OGGETTI DI SCENA
Ciao, mamma, guarda come mi diverto. E ciao papà, guarda come ti sostituisco. Con un cellulare, esatto. Quel coso che ha già preso il posto delle scacchiere e dei cruciverba, dei giornali e dei libri, dei televisori e delle radio, dei vinili e delle Bibbie, delle agenzie di viaggio e degli sportelli bancari. Quel coso dentro cui c’è tutto. Ovviamente una fotocamera, anzi una videocamera. Se c’è un amico che ti fa la cortesia di riprendere il salto, allora ti rialzi dal materassino e corri a riguardarlo. Senza il papà-allenatore che ti dice: hai sbagliato qua e hai sbagliato là. L’età della disintermediazione. Autodidatta. Una specie di selfie-tutorial. Il kenyano Julius Kiplagat Yego diventò campione del mondo del giavellotto imparando da YouTube come lanciavano gli scandinavi. Nella sua prima gara da marito e la prima senza le confessioni con Padre Coach, Tamberi ha iniziato a imparare da sé stesso.
Il ragazzo che si inventa i risultati dal nulla, ne ha combinata un’altra. Uno pensa che ci sarebbe tutto il diritto di andarsene in vacanza, in un anno nel quale hai vinto una medaglia ai Mondiali indoor senza aver preparato la gara e un oro agli Europei dopo il covid, un fastidio alla gamba che serve a staccarsi da terra e una rottura traumatica con il genitore. Basta guardarsi in giro, ce ne sono tanti che riposano. Tortu è al mare, Jacobs sta per andare con la corona di Bolt a fare un’esibizione da Buffalo Bill su una pista apparecchiata sul lungomare di Caorle. Un segno di rara modestia, poteva correre sull’acqua. Qualcuno si sposa. Solo che nemmeno il matrimonio, nemmeno il viaggio di nozze, hanno fermato Gianmarco Tamberi. Se anche solo si fosse presentato e basta, a Zurigo, il giudizio sarebbe lo stesso. In più: ha vinto. Saltando 2 metri e 34 come quel grillo scomposto di JuVaughn Harrison, l’americano che fa pure il salto in lungo e che scavalca l’asticella con una specie di ventrale a ventre in su.