
Il 24 gennaio nel 1966 è un lunedì, e il governo di Aldo Moro si è dimesso da due giorni. È caduto in Parlamento con il voto sulla legge per l’istituzione della scuola materna pubblica. Aveva messo la fiducia ed è stato sgambettato da 52 franchi tiratori dentro la Dc. Le sue lotte interne hanno condotto i partiti del centro-sinistra di nuovo al Quirinale di fronte al presidente Saragat e i giornali del mattino riferiscono che il leader di governo indicato è di nuovo Aldo Moro. Certe manovre sono sempre uguali. I comunisti propongono una diversa maggioranza, i missini chiedono che si torni alle urne.
Torna invece all’aeroporto di Fiumicino il signor Domenico Ricci, il camionista napoletano vincitore dei 150 milioni della lotteria di Capodanno. Ha deciso di lasciare il lavoro e di aprire un negozio di autoricambi insieme con i suoi futuri generi. Pare che sull’insegna voglia scrivere Domenico ‘o milionario – o così ai giornali piace raccontare, chi lo sa, chi lo può sapere. Oh, il signor Domenico va a Fiumicino perché vuole salutare “gli amici dello scalo merci che lo hanno conosciuto quando, ogni settimana, veniva all’aeroporto romano come camionista. Prima di chiudere questa parentesi della sua vita, ha voluto congedarsi dai compagni di lavoro e salutare la cassiera del bar dell’aeroporto, dalla quale ha acquistato il biglietto vincente”. Sul Corriere della sera c’è anche la foto.
È andato invece a Cuba Alberto Moravia, alla scoperta di una forma di governo a cui guarda tutta l’America latina. Nel suo reportage-saggio, Moravia usa un incontro casuale all’Avana per ragionare sul significato politico e culturale della rivoluzione cubana e sul perché Cuba sia percepita nel 1966 come un modello tanto temuto quanto discusso.
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Moravia non racconta la rivoluzione come un fatto epico. È quasi una faccenda teorica. Attraverso il dialogo con Isidore, un giovane rivoluzionario occidentale, mette a confronto due epoche, quella dell’intellettuale-guerrigliero alla André Malraux e quella contemporanea dell’intellettuale formato da marxismo, esistenzialismo e strutturalismo. La rivoluzione non è più solo azione, ma riflessione su sé stessa.
Moravia spiega perché Cuba non è un problema militare ma simbolico. Gli Stati Uniti possono convivere con l’URSS perché la rivoluzione sovietica non è imitabile in America Latina, ma non possono convivere con Cuba perché la rivoluzione cubana sembra replicabile. Il modello cubano è stato frainteso ed è fallito altrove, dice Moravia, perché mancavano le condizioni sociali specifiche che hanno reso possibile il successo di Castro.
La vera forza di Fidel, sostiene Moravia, non sta nel carisma né nella tecnica rivoluzionaria. “Castro, durante questi due anni, ha fatto l’innesto, sempre delicato e sempre rischioso, della cultura scientifica sull’albero della cultura umanistica e castigliana. In altre parole Castro, anche in questo fedele alla tradizione spagnola, è insieme un intellettuale e un soldato. Questo è l’aspetto personalistico della rivoluzione cubana che agli occhi dei sudamericani fa di Cuba un modello. Questo, non già il fatto che Fidel Castro sia una personalità pittoresca e fascinosa”.
Cuba secondo Moravia si propone come laboratorio del mondo moderno, un luogo in cui si scontrano geopolitica, ideologia e cultura, dove la rivoluzione è potere ma trasformazione intellettuale del potere stesso. “Per un Fidel Castro figlio di borghesi e colto, quanti figli del popolo o militari, incolti, quanti Perón, quanti Trujillo, quanti Batista. Purtroppo la cultura è come il coraggio: se uno non la riceve dalla nascita è difficile che possa darsela più tardi”.
