La seconda puntata dell’inchiesta sul nuovo mondo felice del ciclismo femminile analizza i rischi e le incognite di questa crescita improvvisa – I montepremi lievitati, i palinsesti tv pieni, ma pure le due velocità tra chi si sposta con un furgone e chi viaggia in un pullman super accessoriato – Gli organizzatori investono e lavorano in perdita: questo sistema giovane è in grado di reggere?
DI ALESSANDRA GIARDINI
▻ Ripartiamo da Lizzie Deignan, d’altra parte ha fatto la storia in più di una maniera. Lo scorso 2 ottobre, vincendo la prima, storica Roubaix femminile l’atleta inglese ottenne tre premi: il tradizionale cubo in pavè, una targhetta con il suo nome nelle famose docce del velodromo e 1.535 euro. Per Sonny Colbrelli, che il giorno dopo trionfò fra i maschi, il premio fu di 30mila euro: venti volte tanto. Sei mesi più tardi, vincendo la seconda edizione della Roubaix, Elisa Longo Borghini, compagna della Deignan alla Trek-Segafredo, ha avuto un premio di 20mila euro (in realtà vanno a finire in un montepremi complessivo che a fine stagione viene diviso fra tutta la squadra e lo staff, e ad ogni ciclista va una percentuale legata alle corse fatte durante l’anno).
Come gli stipendi, anche i premi del ciclismo femminile stanno alzandosi a un’andatura folle. Il Giro Donne è passato dai 50mila euro del 2021 ai 250mila euro di montepremi complessivo per l’edizione che partirà domani dalla Sardegna e che vedrà la corsa a tappe italiana tornare nel World Tour dopo un anno di purgatorio.
Roberto Ruini, fondatore di Pmg Sport/Starlight e da due anni direttore del Giro Donne, spiega perché la sua società ha deciso di puntare sul ciclismo femminile. «Siamo convinti che sia una forte opportunità per chi come noi organizza, un’opportunità di raccontare qualcosa che è sottovalutato. L’esigenza era quella di alzare la qualità di ogni aspetto organizzativo, dalla sicurezza alla visibilità mediatica: nel 2021 abbiamo fatto circa un’ora al giorno di diretta, quest’anno saranno due, con una produzione internazionale, gli elicotteri, 2o2 paesi collegati in tutto il mondo. Stiamo creando i presupposti per dare piena dignità al ciclismo femminile offrendo professionalità e alcuni stimoli».
Le corse femminili aumentano: di numero e di volume. Dopo il debutto della Parigi-Roubaix nel 2021, si parla di una Sanremo per il prossimo anno (che comunque non partirà da Milano: impossibile fare una classica femminile di quasi 300 chilometri). E già quest’anno il Giro non sarà più l’unica grande corsa a tappe del calendario internazionale: due settimane dopo la fine della corsa rosa, da Parigi partirà il Tour de France Femmes, organizzato da Aso, come il Tour maschile e le classiche del nord. Ruini non è spaventato dalla concorrenza dei francesi. «Non la vivo come una competizione. È un sistema che farà crescere il ciclismo femminile, tutto insieme, e ognuno deve fare la sua parte. Quando siamo arrivati in questo mondo ho trovato persone che hanno portato sulle spalle per anni una grande responsabilità in un momento di grande disinteresse generale. Ma è un tema che riguarda tutto il mondo dello sport: è indispensabile passare alla qualità, alla professionalità, al rigore, costruire cose fatte bene, strutture, strumenti e opportunità».
Quella del Tour femminile finora è stata una storia tormentata, ma questa volta Aso sembra intenzionata a cambiare il corso degli eventi. Marion Rousse, che dirigerà la corsa, ci ha detto che vuole che il Tour Femmes «ci sia ancora fra cent’anni». L’investimento è stato enorme, ma fra tre anni si tireranno le somme e si vedrà quale ritorno avrà avuto. La grandeur non è in discussione: otto tappe, il via dalla Tour Eiffel, una tappa (la quarta) sugli sterrati della Champagne: gli uomini non hanno mai osato tanto, non hanno potuto, il Tour è troppo grande per attraversare i preziosi vigneti.
Il montepremi francese pareggia i 250mila euro del Giro, e lo sponsor ufficiale della corsa sarà Zwift, la piattaforma online di allenamento, che ha sempre fatto della parità di genere un tema cruciale. In un mondo virtuale, va detto, è molto più facile che uomini e donne siano uguali.
Al momento gli organizzatori di gare femminili stanno lavorando tutti in perdita. Ruini conferma ma vede rosa, forse per deformazione professionale. «È un investimento che l’anno scorso ci ha visti buttare il cuore oltre l’ostacolo, quest’anno abbiamo fatto grandi passi avanti, anche grazie alla disponibilità degli enti, delle regioni, all’interesse di Discovery-Eurosport. Tanti sponsor sono entrati, altri hanno visto la possibilità di farlo nel 2023. È chiaro che si cammina sul filo cercando un equilibrio, ma è una sostenibilità possibile».
Il belga Tomas van den Spiegel, 43 anni, che da atleta ha vinto due volte l’Eurolega di basket con il CSKA Mosca, da quattro anni è il Ceo di Flanders Classic, la società che organizza il Giro delle Fiandre: quest’anno è stata la prima classica a equiparare i premi della corsa femminile a quelli del maschile (50mila euro). Ma van den Spiegel dice che quella è solo la cornice, all’interno c’è altro. «I premi non bastano. È il giro d’affari che deve aumentare: più copertura televisiva, più soldi, più sponsor. Così le risorse si distribuiscono fra tutti, e non vanno soltanto alle atlete che vincono, che sono spesso le stesse».
Anche Giada Borgato, ex professionista, campionessa italiana esattamente 10 anni fa e dall’anno scorso voce tecnica del ciclismo (maschile e femminile) in Rai, non si fida del boom che abbiamo sotto gli occhi. «Le ragazze, specialmente le più giovani, si sono abituate in fretta ai prezzi nuovi. I premi sono importanti ma non fanno la differenza: ci vogliono gli sponsor, i diritti televisivi, e anche una certa indipendenza rispetto al mondo maschile: finora c’è stato un effetto traino ma è bene che le corse femminili possano avere una giornata dedicata».
Gli ascolti televisivi sono in crescita, ma Eurosport ha alzato parecchio l’asticella: nel palinsesto ci sono già quasi tutte le corse, difficile pensare di fare di più in futuro. Ancora Borgato. «Siamo in una fase sperimentale, si fanno tante prove. Uno dei problemi più evidenti è che manca una categoria: senza le Under 23 manca un pezzo importante. Purtroppo non ci sono i numeri, tante squadre fanno fatica a trovare 15 atlete da mettere sotto contratto». È un punto su cui torna anche Dino Salvoldi, che per vent’anni ha guidato la nazionale femminile. «Questa esplosione purtroppo non è supportata dai numeri, sono ancora molto poche a livello mondiale le donne che corrono, quelle brave ancora meno».
Sul vuoto all’altezza delle Under 23 facciamo intervenire Walter Zini, 56 anni, milanese, dal ‘94 alla guida di un team femminile. Con la moglie Sigrid Corneo, che è stata professionista dal 1999 al 2010, Zini, sta partendo per il Giro con la sua BePink. «Si sono inventati il Mondiale per le Under 23, come del resto ha fatto la federazione per il campionato italiano: però non c’è una gara a parte, prende la maglia la prima Under 23 della corsa Élite. Non capisco il senso: anche perché non essendoci gare Under 23, quella maglia l’atleta non la indosserà mai. E allora che significato ha? Pensate che uno sponsor possa essere contento? A noi è capitato l’anno scorso: Silvia Zanardi ha vinto l’Europeo Under 23 e la maglia l’ha portata un giorno solo: perché gli organizzatori ci tenevano, e comunque abbiamo dovuto chiedere l’autorizzazione».
Zini era presente alle prime riunioni in cui si parlò di World Tour al femminile, lui era uno degli scettici. «Era giusto arrivarci, ma andava fatto per gradi. Hanno messo i paletti troppo in alto. È giusto che il minimo salariale sia equiparato a quello dei maschi, ma non di colpo. Si è creato un divario clamoroso. Da una parte c’è la volontà di spingere: Discovery ed Eurosport vogliono far vedere tutte le corse, team come Movistar e Trek vedono che nel femminile hanno più risultati e tolgono budget dal maschile per metterlo nel femminile, ma noi italiani siamo sempre al pelo dell’acqua. All’estero sono le aziende che vanno a proporsi per sponsorizzare, da noi dopo una settimana arriva la Finanza a chiederti perché lo fai, cosa c’è sotto».
Nel divario che si è creato ci sono squadre che non hanno i soldi per il traghetto che deve portare le atlete in Sardegna, altre che viaggiano in prima. Ma questo non è sempre tutto nel ciclismo. Zini sorride. «Fanno a gara a chi ha il pullman più grande… A febbraio siamo andati alla Settimana Valenciana, c’erano 13 delle 14 squadre World Tour, io avevo 5 atlete su 6 che erano Under 23 e ci siamo messi dietro 7 squadre World Tour, in classifica abbiamo finito con una nelle prime 10 e una sedicesima, ed eravamo andati lì con un furgone e due macchine. Gli altri arrivano con un pullman supersonico e appena trovano quattro salite spariscono chissà dove».
[2. – fine]