
Certe volte è meglio una medaglia d’argento che una d’oro
Andrea Fuentes, ve la ricorderete, è la donna che durante i Mondiali del 2022 di nuoto artistico dalla tribuna intuì che Anita Alvarez stava annegando e si lanciò per salvarla. Si aprì un memorabile dibattito sulla ferocia nascosta di questo sport [se ne parlava qui] nel quale la Spagna è diventata una potenza un passetto alla volta.
Ora che a Fuentes è stato dedicato un documentario, El Pais è andato a parlarle per capire con quali principi sta guidando il settore.
Fuentes dice di aver costruito una squadra nella quale si cercano la complicità e l’assenza della paura. Spiega che esistono due strade per ottenere i risultati, quella del timore e quella dell’ispirazione, e lei ha scelto la seconda, perché non accetta l’idea di vincere «lasciando cadaveri per strada».
Il documentario ripercorre la sua storia di atleta d’élite, culminata con quattro medaglie olimpiche prima del ritiro nel 2013, e il ruolo decisivo di Anna Tarrés, che la convinse a non smettere dopo una grande delusione. Ma il racconto non evita il dolore: Fuentes parla di un’infanzia difficile, di abusi subiti, della morte del padre e della sorella.
Racconta di aver scelto di dare un senso a quelle esperienze, trasformandole in uno strumento per aiutare gli altri. È stata decisiva la sua crescita come allenatrice negli Stati Uniti, dove ha imparato che concentrarsi sugli aspetti positivi costruisce autostima e risultati. Il ritorno in Spagna è culminato nel Mondiale straordinario dell’estate scorsa a Singapore, con nove medaglie di cui tre d’oro. Nonostante i successi, Fuentes mantiene uno sguardo critico su sé stessa e definisce il percorso fatto come una locura creativa, lontana dalla mediocrità, eppure rifiuta la retorica del sacrificio, casomai parla di sforzo intelligente, ricordando che l’alta prestazione è dura ma anche un privilegio.
Fuentes spiega che il nuoto artistico di oggi è più estremo, fisicamente e tecnicamente, ma anche più sincero. Difende un’idea di leadership che sia basata sulla trasparenza e sull’empowerment, e vede in Dennis González un simbolo di libertà e di cambiamento: non li chiamiamo neanche più sincronetti. Quando pensa a Los Angeles 2028, certo che pensa agli ori in ballo, ci si allena ogni giorno per crescere, per migliorare, ma pone un limite chiaro: il successo non può valere più della salute delle persone. «Se deve essere un argento senza mandare nessuno in terapia, lo preferisco».
È un intervento che arriva a ridosso del dibattito acceso qualche giorno fa dall’ipotesi che un giorno Carlos Alcaraz e Jannik Sinner possano giocare un doppio insieme. C’è chi l’ha accolta come un’occasione per vivere un’esperienza nuova, chi l’ha giudicata una forma di collaborazione contronatura, uno schiaffo all’idea che l’agonismo sia competizione. Certo che lo è. Ma competizione e agonismo non sono sinonimi di tossicità e di disagio. È sparita dalla scena l’idea che gareggiare significa prima di tutto misurarsi. Con sé stessi e con un avversario, ma anche facendo tutto alla perfezione dall’altra parte ci può essere qualcuno che l’ha fatto meglio. Esiste ancora una sacca di resistenza all’idea che il benessere mentale venga prima, esiste ancora una cultura che glorifica l’esaurimento di sé e il dolore come uniche vie per il successo.
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È un tema arrivato sulla scena con prepotenza da Parigi 2024. Su Slalom ne siamo appassionati da tempo. Se ne parlava qui e qui – soprattutto in relazione a una nuova maniera di intendere l’agonismo da parte della Generazione Z. Il calcio è il posto dove si fa più fatica a leggere e convivere con questo cambiamento, ma bei segnali arrivano dagli allenatori più giovani come Daniele De Rossi a Genova, Cristian Chivu all’Inter [se ne parlava qui] e soprattutto – una scoperta – Fabio Pisacane a Cagliari. Una scoperta perché nell’intervista di ieri alla Gazzetta ha detto: «Ho fatto un corso sulla generazione Z, quelli nati dal 1995 ai primi 2010. Voglio conoscere il loro universo perché voglio sapere quali tasti toccare. Vivono di applausi e di pochi rimproveri. La nostra generazione era quella del “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”, la generazione Z dice “quando il gioco si fa duro, non dovresti essere qua”».
È un peccato che questa sua frase non sia stata valorizzata. Meriterebbe l’apertura di un dibattito. È una consapevolezza che può produrre grandi cose, a breve, a medio, a lungo termine. Può portare nel calcio più compostezza, più misura, più verità. Può perfino riportare al calcio un mucchio di ventenni che se ne sono allontanati, più attratti dai Sinner e dai Paltrinieri, i Furlani e le Paolini, le Pilato e le Battocletti – ragazze e ragazzi che non solo non si fanno venire la vena alla gola, ma perfino sorridono. E addirittura – pensa un po’ – vincono lo stesso.