

Oliver Brown, firma di punta del Telegraph, è davvero un punto di riferimento straordinario. Leggerlo per fare esercizio di pensiero opposto è un autentico piacere. I suoi pezzi sono una forma di rafforzamento del sé. Leggi come la pensa e si rinsalda la certezza di doversi sedere dalla parte opposta. È un maestro del giornalismo all’antica, abilissimo a mescolare un’eleganza di scrittura con una totale, viscerale mancanza di volontà di comprendere le sfumature della psicologia contemporanea.
Così, in questo pezzo, Brown dà il meglio del suo repertorio da cinico conservatore britannico, attaccando Naomi Osaka sul suo bersaglio preferito, l’ipocrisia. Il tema è ovviamente il suo look [se ne parlava ieri qui]. Brown apre il pezzo ricordando con sarcasmo quando una Naomi Osaka ventunenne, appena salita in cima al ranking mondiale, dichiarava in lacrime ai giornalisti: “Non mi piacciono davvero le attenzioni”. Vedendola sfilare sulla terra rossa del Roland Garros con un outfit haute couture firmato dal designer Kevin Germanier, Brown sentenzia che quel presunto odio per i riflettori fosse solo una recita ben orchestrata. Definisce l’outfit “vittima di sé stesso”, ridicolo per un ingresso su un campo secondario – beh secondario: il Suzanne-Lenglen – quasi deserto e sotto il sole cocente. L’avversaria Siegemund ha protestato [”Sono qui per giocare a tennis, non per una sfilata di moda”] perché a Osaka è stato concesso un minuto e mezzo in più per svestirsi e rivelare l’abito dorato. Il match ha subito un’ulteriore interruzione perché qualcuno dello staff ha dovuto raccogliere lo strascico nero che ingombrava la panchina.
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