Dieci anni senza Marco Simoncelli

Erano le 16 e 56 in Malesia, una domenica mattina in Italia. A bordo della sua Honda RC212V, con il numero 58, Marco Simoncelli stava affrontando la curva 11 al secondo giro del Gran Premio della Malesia, la penultima corsa del Mondiale 2011, sul circuito di Sepang. Era una curva verso destra. Simoncelli si piegò fino quasi a scivolare, si sporse dalla sella, poi con la forza delle gambe e delle braccia riuscì a rimettere la moto in posizione dritta, ma senza risalirvi, senza governarla del tutto. Finì trascinato al centro della pista, tradito probabilmente dalla tecnologia. Una moto che perde aderenza scivola verso l’esterno perché il motore perde giri, mentre l’elettronica a bordo è programmata per correggerne la direzione e farla rientrare. Andò così quel 23 ottobre, sono passati 10 anni. In pista c’erano 17 moto. Su Marco inclinato e impotente, arrivarono la Yamaha di Colin Edwards e la Ducati di Valentino Rossi. Centosettanta chili l’una a oltre 200 km orari. Finirono con le ruote sul suo corpo. Quella anteriore di Valentino portò via il casco, lo fece finire tra l’erba. Edwards schiacciò il torace di questo ragazzo alto 1 metro e 91, piazzato al secondo posto nella gara precedente in Australia, campione del mondo tre anni prima nella categoria con le moto di cilindrata inferiore, su una Gilera da 250 cc.

Simoncelli riportò la frattura delle vertebre cervicali, aveva il segno di una gomma sul collo, ferite alla testa e al torace. Aveva l’airbag nella tuta, ma non era in grado di proteggergli il collo. Aveva 24 anni e lo chiamavano Sic.

Era considerato il campione italiano del futuro, l’erede di Rossi, che a quel tempo aveva vinto nove titoli mondiali, ma da allora in avanti neppure uno

Era duro in pista, dolce nella vita. Mi mancherà, scrisse Valentino su Twitter. Marco era di Riccione e viveva a Coriano, non distante da Rimini. Valentino aveva e ha casa a Tavullia, al confine tra le Marche e la Romagna. Con le origini nella stessa terra, avevano molto altro in comune. Simoncelli veniva preso in giro perché parlava come Rossi, portava i riccioli come li aveva Rossi, copiava lo stesso umorismo di Rossi. Era molto criticato per il suo stile dagli altri piloti, soprattutto dagli spagnoli Jorge Lorenzo e Daniel Pedrosa. Era sfrontato, ma quella domenica di 10 anni fa non sbagliò manovra, non si rese protagonista di nessun azzardo. Tenne anzi una condotta impeccabile, cercando anche di restare in sella, con il gomito e il ginocchio sull’asfalto, nonostante la moto fosse inclinata. 

 

Dalla pole position era partito Dani Pedrosa. Marco Simoncelli aveva fatto il quinto tempo in qualifica. Quando le telecamere lo inquadrarono, aveva un asciugamano giallo in testa e in mano un cartello che faceva pubblicità al nuovo sito web. È l’ultima volta che lo abbiamo visto sorridere. Alessandro Pasini sul Corriere della sera scrisse che la ruota di Rossi aveva segato il cinturino del casco. Marco invece resta a terra, riverso sulla pista, immobile, i riccioli sparpagliati sull’ asfalto. Rossi riesce a tenere in piedi la sua Ducati ma non ha subito modo di voltarsi e guardare che cosa sia accaduto. Una volta rimesse le ruote sull’asfalto si gira, capisce, si porta la mano al casco e rientra ai box in lacrime

I commissari di gara presero la bandiera rossa e la sventolarono. L’ambulanza si fermò dietro la transenna delle via di fuga. Simoncelli venne messo su una barella, mentre dai box accorse papà Paolo. Uno dei portantini inciampò, il corpo di Marco finì terra sull’erba. L’ambulanza andò di corsa verso la Clinica Mobile. Il dottor Macchiagodena disse: «Quando lo abbiamo prelevato era già in arresto cardiorespiratorio. In ambulanza hanno iniziato la rianimazione cardiaca poi al centro medico lo abbiamo intubato per cercare di rimuovere il sangue dal torace. Aveva il segno dei pneumatici sul collo». 

Con i piloti tutti ai box, decisero di annullare la gara. Paolo Simoncelli entrava e usciva dalla Clinica mobile. Scuoteva la testa. Pianse abbracciando Carlo Pernat, che di Marco Simoncelli era il manager. I medici tentano di rianimarlo per tre quarti d’ora. Quando Paolo uscì per l’ultima volta dalla porta, disse due parole, disse: «È finita».  

Mamma Raffaella era casa, Coriano, via Armellini. Le teneva compagnia Martina, la sorellina di Marco, 13 anni. Videro tutto in diretta. Kate Fretti, la fidanzata di Simoncelli, era invece ai box. «Quando ho visto che non aveva il casco – disse – ho capito che non c’era niente da fare. Ho pregato e mi sono venute in mente le parole del suo capotecnico che gli aveva detto: non mollare mai. Speravo che anche in quel momento lo stesse ascoltando, invece non era così. Lui in ogni gara, se qualcuno si faceva male, diceva “e oh sono le corse, se non vuoi farti niente stai a casa”. E ora penso che vorrebbe che finissi quest’intervista dicendo “e oh sono le corse”». 

Paolo Beltramo, il telecronista del motomondiale per Sportmediaset, autore con lui della biografia Diobò che bello (Mondadori), in diretta su Italia1 diede l’annuncio: «È finita, Marco non ce l’ha fatta. Era un figlio per me». Guido Meda raccontò che «dormiva all’età di 24 anni nel letto dei suoi. C’era un grande rapporto di amore con i suoi genitori. C’è molto dolore in tutti noi».

Erano le 11 e 15 in Italia quando don Egidio Brigliadori, il parroco di Coriano, invitò tutti a pregare in chiesa, durante la messa, perché «Marco ha avuto un incidente». Qualcuno gli fece segno che no, non aveva avuto solo un incidente. Gli fecero capire che Marco non c’era più e lui disse ai fedeli: «Continuiamo a pregare». In piazza Don Minzoni, al paese, apparve uno striscione: Ora vai e insegna agli angeli come s’impenna

 

 


     “Ecco come muore un motociclista. In diretta tivù, travolto e calpestato, col 35 per cento di share. Qualcuno lo chiamava affettuosamente Zappatore o Spanocchiatore: Marco un po’ se la prendeva e molto lasciava stare. Consapevole di non poter essere un mostro di eleganza. Al tempo stesso, la sua morte ha i connotati della brutalità incomprensibile. Al netto di ogni retorica, Simoncelli era come sembrava: buffo, schietto, pulito. Bamboccione fragile e “patacca” adorabile. Era bello parlarci, a volte litigarci. Il più accessibile degli eroi masochisti. E il più apparentemente invincibile, in virtù di quella vitalissima propensione al martirio didascalico. Il paddock del Moto-mondiale è uno strano microcosmo. Una famiglia allargata dove i divi sono ancora raggiungibili e gli uffici stampa non fanno danni. Tutti si conoscono, tutti si frequentano. Soltanto da dentro si può comprendere quell’atteggiamento di fatale accettazione della morte. Legge del paddock vuole che ogni morte sia evitabile, tranne quella per investimento: quella di Shoya e Sic. Simoncelli era già caduto più volte a inizio gara: per la sua ruvidezza ancestrale, per lo stile così distante da Agostini e Rossi. E per quella iattura sottovalutata che sono le gomme fredde: pneumatici supersonici, che permettono traiettorie inaudite ma che hanno bisogno di scaldarsi. Altrimenti disarcionano. Era l’erede (parola che detestava) di Rossi, altri papabili non ci sono e lo stesso Valentino dovrà convivere con un peso indicibile. È sceso il sipario più impietoso nel brutto mezzo di una gara inutile. È morto un ragazzo, bello e incolpevole. Un uomo coi capelli da fumetto che amava il nichilismo impavido di Gilles Villeneuve. È morto “il Sic” e con lui un mondo non più romantico né spettacolare, ma solo cinicamente gladiatorio.

di andrea scanzi, il Fatto quotidiano, 25 ottobre 2011


 

Il campionato di calcio fece un minuto di silenzio. Il Milan giocò con il lutto al braccio. Era la sua squadra. Christian Abbiati, il portiere, disse: «Ogni tanto veniva a vederci, sono scioccato». Sic, con la c dolce, così si pronuncia, scrisse Jenner Meletti su Repubblica, mentre dopo l’autopsia la bara venne imbarcata su un Boeing 747 della Malaysia Airlines. Il volo partì il lunedì sera, alle 23.45 ora di Sepang, verso Fiumicino. Con lui a bordo c’erano il papà, Kate e Valentino Rossi. Alessio Salucci, detto Uccio, il suo alter ego, su Twitter, disse: Per quelli che lo chiedono Vale non sta pensando assolutamente di smettere…. Mi dispiace che girino queste notizie false in momenti così. Siamo in aeroporto e stiamo rientrando in Italia con un gran vuoto… Dobbiamo tornare a vincere adesso ancora di più

Colin Edwards disse al Corriere della sera: «Grazie a tutti per il supporto in questo momento. È molto triste assistere alla morte di un amico, mentalmente sto tenendo, ma è stato davvero un incidente tragico. Il mio cuore è pesante per tutti coloro che sono coinvolti, dalla famiglia ai tifosi. Buon viaggio amico mio, ci mancherai». Aveva una spalla slogata e la parte superiore dell’omero sinistro fratturata. Il volo atterrò a Roma alle 6.10 del martedì mattina. Papà Paolo ebbe la forza per dire: «»Mio figlio, se fosse qua, vi ringrazierebbe per tanta attenzione. Spero di non essere irrispettoso con voi».  

Michele Brambilla per la Stampa dalla piazza di Coriano raccolse le parole e i pensieri che i tifosi lasciarono scritti sui bigliettini. «Ciao Marco ci mancherai troppo, troppo». «Eri speciale nella tua normalità». «Un campione come te è come il sole, può tramontare ma ci lascia una luce nel cuore». «Ci siamo fatti contagiare dal tuo sorriso e ci hai travolto». La proprietaria di un’erboristeria gli raccontò: «Un mese fa qui in paese hanno organizzato una gara di caratella. Lo sa lei che cos’è la caratella? Era il go kart dei poveri: un asse di legno con delle ruote rudimentali. I vecchi si sono messi su quei trabiccoli per ricordare la loro infanzia, e Marco era lì con loro. Siamo gente eccessiva, noi. Questa è una terra di importanti uomini politici, ciclisti, motociclisti, donnaioli. Tutti eccessivi nella vita». 

Valentino Rossi provò a fare mente locale e a ricostruire: «Lui è arrivato perpendicolare, una traiettoria incredibile. Non potrò mai dimenticare, come faccio. Non avrò più paura di prima. Correre è il nostro mestiere, sappiamo che può succedere, è già accaduto in passato. Certo, Marco era un mio amico. Un mio grande amico, ma non ho pensato nemmeno per un secondo di smettere, di ritirarmi dalle corse. Io so come è uscita quella voce, lo so bene: lo hanno detto per vendere più giornali».

Kate aveva messo in viaggio la felpa di Marco. Repubblica raccontò che si sono conosciuti nel 2006 in viale Ceccarini, a Riccione. Lei distribuiva i volantini della discoteca Cocoricò. Lui le ha fatto la corte finché le cose non sono andate nel verso giusto. Kate e Marco, raccontano gli amici, avevano da poco deciso di andare a vivere insieme nel fienile che lui aveva finito di ristrutturare. Intervistata in tv da Matrix disse: «Dimenticare non si può, posso solo conviverci con questo dolore. All’inizio credevo di non farcela ma in queste ore ho pensato di sì, per me, per i genitori di Marco, ora sono quasi convinta di potercela fare». 

 

Sulla rivista internazionale Motorsport, fu Mat Oxley a dedicargli un bellissimo ritratto, riproposto in questi giorni ai lettori. Era il leone che ruggiva. Era l’italiano dai capelli selvaggi e dalla guida selvaggia, determinato a lottare per raggiungere la vetta con ogni mezzo necessario. Era da un po’ che la MotoGP non vedeva nessuno come Marco Simoncelli. Era un diamante grezzo lavato su una spiaggia di ciottoli levigati. Era molto diverso da molti dei piloti con cui condivideva la griglia. Non era un analista dal sangue freddo, uno che giocava con le percentuali. Era un combattente dei pesi massimi dal sangue caldo, con un sorriso maniacale, pronto a spegnere le luci di tutti. Era quello che si dice un pilota incallito, un eroe che accendi il fuoco e via. Anche suo padre, Paolo, lo chiamava guerriero. Non c’era nessun freno nel mondo di Simoncelli, nessun pensiero che il quarto posto sarebbe servito, quando avrebbe potuto prendersi il podio. Ha corso inseguendo chi gli stava davanti, non controllando il tabellone dei box con i messaggi degli ingegneri. Era uno di quei corridori di cui era facile entusiasmarsi. Si è fatto dei nemici. I suoi critici sostenevano che fosse pazzo, cattivo e pericoloso. Simoncelli stava bussando alla porta degli alieni e alcuni degli alieni erano spaventati. Chi ci entusiasmerà adesso?

 

Alla camera ardente sfilarono in quindicimila. Il feretro – scrisse Alessandro Pasini sul Corriere della sera  – è lì dalle otto di mattina. Gli amici di Sic lo hanno caricato in spalla tra gli applausi della folla. Marco è in jeans e maglietta, capelli sciolti e ferite sulle mani sotto una lastra di vetro. Dietro al feretro le due moto di Marco, quella del mondiale e quella di Sepang. Il funerale si tenne il giovedì, con i diecimila abitanti di Coriano e quindicimila persone arrivate da fuori. Montarono dei maxischermi. Mille persone si trovarono al circuito di Misano. Un quarto d’ora dopo le due del pomeriggio, la piazza di Coriano fece partire il primo applauso. Durò sette minuti. Erano le tre quando la bara di colore azzurro salì i quarantacinque gradini della Chiesa di Santa Maria Assunta. La portavano gli amici d’infanzia, accompagnati dai bambini piloti del motoclub di Marco, il Renzo Pasolini, vestiti in tuta da corsa. Avevano tutti in mano un palloncino con il numero 58. 

In chiesa tra le 400 persone c’era tutto il paddock: Rossi, Capirossi, Melandri, Gibernau, Lorenzo, Dovizioso, Iannone, c’erano tutti i grandi del passato, Agostini, Uncini, Gresini, Ezpeleta. Venne Alberto Tomba. C’erano le sue moto e c’era il suo casco sulla bara. Il vescovo di Rimini, Lambiasi, tenne l’omelia e disse: «Voglio firmare quello striscione che dice: va e insegna agli angeli come si impenna. Ora sei nel podio più alto. A quelli che chiedono dov’era Gesù durante l’incidente, rispondo che stava lì a dargli un passaggio per il cielo».

Un’omelia che venne trasmessa in diretta sulle tre reti della Rai, su Mediaset e su Sky. Fu seguita da sei milioni di persone

 


    “Marco Simoncelli è una costruzione naturale e ben riuscita di se stesso, altro che balle. Me lo ricordo bene due anni fa, nello stesso locale malese dove ora ha festeggiato il mondiale, mentre piangeva convinto che nessuno credesse in lui, povera stella. Che è già di per sé una bella storia adesso revisionata, vendicata persino. Sic è uno sopra le righe, sì, come è bello che sia un pilota in un periodo in cui l’elettronica, invece, tenderebbe a mettere tutti sulla stessa riga. Per il medesimo motivo si sono un po’ stufati i vecchi, quelli belli che hanno conosciuto Barry Sheene, che non trovano più nella perfezione tecnologica il gusto assoluto di correre. Serve altro: magari una sportellata o due moccoli, duemila boccoli o una bocca che quando si apre ti serva un titolo risparmiandoti lo sforzo di inventarlo. Non fuma, non si spacca le ossa, ma è un datore di lavoro perfetto, tutto istinto e straniamenti. Un’altra manna dal cielo, al posto di una staccata al limite, un sorpasso all’esterno, più rari di prima. Per continuare così, rimpiangendo il passato di Valentino Rossi, in armonia con il suo presente, alle prese con il suo futuro che non sarà eterno. Tutti preoccupati e presi a dire di lui che così ne nasce uno ogni cento anni. Magari sbagliando. Magari.  

di moreno pisto, Riders, dicembre 2008


 

Poi venne il momento di separarsi da lui per sempre, e quello è un momento che strangola, perciò vorresti che finisca subito, anche se vorresti che non finisse mai. La bara venne poggiata sul sagrato della chiesa, in terra su un tappeto. Fu allora che si sentì la voce di un altro Rossi, era Vasco, era Vasco che cantava la suoneria del suo telefono, il manifesto della sua vita scrisse il Corriere della sera. Era Vasco che cantava siamo solo noi, che non abbiamo vita regolare, che non ci sappiamo limitare, quelli che poi muoiono presto, quelli che però è lo stesso, mentre Valentino mise la chiave nel contatto e dietro la bara che usciva, accese la moto e diede il gas. Un rombo. Un grido di disperazione mai sentito prima, un requiem che in una chiesa non aveva cantato mai nessuno. Fu il tuono di un motore che rintronò le orecchie, gli stomaci e le pance. Forse quella che chiamiamo anima

 


  Non sono riusciti a seppellirlo Marco. Stava ancora lì, con gli altri. Da pilota, con i piloti. Con Valentino, Loris, Franco, Jorge, Andrea, Manuel. Con i compagni di cava. Con le felpe, seduto a terra, come ai concerti rock. Con a fianco le sue due moto. Sacro e profano in chiesa. Come al palio di Siena dove i cavalli vanno all’altare per la benedizione. Morto, Marco. Senza retorica. Ma vivo, come tutti quelli che vogliono sfrecciare, non rassegnarsi all’immobilità. James Dean aveva 24 anni come Marco. Se ne andò dando gas un’ultima volta sulla strada per Salinas. Era solo un giovane attore promettente, con l’etichetta: gioventù bruciata. Non avrebbe potuto, un contratto gli impediva di partecipare alle gare. Ma se ne fregava. Era sempre pronto a sgommare su Mulholland Drive, su saliscendi e curve improvvise. Anche se a Coriano e dintorni le strade cambiano nome, la Romagna dei vincisgrassi, Dio bò non si dà arie. Diceva Dean: “Correre è il solo momento in cui mi sento intero”. Françoise Sagan, scrittrice francese, aveva altre parole per dirlo: “La velocità scompiglia i dolori”. Lei lo sapeva, guidava le Jaguar a piedi scalzi, e spesso sbandava. Marco dormiva con la moto a fianco. E ora che dorme lui, è Valentino Rossi che dà gas e accompagna il mezzo da Marco. Finché la morte non vi separi, appunto

di emanuela audisio, Repubblica, 28 ottobre 2011


 


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A cura di Angelo Carotenuto.

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