Lo Slalom del 29 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

giovedì 29 gennaio 2026

 # 8 giorni a  Milano-Cortina

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E rido, e piango, e mi fondo con il cielo e con il fango

Jovanotti

 

  

Il dominio di Van der Poel nel fango. Ma sarà giudicato sulla strada

Sven Nys ha cinquant’anni. È stato uno dei più grandi campioni di ciclocross della storia. Ha vinto due volte i Mondiali e sette volte la Coppa del mondo. Ma si sta candidando come sceneggiatore di Quentin Tarantino o di qualunque altro regista pulp. «Per far perdere i Mondiali a Van der Poel dovrebbero solo amputargli una gamba» ha detto a Wielerflits, crudo, scorretto, ma in fondo le cose stanno così.

Van der Poel è quel tipo che mentre gli altri riposano, d’inverno, se ne va a pedalare in mezzo al fango, sulle rive del mare o sale a piedi certe scalinate ripide mettendo la sua bici sulle spalle. Non solo ci va, ma vince. Non una volta ogni tanto, vince sempre. Quest’anno è uscito 12 volte e 12 volte ha portato un trofeo a casa. Non sanno più dove metterli. Nell’inverno scorso i successi furono otto, ma solo perché più di otto gare non fece. Nelle ultime 37 corse a cui si è iscritto, ha perso solo quella del 21 gennaio 2024 a Benidorm. La rivista Velo ha detto che annienta il ciclocross con la grazia di un bulldozer che incontra una ballerina, qualcosa che non si era mai visto prima [anche qui non siamo messi male a pulp].

La questione ormai non è se sia il più forte. In tutta evidenza non c’è nessuno che gli stia dietro. La questione è se sia il più grande della storia o non ancora. Se Van der Poel vincerà pure i Mondiali di domenica, supererà Eric De Vlaeminck e cancellerà ogni ultimo dubbio. I due sono attualmente appaiati a sette titoli élite ciascuno, un primato superato soltanto da Marianne Vos in campo femminile.

Eppure, nella totale e indiscriminata celebrazione dell’asso olandese, Velo sottolinea che esiste una triste verità. Quella riga del libro dei record verrà probabilmente ignorata quando MVDP inizierà a inseguire Tadej Pogačar alla Milano-Sanremo tra sei settimane. Nell’era moderna delle super-squadre WorldTour e di un fuoriclasse sloveno, è la strada a governare la coscienza del ciclismo. Il ciclocross è più marginale che mai.

Questo non impedirà a Van der Poel di inseguire la sua gloria nel fango, in un raro angolo del ciclismo al riparo da Pogacar. Ma la stessa sensazione diffusa di rassegnazione collettiva che si vive su strada per Tadej, si trasferisce paro paro quando le biciclette sono nel fango. A Hulst domenica non si presenteranno né Wout van Aert, né Tom Pidcock, né Eli Iserbyt. Thibau Nys è giù di morale e sente odore di disfatta dopo una serie di gare negative. Il suo compagno di squadra belga Tobor del Grosso è un talento grezzo, poco più che un boccone per l’olandese famelico [definizione sempre di Velo].

«Il divario è enorme», ha accennato Wielerflits il ct belga Angelo De Clercq. La prova di Maasmechelen è stata vistosa come il trucco di un prestigiatore dilettante. Mathieu ha avuto due forature, ma ha vinto lo stesso. L’inverno di Van der Poel è stato osceno. Ha reso il dominio una routine. Lui – che deve dire, che deve fare – si atteggia a modesto. Parlando questa settimana a Het Laatste Nieuws, ha mormorato che tutto ciò che è venuto prima — inclusa la rimonta dopo la doppia foratura — non conterà nulla a Hulst.

«Non ha senso fare dichiarazioni prima. A Hulst si riparte tutti da zero», ha detto. «Spero di avere una buona giornata anche domenica. Non vado lì con la sensazione che sia già tutto deciso». È un buon atteggiamento, anche perché altrimenti non ti godi un bel niente.  Ma per perdere serviranno una caduta, forse due, forse tre, tre cadute insieme a un guasto meccanico; tre cadute, un guasto meccanico, una foratura e un atto divino. Forse. 

A differenza del dibattito Pogačar vs Merckx per la strada – accenna ancora Velo – non ci saranno dubbi sullo status di Van der Poel come il più grande di sempre nel ciclocross se — o quando — vincerà domenica. Ma diciamolo con chiarezza: la stagione di Van der Poel verrà giudicata sul pavé delle corse Monumento in primavera. Sono le battaglie con Pogačar, Van Aert e Mads Pedersen che il circo del ciclismo desidera. Sono quelle le corse che finiscono negli highlight di fine anno.

Soprattutto: sono l’asfalto liscio e i grandi budget della strada ad attirare sponsor e a pagare le mazze da golf più luccicanti di MVDP. Il suo status di padrone del pavé è invece minacciato da Pogačar — che si è messo intesta quel nome lì: Roubaix. Pogačar tornerà al Giro delle Fiandre per difendere il titolo e tornerà a sfidare Van der Poel alla Sanremo e sulle pietre che portano a quel famoso velodromo in Francia.

La marcia trionfale d’inverno di Van der Poel non preoccuperà Pogačar quando saliranno su Poggio o sul Paterberg, né quando attraverseranno la foresta di Arenberg tra qualche mese. Ma nonostante tutto, Van der Poel non si priverà mai di questo mondo. Sarà pure una nicchia, ma è la sua. Gli organizzatori dei Mondiali dicono di aver venduto oltre 35.000 biglietti per due giorni di birre, patatine e pedalate. Van der Poel non smetterà di darsi al suo amore impiastricciato e sporco finché non avrà la certezza dell’immortalità. «Non ho ancora preso una decisione definitiva sull’addio al ciclocross – ha detto – e non lo farò subito dopo i Mondiali. E se domenica non dovesse andare come spero, continuerò di sicuro». Sarà imperdibile anche la sfida di sabato tra le donne : Lucinda Brand, Puck Pieterse e Ceylin del Carmen Alvarado.


Che cosa stanno leggendo in Europa

🟦⬜🟥   La strada dello spareggio titola malinconicamente L’Equipe per il PSG e il Monaco fuori dalle prime-otto di Champions. Per il Marsiglia di De Zerbi c’è la parola: fiasco. Nella mansarda della prima pagina ci sono la fine della carriera del rugbista Atonio per problemi al cuore e il declassamento della Nazionale di pallamano agli Europei [fuori dalla semifinali dopo la sconfitta con la Germania]. 

🟥🟨🟥  Marca riconosce in prima pagina che il Real Madrid e Arbeloa sono andati a lezione da Mou – e ora Mourinho può essere un avversario anche agli spareggi. Intervista a Remco Evenepoel e battiscopa in prima sulla sconfitta della Nazionale di pallamano contro il Portogallo. Su As c’è Mbappé in ginocchio: Il Madrid al tappeto dice il titolo, e fra tanto calcio sbuca Carlos Alcaraz che nella notte giocherà la semifinale a Melbourne con Zverev. Mundo Deportivo esulta per la remuntada del Barcellona con il Copenhagen , da 0-1 a 4-1, e un posto fra le prime-otto. Spazio a Djokovic che si è salvato per il ritiro di Musetti e all’Eurolega di basket tra Barcellona e Olympiakos. Sport parla di festa e calvario rispettivamente per Barcellona e Real. Oltre al tennis e alla pallamano, c’è un titolino in basso su Flavio Briatore convinto che Fernando Alonso possa andare avanti ancora un anno o due. 

🟥⬜🟥  Il Guardian dedica le sue due copertine [avanti e retro] al golf e al rugby, a Patrick Reed che lascia i ribelli del circuito LIV e all’attesa per il Sei Nazioni della prossima settimana. Il Telegraph celebra nella copertina di sport le cinque inglesi qualificate direttamente agli ottavi di Champions, mentre il Daily Mail apre con il tennis dall’Australia e con il colpo di fortuna di Novak Djokovic. 

🟩⬜🟥  Oh, e veniamo a noi. “Coppa amara” dice la Gazzetta con una fotona grossa grossa di Dimarco. Luigi Garlando ha dedicato al tennis la sua rubrica: Musetti, ora il mondo sa. E poi mancano 100 giorni al Giro d’Italia. Il Corriere dello sport-stadio azzarda un Triplayoff come titolo, lancia l’Europa League di Roma e Bologna stasera, e dedica uno spazio a lacrime azzurre, l’omaggio della Nazionale di sci alle vittime di Crans Montana. Il titolo principale di Tuttosport è per la Juventus: Ora Osi?– perché sulla sua strada c’è il Galatasaray del pulcinella mascherato, il capocannoneire dello scudetto di Spalletti a Napoli. Solo QS ha uno spazio in prima pagina per la morte di Franco Menichelli, la leggenda della ginnastica italiana, oro al corpo libero ai Giochi di Tokyo del 1964.


 

Non c’era bisogno che ce lo mostrasse di nuovo la Champions. La Premier League è l’eccellenza. Ma la fase campionato della seconda edizione della Coppa XXL lo ha ribadito con la chiarezza di di un lampione acceso in un cimitero di campagna a mezzanotte. Cinque inglesi si sono prese un posto fra le prime-otto e il passaggio diretto agli ottavi. Solo il Newcastle è rimasto fuori e rischia di essere un problema più per noialtri che per loro. Fra i cinque paesi dell’élite, solo l’Inghilterra non esce azzoppata. La Spagna ha perso due club [Athletic Bilbao e Villarreal], una a testa Francia [il Marsiglia], Germania [Eintracht Francoforte] e Italia [Napoli]. 

Non c’è stupore nel dominio inglese, ma nella portata sì. L’anno scorso erano passate agli ottavi in tre e tutta la crema d’Europa aveva almeno una squadra avanti. Stavolta noi e la Francia siamo rimandate ai play-off. In compenso fra le prime-otto c’è un Minion che nel 2025 mancava [il Portogallo con lo Sporting] e i club di seconda fascia ai play-off sono di nuovo sei come nel 2025. Se è vero che le Grandi d’Europa hanno interpretato meglio il girone evitando certi batticuori di 12 mesi fa, l’epilogo ci ha regalato comunque la condanna allo spareggio per le quattro finaliste delle ultime due edizioni [PSG-Inter, Real Madrid-Borussia Dortmund] e per 24 complessive Coppe dei Campioni vinte nel passato. Nel ranking annuale UEFA in tempo reale, tutto questo si traduce in un solco fra il resto d’Europa e l’Inghilterra, in testa con 20.069 punti e un margine quasi incolmabile. La Germania è seconda con 15.825, l’Italia quinta con 14.250 dietro il Portogallo [14.700] e la Spagna [14.375]. L’ultima giornata di Europa League darà stasera un’altra pennellata. 

BOOO – I fischi per l’Atalanta in Belgio

Fischi. È finita con i fischi dei tifosi in trasferta la partita in Belgio davanti al sindaco Gori che fa l’eurodeputato a Bruxelles. Si era scomodata pure la maestra d’asilo di Charles De Ketelaere, ma come direbbe un amico ha visto una squadra bambina. Marina Belotti sul Corriere della sera: “L’Atalanta disfa, rischia e non segna mai. Perde tante palle e poi si arrabatta per recuperarle ma deve ringraziare l’imprecisione belga per 70 minuti”.

UFF  –  Un minuto di illusione per l’Inter

Il gol su punizione di Dimarco nel finale e il raddoppio di Diouf aveva dato per alcuni minuti all’Inter una chance di infilarsi fra le prime-otto. Paolo Tomaselli sul Corriere della sera scrive che si deve mangiare le mani per l’occasione persa nelle sfide con Atletico Madrid e Liverpool, due sconfitte arrivate per due ingenuità negli ultimi minuti, che sono costate care. A maggior ragione con l’impegno extra del playoff l’Inter potrebbe cambiare pelle: Henrique può finire al Bournemouth in Premier per 30 milioni, mentre Chivu punta al doppio colpo Diaby-Perisic, anche se Marotta definisce «molto remoto» l’ingaggio del francese del Al Ittihad (prestito con diritto a 35 milioni).

YAWN – Gli sbadigli per la Juventus di Spalletti

Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera l’ha giudicata una serata fredda e noiosa, rispetto ai fuochi artificiali fatti per esempio con Benfica e Napoli. La Signora – ha scritto – esce dalla sala d’aspetto (49 per cento di possesso all’intervallo) con una ripartenza di Openda (tiro a lato) e qualche azione un po’ confusionaria. E dire che gli automatismi erano grossomodo quelli che avevano messo in difficoltà il Napoli, a partire da McKennie, esterno destro di qua, trequartista di là. Intorno c’era però una squadra imprecisa e disattenta, appunto, quasi non ci fosse motivazione — che c’era eccome — come fosse assuefatta a una piccola arena mezza vuota, squassata solo dai cori degli ultrà bianconeri.

Emanuele Gamba su Repubblica considera che le scelte di Spalletti, che oltre a Di Gregorio, Cambiaso, Locatelli e David ha tenuto a riposo anche Yildiz, come aveva già fatto a Bodø, hanno indicato la linea del risparmio: la necessità del turnover è sacrosanta, ma applicarlo in Champions e non in campionato, dove il livello tecnico dei rivali è spesso inferiore (è il caso del prossimo, il Parma), è come aver giudicato irrealistica a priori la possibilità di arrivare tra le prime otto, o almeno non degna di uno sforzo in più.

La Gazzetta dello sport intervista Fabrizio Ravanelli con Guglielmo Buccheri: Nel ‘96 avremmo battuto anche l’Imper Romanio. Vialli disse: se perdiamo mi do alla latitanza

SPLASH  –  Il Napoli a fondo 

L’uscita di scena del Napoli dalla Champions è per Antonio Barillà su La Stampa la chiusura coerente con un percorso triste che conferma l’incantesimo, o forse il limite di Conte in Europa. Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio propone questa lettura dei fatti: È un peccato aver perso il Napoli, quello maestoso del primo tempo, quello della rimonta voluta con tutte le sue forze e tutta la sua rabbia, quello del gol-gioiello del ragazzino di Frattaminore, Antonio Vergara. I campioni d’Italia che stavano dominando i campioni del mondo. Era una bella storia. Ma quando i londinesi hanno cominciato a rovesciare in campo i campioni che custodivano in panchina, Conte non ha potuto fare altrettanto. Di campioni ne aveva anche lui, ma in infermeria, e così ha perso. Resta sempre da capire come in infermeria ci siano finiti, tutti assieme e quasi tutti con lo stesso problema. 

In Inghilterra dicono che il Chelsea non può permettersi di fare a meno di Cole Palmer. La sua apparizione è stata notevole per la compostezza, calma e precisione

GULP –  Il gol di Vergara

Quando Fabio Cannavaro vinse il Pallone d’oro, lo dedicò ai bambini di Napoli dicendo che i brasiliani imparano sulla sabbia e noi per la strada. Si arrampicava fino al Pallone d’oro e diceva che «tutti possono farcela, come me». In una città che poco spazio nel calcio ha sempre lasciato ai suoi figli. L’eccezione gigantesca di Antonio Juliano è stata accompagnata per tutta la carriera da moti di insofferenza durante le partite al San Paolo. Ciro Ferrara fece in tempo a vincere due scudetti prima di essere sacrificato e ceduto alla Juventus per sistemare i bilanci scossi da sette anni di Maradona. Lo stesso Cannavaro in maglia azzurra è stato una cometa. C’è stato chi poteva farcela e invece s’è fermato prima. Come Ciro Caruso, il fenomeno di Bagnoli a cui il Napoli spalancò le porte della prima squadra a 16 anni e mezzo. Un menisco, un crociato, torna e si sfascia l’altro ginocchio. La stella di Ciccio Baiano si è illuminata fra le strade di Soccavo e si è spenta a un passo da Los Angeles, dai Mondiali americani del ’94 dopo la gloria con Zeman a Foggia. Ciro Muro per un periodo si diede a un destino di copia di Diego, era tutto dribbling e punizioni a effetto, 11 partite nell’anno dello scudetto numero uno. Ma il più grosso bagliore nell’ombra è stato Nino Musella, genietto di Fuorigrotta, a vent’anni promessa indigena del Napoli di Krol che sfiorò lo scudetto ’81, otto volte in Nazionale under-21 e un gol, un talento spudorato. 

I napoletani nel Napoli sono quasi sempre stati mezze intenzioni, ragazzi schiacciati dal peso [Pino Taglialatela], promesse spezzate [Fabio Quagliarella]. Tutto questo c’era – o pareva che ci fosse – ieri sera nel gol di Antonio Vargara con ruleta. Antonio Giordano sulla Gazzetta scrive: E chi l’ha detto che non si possa provare ad esser profeta in Patria? Una ruleta in faccia a Caicedo e Fofana e si è spalancato un mondo

Per Marco Ciriello sul Mattino adesso bisogna chiamarlo Toninho Vergara. Aveva ragione l’arbitro Mariani su Vergara: non è italiano. E si è visto in una sera triste e sfortunata per il Napoli: l’ha vinta João Pedro. Ma Toninho Vergara è apparso più brasiliano di João Pedro. Se a Torino era un corsaro – scrive – a Napoli è diventato un principe dei mari. Anche se è ancora una volta una consolazione, aver trovato un dribblomaniaco con un gran cuore che partita dopo partita, dribbling dopo dribbling si consolida iscrivendosi al campionato dei calciatori portatori di meraviglia. Uno che corre e si sperpera, che dribbla con audacia e sfrontatezza senza avere paura delle squadre che affronta. Un ragazzo risolto. Un sudamericano nei piedi e nella testa che dribbla senza preoccuparsi delle conseguenze e provandole tutte per segnare fino a riuscirci. Purtroppo non è bastato, il Napoli è scoppiato come il canotto cantato da Enzo Jannacci. Ma ha trovato un dribblomaniaco sudamericano nato a Frattaminore.


 

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Come Sinner ha cambiato il servizio e come il servizio sta cambiando Sinner

La gestione del servizio di Jannik Sinner sta diventando una dimostrazione di lucidità e un gancio per la sopravvivenza nei momenti di pressione. L’Equipe racconta il torneo di Jannik Sinner senza ver subito ancora un break, e come abbia difeso la sua battuta quando era davvero sotto attacco. Le scelte delle zone dove mandare la palla, le variazioni di rischio, la lettura dell’avversario, il sangue freddo sulle seconde palle. Quando il corpo aveva ceduto al caldo, Sinner ha costruito il torneo su una regola semplice: non concedere accesso mentale al game di risposta dell’altro. Le palle break salvate contro Shelton sono state poche, concentrate ma decisive, e diventano un laboratorio per comprendere come sta lavorando Sinner con il suo staff. 

Quando serve per un punto immediato, Sinner cerca l’incrocio delle righe con una prima profonda. Quando la prima non entra, non forza la seconda. Contro Shelton l’ha usata per spostarlo sulla sua zona debole, accettando uno scambio giocabile. Nei momenti di massima tensione, sceglie la soluzione che riduce l’incertezza, non quella più spettacolare. L’Equipe dice che la solidità di Sinner non nasce dalla forza bruta, ma dalla capacità crescente di decidere bene sotto pressione. 

Paolo Bertolucci sulla Gazzetta ha scritto: Non sappiamo se Jannik sia al top come condizione fisica, ma lui riesce in ogni caso a mascherare, a gestire da grande campione alcuni momenti nei quali sembra giocare leggermente in modo meno brillante. È ovvio che, nella riflessione, stiamo cercando il pelo nell’uovo analizzando la sua prestazione: questi match, piuttosto, sono diventati per il numero due al mondo quasi scontati, come per noi può essere un puntuale passaggio dal meccanico per fare il tagliando dell’auto.

Domani arriva l’undicesimo confronto con Djokovic. Bertolucci sottolinea: Per certi schemi di gioco e impostazioni, si vede chiaramente che Sinner ha avuto in Djokovic un punto di riferimento importante per il suo tennis, partendo dalla risposta al servizio che è un fiore all’occhiello di Nole. In questo fondamentale, Sinner ha una base assoluta nel proprio gioco. Anche se vediamo l’equilibrio nei giochi di rimbalzo, nei tentativi di smorzata e soprattutto nella tenuta mentale, Sinner potrebbe essere un Djokovic due, dal punto di vista tecnico. Con la differenza che Sinner probabilmente ha qualcosa in meno del serbo ma la velocità che imprime nello scambio è superiore a quella di Nole. In breve: Jannik riesce a giocare alla Djokovic con un ritmo, però, più alto.

  🗞️   Corriere della sera: “Il vento di Sinner soffia più forte” – Gaia Piccardi ha scritto che Jannik sperimenta una dieta senza glutine sperando sia d’aiuto contro i crampi che goni tanto vengono a visitarlo. 

  🗞️   La Stampa “Che dolore Musetti, ma il futuro è anche suo” – A proposito dell’infortunio che lo ha fatto fuori al terzo set del match con Djokovic, Stefano Semeraro ha scritto: Un caso, o forse no. Jella nera, o forse una tensione mentale che nei momenti decisivi si scarica sul fisico: occorrono esami e analisi approfondite. Sui social qualcuno lo ha accusato di arrendersi facilmente e in suo soccorso si è fatto sentire anche Holger Rune, ma sono critiche senza senso.

  🗞️   La Gazzetta dello sport: Dolore Musetti – Federica Cocchi racconta: Nel pomeriggio poi, è stato creato un “Musetti corner”, con un microfono a cui chi passava poteva lasciare un messaggio. Decine di persone, anche bambini hanno voluto dimostrare a Musetti la loro solidarietà, segno che è entrato nel cuore del pubblico ormai ovunque.

 

 

Serena Williams continua a dirci delle cose

Durante un’apparizione al programma Today, a Serena Williams è stato nuovamente chiesto se stesse pianificando un ritorno al tennis – dopo essere rientrata nel programma di controllo antidoping. Lei ha dato una serie di risposte vaghe. “Davvero? Oh mio Dio”, ha detto guardandosi intorno nello studio. Quando in certi posti ci sono persone che fanno il mestiere, non è che si arrendono. Allora le è stato chiesto se quel mio Dio significasse che la risposta fosse no, lei ha riso e ha detto: “Ora la gente ride. Mi sto solo divertendo e godendomi la vita”. È un sì o un no, ha chiesto la conduttrice di Today, Savannah Guthrie. “Non lo so, vedrò cosa succede” ha replicato Serena. Ma la signora Guthrie non si è mica arresa. L’ha buttata lì: “Non è un forse” ha detto. E così l’ha stanata. “Non è un forse” ha confermato Serena.


 

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La morte di Franco Menichelli

Tra le cose per le quali Franco Menichelli non era fiero di essere ricordato, c’erano i pantaloni corti. Così disse a Corrado Sannucci che poco più di una ventina d’anni fa andò a trovarlo e intervistarlo per Repubblica in occasione dell’anniversario numero cinquanta della mesaglia d’oro a Tokyo. «Ma la ginnastica dev’essere libertà. Non avevo mai sopportato quelli lunghi, con il cavallo basso e poi sempre a tirarsi su le bretelle». Menichelli è stato un rivoluzionario della ginnastica partendo dal Trionfale, il quartiere di Roma dov’era nato. Suo padre gestiva un bar. La ginnastica era stata un’alternativa alle partitelle di calcio in mezzo alla strada. Suo fratello Giampaolo sarebbe invece finito in Nazionale: ala sinistra. A 17 anni non ancora compiuti lo aveva chiamato l’Italia della ginnastica. «Venivamo da un periodo difficile. Dopo i Neri e i Guglielmetti non c’era stato ricambio. All’estero – raccontò sempre a Sannucci in quella intervista che fa da guida e da fonte a queste righe – la ginnastica era uno sport organizzato, da noi ancora uno sport da circolo. Eravamo chiusi, esclusi dal pensiero d’avanguardia del resto del mondo». 

Lo svizzero Gunthard era stato chiamato a fare il ct e aveva cresciuto un gruppo di ragazzi, i marchigiani come i fratelli Carminucci e i romani come Menichelli. 

«Ci insegnò come si costruisce un esercizio, a rispettare il codice internazionale. E poi a razionalizzare l’allenamento, i volumi di lavoro. Noi eravamo ancora fermi all’andiamo in palestra e vediamo che facciamo’..». La squadra si costruì una sua credibilità internazionale in tempo per i Giochi di Roma. «Eravamo convinti di avere raggiunto il livello degli altri, ma le medaglie comunque furono inaspettate. Contrariamente ad altre situazioni, la giuria non ci regalò nulla, anche perché il pubblico delle terme di Caracalla era tutto straniero. Mio padre mi diceva: – Stavo solo tra i tedeschi. Non sbagliammo un esercizio e alla fine ci ritrovammo terzi». Al corpo libero, raccontava, «feci un esercizio buono, che non aveva ancora l’originalità. Forse i miei salti erano con un’elevazione maggiore, ma davvero non avevo qualcosa in più. Le giurie non vollero aiutarci». 

Fu a Tokyo che apparve un ginnasta mai visto prima. «Era la mia idea di trasformazione tecnica, estetica, interpretativa. Cercavo di uscire dai canoni, e non per i pantaloni corti, ma per la composizione degli esercizi. I principi erano: non stare mai fermo, toccare il suolo il meno possibile, essere sempre in volo, trasmettere leggerezza, esprimere libertà». Una caduta al volteggio gli tolse una medaglia nel concorso generale. Vinse l’oro invece al corpo libero e il bronzo nelle parallele. «Feci il miglior esercizio della mia vita. E anche negli altri attrezzi ero anticonformista: lì entravo di traverso, un approccio molto difficile che nessuno ha mai valutato bene». Agli anelli fu argento. «Successe che ancora una volta doveva vincere un giapponese, solo che Endo, oro nel concorso generale, aveva sbagliato e allora mandarono avanti Haytta. Anche lì c’era una rivoluzione da fare, quella del lavoro a braccia tese. C’era solo un accenno, ma non era stato ancora pienamente pensato. Noi non avevamo dietro gli scienziati come Unione Sovietica e Giappone. Solo la palestra e i nostri pensieri. Da loro i biomeccanici studiavano i movimenti a tavolino e offrivano poi agli atleti le metodologie». Si ruppe un tendine d’Achille durante gli obbligatori ai Giochi di Città del Messico quattro anni più tardi.

Marco Bonarrigo sul Corriere della sera lo ricorda come il professore di educazione fisica all’istituto tecnico per l’aeronautica alla periferia sud di Roma, il prof che ci aiutava a fare i salti mortali, ci portava a correre, raccoglieva i soldi per attrezzare la palestra e organizzare pizzate serali per fare gruppo, senza mai tirarselacome ha scritto un suo ex studente sulla pagina facebook della scuola. 

Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta ricorda: La Seconda Guerra Mondiale è terminata da poco. La gente ha voglia di divertirsi anche con poco. Franco ha 6 anni e a Bolsena, sul Lago, dove nei mesi estivi si trasferisce dagli zii lasciando la Capitale, fa amicizia coi figli degli acrobati. Da loro, affascinato dai corpi in movimento, impara per gioco a fare le capriole, le verticali, le ribaltate e i Flic Flac. Dimostra subito numeri speciali. Lo invitano a lavorare con loro. Ma il padre, che gestisce un bar a Piazzale della Radio, a Portuense, glielo vieta.

Giulia Zonca su La Stampa aggiunge: Meno male, voleva aggrapparsi a un trapezio e invece si appende agli anelli. Troppo mingherlino per amarli, così innovativo da capirli. Così se ne va con lui – scrive Zonca – l’eleganza dell’alternativa a tutto ciò che sembra inevitabile.

     

◇  Il Viminale ha vietato le trasferte agli ultrà di Lazio e Napoli per gli scontri in autogrill a Ceprano, dopo averle vietate agli ultrà di Fiorentina e Roma per altri scontri in autostrada della settimana scorsa. Certo, qualcosa andava fatta. Ma visto che si scontrano in autostrada, forse era più opportuno ritirare il Telepass.  

◇   La Sir Perugia ha battuto Las Palmas in Champions e ha raggiunto la decima qualificazione europea con una giornata d’anticipo, difendendo un rendimento italiano quasi perfetto in stagione: 10 vittorie su 11. Per gli spagnoli 17 punti di Juantorena al 68%.

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Gli sport che annullano la distanza fra uomo e donna

La disuguaglianza tra uomini e donne nello sport non è una legge naturale uniforme, ma una costruzione che cambia radicalmente a seconda di durata, contesto e criteri con cui definiamo la performance Tutto il resto — ormoni, esempi, studi, testimonianze — serve a sostenere questa tesi unica. È la tesi di Azais Perronin esposta in un pezzo per l’Equipe, dove non si afferma certo che le donne supereranno gli uomini in senso assoluto, né si ribalta qualche gerarchia scolpita dai cronometri. Ma dice qualcosa di più profondo: stiamo usando da sempre un metro maschile per misurare tutto, e quel metro smette di funzionare non appena la prestazione esce dai territori della forza esplosiva e della velocità pura.

Quando lo sforzo si allunga, quando conta la gestione dell’energia, la resistenza alla fatica, la tolleranza al dolore, la precisione sotto stress, allora il vantaggio maschile si riduce, a volte scompare, in rari casi si inverte. Non per magia, ma per una fisiologia diversa, una storia diversa, degli adattamenti diversi. 

La nozione stessa di prestazione sportiva – scrive Perronin – varia a seconda dello specchio che le poniamo davanti. Gli spettatori sono condizionati da un riferimento maschile, ma non bisogna aspettarsi lo stesso spettacolo. In altri parametri – tattica, resistenza, gestione dello sforzo – le donne possono raggiungere livelli straordinari

Le donne sono entrate tardi nello sport competitivo e il gap resta enorme dove contano massa e potenza, ma si assottiglia dove contano economia, endurance, tecnica, mentre diventa fragile quando entrano in gioco fattori mentali. 

Courtney Dauwalter è una donna che può vincere nelle gare ultra, dove la durata estrema riduce il vantaggio maschile e valorizza. L’esempio chiave è Katie Ledecky, sui 1500 metri batte quasi tutti gli uomini del suo Paese, mentre sulle distanze brevi il divario resta enorme. Le spedizioni di Stéphanie Gicquel nell’Antartide mostrano un vantaggio femminile nella resistenza al freddo e negli sforzi lunghissimi, grazie anche alla massa grassa e alla gestione dei lipidi. L’esempio più radicale viene dall’arrampicata su roccia, dove contano tecnica, economia del gesto e resistenza alla fatica, e dove atlete come Janja Garnbret possono competere in termini assoluti con i migliori uomini.
Non è il corpo femminile che deve raggiungere quello maschile, dice L’Equipe, ma è lo sguardo sullo sport che deve smettere di essere monodimensionale.

 

 

La Champions Cup femminile non ce la possiamo permettere

La Fifa Women’s Champions Cup appena cominciata nasce con l’ambizione di essere globale, ma è strutturata in modo tale da non essere equa, e questo squilibrio rischia di minarne credibilità, integrità sportiva e senso stesso. Creare una competizione mondiale femminile per club – e con un montepremi mai visto prima – è un segno sullo stato di salute del movimento. Eppure, il modo in cui è stata messa in piedi racconta una contraddizione evidente. Tutto si gioca a Londra, le partite decisive all’Emirates, e l’Arsenal si ritrova non solo a giocare in casa, ma a farlo dentro la propria quotidianità: sugli stessi campi, nelle stesse strutture di recupero, senza nessun adattamento logistico. Le altre calciatrici arrivano invece da continenti diversi e devono costruirsi, a proprie spese, le condizioni minime per competere. 

È l’obiezione al torneo sollevata da Suzanne Wrach sul Guardian, mostrando come lo squilibrio non sia solo geografico, ma temporale. Arsenal e AS Far sono nel pieno della stagione. Gotham e Corinthians arrivano da settimane o mesi di stop. Questo ha obbligato alcune squadre a forzare la preparazione, con conseguenze concrete: Gotham, per esempio, è stata costretta a organizzare un ritiro di tre settimane in Europa, negoziando persino con il sindacato delle giocatrici perché il richiamo anticipato viola il contratto collettivo che garantisce il riposo. Una soluzione che ha protetto il torneo, ma rischia di aver danneggiato la stagione successiva.

Wrack insiste sul fatto che nel calcio femminile le disparità pesano di più. Nei tornei maschili, i club hanno margini economici per assorbire costi extra, colmare lacune logistiche, compensare squilibri. Qui no. Il fatto che la FIFA copra solo pochi giorni di preparazione significa che partecipare può diventare un rischio economico. Per Gotham, secondo quanto emerge dalla lettura del Guardian, il bilancio è sostenibile solo in caso di vittoria finale. Non può partecipare per crescere, ma deve vincere per non perdere soldi.

In questo contesto, il vantaggio dell’Arsenal non è solo morale, ma addirittura strutturale. Non perché il club faccia qualcosa di scorretto, ma perché la competizione è stata pensata senza neutralizzare le condizioni di partenza. Se una competizione globale non offre un terreno comune, sottolinea Wrack, finisce per riflettere le disuguaglianze che dovrebbe superare. La crescita del calcio femminile, scrive l’editorialista del Guardian, non può limitarsi ai numeri, ai premi e alla visibilità. Deve badare alle condizioni. Altrimenti il rischio è che eventi come la Women’s Champions Cup diventino vetrine prestigiose ma sbilanciate, dove il risultato sportivo è condizionato da chi può permettersi di esserci.

Del tema si occupa pure Kathryn Batte sul Telegraph, e negli stessi termini: la FIFA sta cercando di accelerare la crescita del calcio femminile attraverso un evento che arriva troppo presto e nel modo sbagliato. Gli spalti semivuoti a Brentford smontano l’etichetta con cui la FIFA ha lanciato la Champions Cup. Il contesto – dice il Telegraph – non è pronto. Batte spiega che la Champions Cup è nata come soluzione tampone, un riempitivo verso il vero obiettivo: il Mondiale per club femminile del 2028. Questa origine provvisoria pesa sul calendario, sull’organizzazione, sulla comunicazione. Le sedi sono state annunciate tardi, i club e i tifosi sono stati lasciati senza tempo per programmare, le squadre sono state costrette ad adattarsi a decisioni prese all’ultimo momento. Senza una pianificazione che tenga conto delle diverse leghe – scrive il giornale inglese – il rischio è di creare eventi che pesano più di quanto aiutino. 

Perché i Mondiali in USA meriterebbero il boicottaggio

I Mondiali di calcio negli Stati Uniti a distanza di 22 anni dall’altra volta avrebbe dovuto rappresentare una consacrazione sportiva e civile di un lungo percorso di crescita del calcio nel Paese. Una prospettiva che aveva coinvolto tifosi, amministrazioni, osservatori e anche chi racconta il gioco per mestiere. Ora viene rimessa in discussione non da un dettaglio organizzativo, ma dalla frattura più profonda che viene dalla politica e del contesto internazionale. 

È il parere di Alexander Abnos in un lungo editoriale per il Guardian. Togliere agli Stati Uniti il ruolo di co-organizzatori dei Mondiali sarebbe doloroso per tutti: per i tifosi, per le città, per l’economia, per la politica internazionale dello sport. Sarebbe un disastro logistico senza precedenti. Sarebbe triste, profondamente triste. E tuttavia sarebbe giustificato. Perché un Paese in cui la sicurezza è minacciata da violenza federale nelle strade non può pretendere di ospitare l’evento più esposto e simbolico del calcio mondiale.

Probabilmente lo stesso Abnos sa che non accadrà mai. Tuttavia non scrive da osservatore esterno, riconosce il proprio coinvolgimento emotivo e professionale. Quel torneo potrebbe amplicare il pubblico, rafforzare una cultura sportiva ancora giovane, aprire una stagione nuova. Ma è proprio questo investimento personale a rendere più netto il suo ripensamento, che nasce dal contrasto tra ciò che il torneo prometteva e ciò che il presente mostra.

“Il Mondiale 2026 doveva essere il punto d’arrivo di un lungo percorso: mostrare quanto il calcio fosse cresciuto negli Stati Uniti e, insieme, quanto gli Stati Uniti fossero cambiati grazie al calcio. Anch’io ho creduto a questa narrazione, forse con ingenuità. Pensavo che il torneo avrebbe creato nuovi tifosi, nuove comunità, una relazione più matura tra il Paese e il mondo. Oggi mi chiedo quale prezzo si stia pagando per questa speranza.

È una questione di legittimità, scrive Abnos, non solo sull’opportunità morale di ospitare un grande evento, ma sulla fiducia minima richiesta a chi dovrebbe garantirne lo svolgimento. “Due persone innocenti sono state uccise da agenti federali a Minneapolis in poche settimane. Le immagini esistono, sono pubbliche, analizzate fotogramma per fotogramma. Eppure il potere chiede di credere a una versione opposta ai fatti. Se chi governa è disposto a negare la realtà con tale disinvoltura, perché dovremmo fidarci che sappia garantire sicurezza, giustizia e libertà durante una Coppa del Mondo?

Abnos richiama allora le contraddizioni della FIFA, l’idea ricorrente che il calcio possa attraversare qualunque regime senza esserne toccato e la possibilità – finora solo molto teorica – che una riassegnazione diventi necessaria. Non come gesto punitivo, ma come conseguenza logica dei fatti. Non è che il calcio debba salvare il mondo, ma Abnos dice che non può fingere di non vederlo quando il mondo entra dentro il gioco.

Nel totale silenzio italiano che comincia ormai ad avvolgere troppe cose, il tema è molto discusso sulla stampa inglese. Martin Samuel sul Times mette per esempio a nudo lo scarto che esiste tra il linguaggio morale adottato dal calcio istituzionale e il modo in cui esso agisce quando i valori reclamati chiederebbero conseguenze reali. Il punto di partenza è la tentazione coltivata da Gianni Infantino di presentarsi come una figura globale, capace di parlare di pace, leadership e responsabilità, senza però accettarne il peso.

Il problema dei premi per la pace – scrive Samuel – è che quando inizi a distribuirli la gente pensa che tu sia davvero impegnato in questioni enormi. E allora si aspetta prese di posizione, parole chiare, azioni. È il buco in cui Gianni Infantino si è infilato da solo: voleva sembrare un vero presidente, ora scopre che non basta frequentare i potenti.

Un equivoco, dunque. Chi ascolta le dichiarazioni ufficiali finisce per attribuire alla FIFA una densità etica che non trova riscontro nei comportamenti. La vicenda iraniana è diventata uno dei banchi di prova più crudeli, perché chi chiede una presa di posizione e una parola non è un attivista esterno, ma Ali Karimi, un ex calciatore che parla a nome di vittime precise, nominate una per una.

Ha chiesto a Infantino di intervenire sulle repressioni e sulle uccisioni in Iran, firmando una lettera che parlava apertamente di crimini contro l’umanità. Il bilancio è di migliaia di morti, alcuni legati al calcio. Dalla FIFA, però, solo silenzio. Karimi pensava che il calcio avesse dei principi. Il suo errore è stato crederci.

Samuel allarga poi lo sguardo, mostrando come l’idea del boicottaggio ritorni ciclicamente nel dibattito pubblico, senza mai trasformarsi in una possibilità concreta. La memoria recente — i Mondiali in Russia e in Qatar — dimostra che quando il costo sportivo diventa tangibile ogni slancio ideale si ritira.

Se ne parla come se fossero davvero possibili. Ma la storia recente dice altro: non si fece fece con la Russia, non si fece con il Qatar, non si farà ora. È difficile immaginare che le federazioni rinuncino a un Mondiale per una questione di principio.

Nel calcio contemporaneo – è la chiusura disincantata dell’editorialista del Times – le proclamazioni valgono finché non interferiscono con interessi, calendari e carriere. E proprio per questo, suggerisce Samuel, il problema non è chi invoca coerenza, ma chi continua a fingere che bastino un premio, una frase o una cerimonia per esercitarla.

 

La presa di posizione dello sport su Minneapolis

La violenza esercitata negli USA dalla DHS e dalla ICE non è una anomalia, ma l’espressione esplicita di un sistema repressivo che sta entrando in una fase apertamente autoritaria — e il fatto che atleti lo denuncino rende questa realtà impossibile da confinare ai margini. Lo sostengono sul Guardian Nathan Kalman-Lamb e Derek Silva, rispettivamente docente di sociologia alla università di New Brunswick e di criminologia alla King’s University College at Western University. Hanno scritto insieme il saggio The End of College Football: On the Human Cost of an All-American Game e insieme conducono il podcast The End of Sport

Sean Doolittle, giocatore di baseball, ha detto: “Quello che stiamo vedendo nelle nostre città sembra la naturale evoluzione della militarizzazione delle nostre forze di polizia”. Sul Guardian, i due docenti scrivono che la presa di parola degli atleti e delle atlete americane in queste ore non è attivismo morale o un gesto simbolico, ma la rottura di un silenzio protettivo. Chi vive nelle città colpite vede carri armati, agenti mascherati, arresti, sparizioni. Non stanno parlando da sportivi, parlano da cittadini e da vicini di casa. La risposta possibile, scrivono i due docenti sul Guardian, non è l’indignazione isolata ma un’organizzazione comunitaria. L’unico argine reale è la solidarietà quotidiana, dal documentare gli arresti a fare la spesa per chi ha paura di uscire. Anche Victor Wembanyama si è unito alle stelle dello sport che stanno uscendo allo scoperto in queste ore, e lo ha fatto premettendo di essere uno straniero, per giunta un francese, ma dicendosi preoccupato per quanto vede. 

 

Gli All-Black si stanno svendendo?

Fino a che punto si può trasformare una squadra nazionale in un marchio globale senza comprometterne la sostanza sportiva, culturale e identitaria? Detta in modo ancora più netto: l’ossessione commerciale rischia di rendere gli All Blacks meno All Blacks? 

Se lo chiede Karim Ben-Ismail su L’Equipe non discutendo semplicemente e solo dell’esonero di Scott Robertson, ma usando quel passaggio come sintomo per interrogarsi sulla frattura crescente intorno alla squadra, le logiche di mercato da una parte [l’espansione negli Stati Uniti, grandi partite all’estero, storytelling social, investitori come Silver Lake] e la cura per le prestazioni dall’altra [preparazione, recupero, legame con il pubblico di casa]. 

Il 60% di partite sotto Robertson sono state giocate all’estero con viaggi logoranti per i giocatori. La quadrilogia con il Sudafrica che culmina a Baltimore è stata pensata come un prodotto [“Rugby’s Greatest Rivalry”] più che per una esigenza sportiva. Il sogno dichiarato di avere due o tre milioni di fan americani, a fronte di un paese con cinque milioni di abitanti che vede la propria squadra allontanarsi, fa pensare a una perdita di identità.

Il pezzo non è nostalgico. La domanda non è se il marketing sia legittimo – chiaramente lo è – ma chi comanda davvero, se la squadra nazionale o la sua monetizzazione. Il prossimo ct dovrà vincere, innovare, proteggere una tradizione e gestire una contraddizione quasi insolubile. Può una nazionale sopravvivere quando viene trattata come un franchise globale?

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