Londra o Parigi, una Champions tra due mondi distanti

❝Parigi è donna. Londra è un uomo indipendente che fuma la pipa in un pub❞

Jack Kerouac

Quando vent’anni fa l’Arsenal giocò l’altra finale, Parigi era solo lo sfondo della storia con lo Stade de France di Saint-Denis. Il PSG a quel tempo aveva vinto solo due scudetti e non ci riusciva da 12 anni. Ancora un po’ e Canal+ avrebbe passato la mano a un consorzio americano. Il Qatar Sports Investments era nato da pochissimo, aveva il portafogli pieno ma il portfolio vuoto.

Il Nord di Londra andava con una delle sue squadra di quartiere, quella celebrata da Nick Hornby, alla sfida con una città-club, anzi con la città-club per eccellenza, il més que un club con una identità politica, una lingua, una cantera, una idea estetica, una rappresentanza quasi totale di una comunità, il famoso esercito disarmato della Catalogna [questo è Manuel Vázquez Montalbán].

Arsenal vs PSG di stasera porta questa distanza urbana un passo più avanti. Il PSG non è semplicemente Parigi come il Barça è Barcellona. È una cosa più problematica, un club emerso tardi in una città che ha trattato a lungo il calcio con snobismo. Gli Hornby di Francia sono stati tutti per il ciclismo [Antoine Blondin, Roland Barthes] o per il rugby [Denis Lalanne]. La prima finale franco-inglese dellal Coppa dei Campioni arriva dunque tra la città europea che ha fatto del calcio una mappa, un arcipelago di squadre, e la capitale che ha fatto più fatica a inventarsi il calcio come cultura.

Due capitali che hanno pure due modi opposti di intendere la modernità. Parigi sta al mondo come una città ben disegnata, ordinata, anche quando è caotica si mette in posa dentro una cornice. Sa molto bene di essere guardata. Londra è cresciuta per strati. I suoi quartieri alternano ricchezza e rovina a poca distanza, ci trovi l’impero e la provincia, l’alta finanza e i pub. Sa molto bene di essere vissuta.

Però si assomigliano nella capacità di essersi trasformate in una idea del mondo. Sono quasi due categorie. Parigi evoca l’amore e l’arte, la rivoluzione e la moda. È la calamita di una certa forma di nostalgia. Londra è la pioggia e il pop, il teatro e l’eccentricità. Qui ci trovi invece la malinconia. Tutte e due contengono una quantità enorme di stranieri eppure continuano a sembrare sé stesse. La differenza è che Parigi integra chiedendoti di amare la sua forma; Londra ti lascia sempre un angolo in cui puoi restare liberamente storto.

Quanto al calcio, si sa. Un londinese può vivere tutta la vita senza sentirlo a senso unico. L’Arsenal non è il Tottenham, il Tottenham non è il Chelsea, il Chelsea non è il West Ham. Londra è troppo grande per avere una sola voce. È la città più locale e più globale del calcio. Ogni club si porta dietro un pezzo ma parla a turisti, tifosi asiatici, fondi americani. Parigi, storicamente, ha una mappa più scarna. Prima del PSG, ha avuto squadre di nome ma intermittenti, senza un radicamento nell’immaginario. Il Red Star è stato la sua grande eccezione affascinante, fondato da Jules Rimet in persona a Saint-Ouen, cintura operaia, di sinistra, periferia nord, ma non è mai diventato il club della capitale, forse perché Parigi non ha avuto bisogno del calcio per raccontarsi. Oggi, la vera grande differenza tra i due mondi è che Londra ha trasformato le periferie in club, Parigi le sue banlieue in calciatori. L’Île-de-France è uno dei più grandi serbatoi di talento al mondo. Da qui sono usciti Mbappé, Henry, Anelka, Pogba, Kanté, Mahrez, Coman.

Noi che da altri posti nel mondo oscilliamo tra questo doppio fascino divaricato, ringraziamo Londra per la borsa e le assicurazioni, per una certa cultura della stampa, compresi i tabloid; per le metro, per i Rolling Stones e i Pink Floyd [e i Queen, e i Led Zeppelin, i Coldplay], per un multiculturalismo molto pratico e poco proclamato. A Parigi però dobbiamo l’idea del museo come tempio civile, la moda, l’avanguardia artistica, il cinema.

È curioso anche osservare come si raccontano, come si sono raccontate per esempio nelle inaugurazioni olimpiche del 2012 e del 2024. Londra ha costruito una cerimonia intorno alla campagna e il carbone, le ciminiere e i lavoratori, la letteratura per ragazzi e la musica pop, mettendo insieme James Bond e la regina, Shakespeare e le sitcom. Nessun altro posto al mondo avrebbe messo il suo sistema sanitario dentro le Olimpiadi. Londra l’ha fatto per dirci che la sua modernità non era solo la City, ma l’idea che una società si prenda cura di sé. Col senno di poi, dopo la Brexit, quella cerimonia sembra l’ultimo momento in cui la Gran Bretagna è riuscita a raccontarsi come aperta, fiduciosa e capace di ridere di sé.

E mentre Londra metteva in scena la sua coesione nella diversità, dodici anni più tardi Parigi ha distrutto i canoni dell’inaugurazione, per gridare e rendere visibile il valore della difformità. È stata la prima cerimonia fuori da uno stadio perché lo stadio era la città, la messinscena delle contraddizioni, l’eleganza e la dissacrazione. Parigi ha insistito sui corpi diversi, gli accenti diversi, i registri culturali diversi. Londra 2012 diceva che si può essere differenti e diventare una cosa sola. Parigi 2024 ha risposto che quando si è diversi, la differenza si deve notare.

E mentre la premiazione del Pallone d’oro ha lasciato la Francia per andarsene in Inghilterra, noi stasera siamo sempre qui, con la stessa domanda di sempre di fronte a questa vecchia divaricazione, Londra o Parigi, maledizione, senza saper scegliere.

 

 

CONTINUA A LEGGERLO NELLA VERSIONE COMPLETA SU SUBSTACK

 


ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER


scopri la newsletter di oggi

Londra o Parigi, due maniere opposte di vivere il calcio di Lo Slalom

Dove si legge della finale di Champions tra Arsenal e PSG

Leggi su Substack


 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.