Roma 1960 ► Vita di Wim Esajas. Come il Suriname arrivò in ritardo all’appuntamento con la storia

DI ELENA BUONOCORE

 

  1960  ►  Nella Guyana olandese, come la chiamavano i colonizzatori, la schiavitù era stata abolita da un centinaio d’anni. Il prezzo da pagare per la libertà era stata l’istituzione di una manodopera di transizione per 10 anni a retribuzione minima, una sorta di compensazione per i padroni. Che in molti casi non la corrispondevano. Bisognava che gli schiavi si sentissero schiavi un altro po’, anche dopo aver smesso di esserlo. La maggior parte degli uomini e delle donne lasciarono le piantagioni alla fine del decennio per riversarsi nella capitale, a Paramaribo, altri le piantagioni su cui lavoravano le comprarono, soprattutto nel distretto di Para e Coronie. La seconda guerra mondiale avrebbe portato il governo degli USA nel paese a protezione delle miniere di bauxite, innescando un processo di riscatto collettivo: il governo olandese in esilio dovette iniziare a rivedere le relazioni con le sue colonie.

Nel 1954 il Suriname poteva allora chiamarsi come il suo fiume e avviare un cammino verso l’indipendenza che passò prima dai Giochi olimpici. In anticipo sulla politica, lo sport del non-ancora-Paese mandò a Roma la propria bandiera e un suo atleta, Wim Esajas, mezzofondista, primatista nazionale degli 800 metri. Avrebbe accompagnato la nazione nuova sulla scena mondiale.

Il giorno delle batterie, Esajas si presentò colmo d’orgoglio allo stadio Olimpico, entrò nello spogliatoio, posò la borsa e scopri che la sua gara non esisteva. Non era in programma. Anzi. Era stata corsa al mattino e lui non c’era. La storiella di Esajas che non si era svegliato in tempo girò di bocca in bocca. Gli olandesi lo chiamarono De schöne slaper, il Bell’Addormentato. Come la volevano l’indipendenza nella Guyana, se non sapevano nemmeno arrivare puntuali all’appuntamento con la storia? 

Esajas se ne tornò a casa come uno zimbello, tormentato dall’etichetta di inaffidabile, l’uomo che aveva fatto perdere al Suriname la chance epocale. Il paese dovette aspettare altri otto anni, lui sfruttò il diploma preso e si mise a coltivare fiori. L’indipendenza sarebbe stata concessa dai Paesi Bassi soltanto nel 1975. 

Esajas, ovviamente, quel mattino del 1960 non dormiva. Gli avevano dato un calendario sbagliato. Un vecchio programma che prevedeva le batterie degli 800 al pomeriggio. Nessuno fu disposto a riconoscerlo fino al giorno in cui compì settant’anni, quando il comitato olimpico del paese gli regalò la riabilitazione, ristabilendo la verità dei fatti e dichiarando in una lettera che il dirigente Fred Glans aveva informato male il povero Wim quel giorno. 

Esajas ne fu sollevato. Non gli aveva creduto nessuno per quasi mezzo secolo. Due settimane dopo morì felice

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