, rivedere i loro cari, per un’estrema carezza e un bacio. Per tutta la giornata sono rimaste, terribili, inchiodando gli sguardi sui poliziotti che facevano la guardia. “Lasciateci entrare – chiedevano monotonamente a intervalli come una goccia ritmica e uguale, piena di desolazione – lasciateci entrare”. Ma sacrosanto non era ciò che esse volevano. E benedetta è stata la fermezza senza pietà delle guardie che non le hanno lasciate passare. Qualsiasi cosa purché non entrassero a vedere. Perché le madri e spose credevano che là, dietro al muro, giacessero le loro creature amate. E invece non era vero. Dietro il muro del camposanto, nei due nudi cameroni dell’obitorio, non giacevano i campioni. Siccome abbiamo visto lo possiamo dire. I corpi, o meglio ciò che era stato collocato nei due stanzoni, quegli spaventosi e nefandi resti, contorte membra, maschere inumane, monconi abbruciacchiati, nulla avevano a che vedere con le splendide creature che le donne piangevano per morte”. [Dino Buzzati, Corriere della sera, 6 maggio 1949]
L’inchiesta
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Un capo pilota dell’Aeronautica
«Escludo che l’incidente sia da imputarsi a un guasto ai motori o all’apparecchio; infatti le dichiarazioni concordi dei testimoni attestano che l’aereo volava regolarmente prima dell’incidente. Inoltre, dato che l’apparecchio era in collegamento radio con la stazione del campo è evidente che avrebbe segnalato qualsiasi anomalia in volo.
«Il ghiaccio? No. Il tempo era freddo, i carburatori dell’apparecchio erano dotati di un impianto di aria calda da inserirsi tutte le volte che si entrava nelle nubi.
«L’altimetro? Anche in questo caso posso rispondere di no. A bordo vi sono tre altimetri, ed è impossibile che si guastino tutti contemporaneamente. Anche in questa ipotesi estremamente improbabile vi è da notare che il pilota avrebbe segnalato l’impossibilità di arrivare a Torino. Da terra sono state comunicate le condizioni del tempo, nubi a 430 metri e visibilità orizzontale a 1200 metri. Inoltre è stata data la disposizione d’attenersi a tutte le norme per il volo cieco.
«Uno sbaglio del pilota? Nessuna mente umana potrà mai ricostruire i drammatici ultimi istanti di volo. L’esperienza più volte provata del col. Meroni porta però a negare attimi di disattenzione. Dobbiamo piuttosto pensare a una concomitanza di imponderabili che qualche volta si verificano in aviazione. Un caso veramente tragico, dinanzi al quale ci inchiniamo come aviatori e come sportivi« . [L’ingegner Catella, capo pilota della Fiat Aeronautica a la Stampa, 6 maggio 1949]
Il giallo della dogana
“Come è già accaduto qualche altra volta, l’aereo dribbla la Malpensa, e con quella i finanzieri delegati a fare dogana, per atterrare, inatteso, a Torino. Com’è fatale, se ne ricercano le cause al di fuori del tragico destino che ha consentito la sciagura. Affiorano le miserie più vili, le astuzie torbide, i sotterfugi illegali. Vi è chi parla di contrabbando di valuta e persino di droga, di un cambio di rotta improvviso per ingannare i finanzieri comandati alla Malpensa. Ahimé, nella tragedia stona qualsiasi rilievo, foss’anche ragionevole e doveroso. La realtà è tale che lo sdegno aiuta a superare la desolazione”. [Gianni Brera, la Repubblica, 4 maggio 1989]
Un altro incidente
“A ventiquattro ore dalla catastrofe avvenuta a Superga, un incidente aviatorio è accaduto a Torino. Fortunatamente le conseguenze non sono si gravi proporzioni: due feriti, uno dei quali ricoverato con prognosi riservata” [la Stampa, 6 maggio 1949]
L’apparecchio sprovvisto di radar
“La Commissione d’inchiesta sulle cause della sciagura di Superga ha chiuso i suoi lavori. Pur non essendo ancora note ufficialmente le conclusioni, pare che la disgrazia debba attribuirsi al fatto che il pilota che navigava nella nebbia con apparecchio sprovvisto di radar in una zona a lui ben conosciuta, aveva ritenuto di aver già superato la zona collinare e aveva iniziato la discesa per l’atterraggio”. [Agenzia Ansa, 9 maggio 1949]
Il tifo degli italiani
“Il Torino stava sostituendosi alla Juventus nel tifo degli italiani. In Valentino Mazzola vedevano tutti il meglio del nostro calcio sopravvissuto alla guerra. Con lui sono periti almeno altri undici elementi di valore internazionale certo: il portiere Bacigalupo, i terzini d’ala Ballarin e Maroso, il centromediano Rigamonti, i centrocampisti Castigliano, Grezar, Martelli e Loik, le punte Menti II, Gabetto e Ossola, la riserva e già nazionale di Francia Bongiorni”. [Gianni Brera, la Repubblica, 4 maggio 1989]
Lamento di Vittorio Pozzo per i suoi ragazzi
“Menti, che venivi a confidarti con me ogni tanto, Ballarin che tanta paura avevi di perdere il posto in Nazionale dopo la partita di Zurigo, Rigamonti che t’ho fatto piangere l’anno scorso a Parigi prima della partita con la Francia, Grezar che mi corresti dietro la settimana scorsa per offrirmi una birra e per chiedermi se in realtà anch’io ti ritenessi diventato vecio. Maroso, tu il vero puro sangue dell’ultima generazione, Valentino Mazzola che facevi i capricci, mi davi dei grattacapi e poi mi scrivevi per chiedermi scusa, Loik che a gare finire amavi il bicchiere di vino buono, Voi tutti che mi foste compagni nelle lotte per il buon nome, e che mi rimproveraste quando Vi lasciai, pochi mesi fa, ora siete Voi a lasciare me. Permettetemi che non scriva più”. [Vittorio Pozzo, la Stampa, 5 maggio 1949]
Come giocava il Grande Torino
“Il Torino applicava un tantino pedissequamente il WM inglese. Pareva a Erbstein di essere all’avanguardia, ma già incominciava ad accorgersi che il modulo faceva acqua in fase difensiva. Non ne ho le prove certe, ma mi fa testimonianza lo scrittore pavese (e torinista) Folco Portinari, che ebbe modo di consultare i preziosi appunti di Egri: ad affidarglieli era stata la signorina Erbstein, di professione ballerina. Egri incominciava a parlare di geometria (cosa che feci anch’io in altra sede) e sono certo che bastasse questa intuizione a portarlo prestissimo alla scoperta degli spazi e alla più conveniente copertura dei medesimi. Il Torino aveva tutto il meglio o quasi del prosperoso (allora) vivaio italiano e poteva consentirsi tutte le licenze tattiche di questo mondo. Ripensando alla poderosa formazione di Erbstein verrebbe spontaneo definirla una delle più forti del mondo: il giudizio è comunque induttivo, sebbene i contatti internazionali deponessero per la sua fondatezza: era però deficitaria l’ impostazione tattica, se è vero che la nazionale innervata dal Torino aveva subito un mortificante 0-4 dagli inglesi nel ‘48” [Gianni Brera, la Repubblica, 4 maggio 1989]
L’allenatore inglese
“La stampa inglese parla con particolare affetto di Lievesley, “il quale aveva portato – come scrive il Manchester Guardian – il sistema inglese in Italia: il Daily Mail ricorda che Lievesley, durante la guerra, era sfuggito incolume a una catastrofe di atterraggio, dopo di che soleva dire: “Dopo questa mia fortuna, la morte non mi acchiappa più”” [la Stampa, 6 maggio 1949]
I calciatori, gli scienziati e i poeti
“Avrebbero avuto altrettanto dispiacere i bambini e gli animi semplici di tutta Italia se l’aereo fracassatosi a Superga fosse stato carico di scienziati illustri? No, sia detto sinceramente. E se fosse stato carico di famosi scrittori e poeti, la gente ne avrebbe sofferto altrettanto? Neanche in questo caso, se vogliamo essere onesti. Proprio in questa occasione si è misurato e si è capito fino in fondo che cosa possano essere per la gente senza complicazioni gli assi del calcio. Anche noi, dobbiamo confessarlo, li prendevamo alquanto sottogamba. Bel merito saper dare calci ad un pallone: val la pena, per una prestazione simile, farne dei superuomini, per essi sgolarsi, smaniare, soffrire, spendere un mucchio di quattrini? Così si pensava molto spesso. E ci voleva la tragedia del Torino per aprirci gli occhi. Ecco che cosa sono i grandi calciatori lo si è letto oggi sul volto di troppa gente perché ci si possa ostinare a non intendere. Nella mediocre vita delle grandi città essi portano ogni domenica un soffio di fantasia e di nuova vita”. [Dino Buzzati, Corriere della sera, 6 maggio 1949]
Un suicidio per dolore
“Una donna ancora in giovane età si è tolta la vita impiccandosi a una trave per il dolore procuratole dal disastro aereo di Superga. La poveretta, la trentottenne M.S., soffriva da tempo di depressione psichica. La sciagura di Superga l’aveva addolorata tanto profondamente da ossessionarla. Appariva inconsolabile e trascorreva ore di angoscia”. [la Stampa, 10 maggio 1949]
L’egemonia sul mercato
“Era importante, agli occhi degli italiani, come Bartali e Coppi, Nuvolari, Varzi, Ascari, Farina e Villoresi, Tenni e tutti coloro che li aiutavano a uscire dalle mortificazioni di una guerra gratuitamente perduta. Il Torino aveva scremato il vivaio calcistico italiano con mezzi di persuasione davvero irresistibili. Il C.T. della nazionale Vittorio Pozzo, vecchio militante della squadra granata, sollecitava i migliori della nazionale giovanile ad accettare le offerte del Torino, quali che fossero, perché giocando sotto la Mole sarebbero sempre stati alla sua portata: li avrebbe seguiti e consigliati per il meglio, così da maturare al più presto per la maglia dei moschettieri azzurri”. [Gianni Brera, la Repubblica, 4 maggio 1989]
La famiglia Mazzola
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Il mistero della scomparsa del piccolo Sandro
“Un nuovo capitolo si aggiunge alla drammatica e pietosa vicenda di cui è stata, ed è protagonista la famiglia di Valentino Mazzola: stanotte all’1.30 il figlio maggiore del campione scomparso, Sandrino, di sei anni, è stato ripreso dalla vera madre, cioè la prima e legittima moglie di Mazzola, che lo ha portato via dalla casa di campagna di Borgo San Martino, dove era stato inviato dalla seconda moglie dell’ex calciatore. A Borgo San Martino, piccolo paese a sette chilometri da Casale, sulla linea Casale-Alessandria, i Mazzola avevano conosciuto da tempo la famiglia di Bruno Gandini, agiato industriale della zona, proprietario di un moderno mulino elettrico a cilindri. Durante la guerra, la signora Emilia Mazzola era stata ospite per gran parte del periodo di sfollamento, assieme al piccolo Sandrino, allora ancora in fasce. In seguito, come già si sa era nato il secondo figlio, Ferruccio, ora quattrenne: ed erano sopravvenute pure le complicazioni matrimoniali del campione, il quale aveva lasciato Emilia per Giuseppina Cutrone, tentando di ottenere attraverso i tribunali stranieri la regolarizzazione legale della propria posizione. La sciagura di Superga sembrava aver troncato In un primo tempo il complicato groviglio che si era andato creando”. [la Stampa, 10 maggio 1949]
Il rapimento in un mulino
«La compagna di mio padre mi rapì e mi affidò a una coppia di amici che viveva in un mulino. Non ho mai capito se fosse per avere l’eredità, o per tenere con sé un pezzo del suo uomo. Mia mamma Emilia chiese aiuto ai carabinieri e ai tifosi del Toro, che battevamno le campagne per cercarmi. Mi trovarono dopo un mese e mi riportarono a casa. Scoprii solo allora che avevo un fratello. Si chiamava Ferruccio, come il presidente».
[Sandro Mazzola intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 26 febbraio 2017]
Le due mogli di Valentino
“La prima moglie si trovava a Cassano d’Adda, paese natale del campione, assieme al piccolo Ferruccio, nella casa dei Mazzola. La seconda moglie si trovava a Torino ed aveva abbandonato l’alloggio del capitano in via Torricelli 66, cui sono stati messi i sigilli dall’autorità, giudiziaria, per andare in via Saluggia 3. Sandrino Mazzola era stato inviato a Borgo San Martino, presso i Gandini, per sottrarlo alla dolorosa atmosfera della tragedia. In occasione dei funerali giunsero a Torino i familiari di Valentino: la mamma Leonina ed i fratelli Piero, Silvio, Carlo e Stefano. La mamma s’incontrò con Giuseppina Cutrone e, a quanto pare ed è d’altra parte umanamente comprendibile, accettò, per quanto le competeva, che Sandrino restasse affidato alle cure di quest’ultima.
Ma la mamma vera di Sandrino non desisteva e stanotte ha realizzato il suo piano. Era l’una e trenta quando una macchina si arrestò di fronte alla abitazione dei Gandini, a Borgo San Martino. Ne scesero una signora, zia di Mazzola, proprietaria del ristorante Santa Lucia a Milano, un cugino di Mazzola, un avvocato milanese ed un brigadiere dei carabinieri della stazione di Ticineto Po. Bussarono a lungo svegliando i Gandini, i quali si affacciarono ad una finestra, ma rifiutarono di aprire. Fu decisivo l’intervento del sottufficiale, in divisa, che esibì un documento, si ignora di quale specie: cosi il gruppo poté entrare. Il piccolo Sandrino stava dormendo nel suo letto e si risvegliò piangendo, senza comprendere nella sua innocenza, che cosa avvenisse. Vide che, qualcuno voleva portarlo via, cosi in fretta, di notte; e prima di lasciare la casa di Borgo San Martino si buttò ancora fra le braccia della signora Gandini che gli aveva tenuto le veci di mamma. Fu vestito sommariamente e portato sulla macchina: anche gli altri vi salirono in gran fretta e tutti ripartirono, diretti presumibilmente a Cassano d’Aula. Secondo successive informazioni, è dato sapere invece che il piccolo è stato portato nell’alloggio milanese della zia della Ranaldi, signora Legnani, in via Sala. Stamane la situazione ha avuto nuovi sviluppi. Una protesta è stata presentata da parte dei Gandini contro il sottufficiale dei carabinieri che autorizzò la operazione e vi presenziò: lo stesso Gandini è giùnto a Torino per conferire’ con il comm. Novo, presidente del Torino e con un suo legale di fiducia”. [la Stampa, 10 maggio 1949]
I rigori a Bacigalupo
«Il mio primo ricordo? Bacigalupo. Entro al Filadelfia, vestito da Toro, con mio padre. La sua mano destra stringe la mia. Mi poggia la sinistra sulla testa. Tiro il rigore. Bacigalupo agita le braccia come fa in campionato; la porta è piccolissima, lui enorme; poi però si butta da una parte, e io la piazzo dall’altra. Bacigalupo strizza l’occhio a papà. Io faccio il giro del campo esultando».
[Sandro Mazzola intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 26 febbraio 2017]
Oltre
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Il grande campo lassù
“Anche noi, che con animo di ragazzi abbiamo sempre frequentato e seguitiamo a frequentare gli stadi, sia consentito immaginare i diciotto atleti del Torino in trasferta. Oh, non ci è difficile raffigurarci il grande campo che, lassù, li attende: senza limitazioni di posti, lastricato di erba eternamente verde e molle, senza macchie di nuda terra”. [Indro Montanelli, Corriere della sera, 6 maggio 1949]
Uno di loro tirò
“Come per caso, Gabetto, Loik e Grezar si trovarono dove il Livorno non avrebbe mai dovuto permettere che si trovassero: a una dozzina di metri dalla porta. Uno di loro tirò”. [Manlio Cancogni, Toro delle meraviglie, Cairo editore, 2012]
Il sogno che fa Sandro Mazzola
«Mi dicevano sempre che papà era in viaggio. Un giorno mi ero nascosto sotto il tavolo per fare le radiocronache – Nicolò Carosio parlava chiuso in una cabina, era il mio modo di imitarlo – e sentii la mamma sfogarsi con un’amica. Trovai la conferma di quel che avevo intuito: mio padre non sarebbe mai tornato. Dopo la morte? Qualcosa c’è. Sento che ritroverò mio padre. E giocheremo insieme, come nei sogni. Siamo al Filadelfia. Io gli passo la palla, e lui segna. Non c’è Bacigalupo, il portiere non si vede mai. Poi lui la passa a me, e io segno. Poi mi sveglio».
[Sandro Mazzola intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 26 febbraio 2017]