L’arresto in contumacia di Kasparov, la seconda vita politica del signore degli scacchi

 

Quando Garry Kasparov annunciò il ritiro dagli scacchi nel 2005, dopo vent’anni di dominio assoluto, la reazione fu di smarrimento. Abbandonare la scacchiera nel pieno della lucidità sembrava un controsenso. In Winter Is Coming, lui stesso racconta che la scelta non aveva nulla di improvviso, aveva già ottenuto tutto ciò che poteva desiderare davanti a cavalli, alfieri e torri. Cercava un altro tipo di risultato. “Voleva che i suoi figli crescessero in una Russia libera, voleva usare fama ed energia per opporsi a una marea repressiva che saliva dal Cremlino”.

Cosi scriveva Gabriele Schoenfeld sul Wall Street Journal dieci anni fa, ricostruendo la seconda vita di Kasparov, non l’oligarca campione che si gode il bottino, ma l’attivista che entra in politica, organizza coalizioni, guida manifestazioni, arriva persino a candidarsi alla presidenza nel 2007. Ha pagato con pestaggi, arresti, una cella a Mosca, infine l’esilio. Sacrifici che lui stesso ha ridimensionato rispetto a quelli subiti da molti connazionali, ma che sono diventati una chiave per leggere il suo libro come qualcosa di più di un memoriale personale, pagine che restano attuali dopo la sentenza di custodia cautelare emessa dal tribunale Zamoskvoretsky di Mosca, della durata di due mesi, in contumacia. Entrerà in vigore solo dalla data dell’arresto o dell’estradizione in Russia.

Kasparov, scriveva il WSJ, usa la propria storia per spiegare la deriva autoritaria russa dall’interno. L’errore originario, secondo lui, sta negli anni immediatamente successivi al crollo dell’Urss, quando non si tenne “nessun processo, nessuna commissione sulla verità”. Dopo decenni di repressione, “si scelse di voltare pagina senza fare i conti con il passato”, lasciando intatto l’apparato di sicurezza. Vladimir Putin, ex KGB fino all’ultimo giorno del sistema sovietico, è stato il prodotto di quella continuità.

Il bersaglio non è solo Mosca. Kasparov riservava nel suo libro parole durissime anche all’Occidente. All’Europa per interessi. Agli Stati Uniti per ingenuità, da George W. Bush che guarda Putin negli occhi e dice di averne scorto l’anima, a Joe Biden che lo ammonisce a non ricandidarsi perché farebbe una brutta figura. Episodi che Kasparov definì deludenti, figli di speranze illusorie. Di Hillary Clinton e John Kerry disse che trattavano il leader russo come se bastasse la gentilezza per redimerlo. “Nutrire il coccodrillo – ha scritto Kasparov – non lo rende mansueto. Senza la difesa dei principi liberali, l’inverno non può che diventare più lungo e più buio”.

Lo stesso Kasparov interviene di persona da tempo su Wall Street Journal e stamattina La Stampa lo definisce “Cassandra dei consigli inascoltati”.

Anna Zafesova lo ricorda “figlio di due ingegneri di Baku, che l’hanno chiamato Garry in onore del presidente americano Harry Truman, a 12 anni sua madre gli fece cambiare cognome: nella gerarchia non scritta del razzismo comunista, quello ebraico del padre, Weinstein, poteva ostacolare la sua carriera negli scacchi più di quello – comunque scomodo – della madre, che aveva già russificato il suo nome armeno, Kasparian, in Kasparov. Meno di dieci anni dopo, l’ascesa vertiginosa del giovane campione annunciò anche l’avvento della perestroika. Il suo primo match per la corona del campione del mondo, nel 1984, lo vide come sfidante contro Anatoly Karpov, il modello del sovietico perfetto, adorato da Leonid Brezhnev e ricoperto da tutti i privilegi che il regime comunista poteva offrire. All’epoca, esprimere le proprie idee politiche in pubblico era impossibile, ma già l’età, la biografia e perfino il look – capelli biondi perfettamente lisci per Karpov e una massa arruffata nero corvino per Kasparov, scandalosamente giovane in un Paese di gerontocrati – avevano reso la sfida tra l’uomo del sistema e il giovane ribelle un momento simbolico, che aveva incollato agli schermi perfino quelli che non sapevano distinguere un cavallo da una torre”. 

Fu pareggio. Kasparov chiese una nuova occasione e pochi mesi dopo conquistò il titolo, al Cremlino era entrato Gorbaciov. “Lo stile aggressivo che aveva reso celebre il gioco di Kasparov – scrive Zafesova – si rispecchia perfettamente nella sua parabola politica. Anticomunista fervente, fu costretto a iscriversi al partito per poter viaggiare per tornei nell’Occidente capitalista. Già nel 1990 aveva strappato la tessera, per lanciarsi nella fondazione di partiti e movimenti, con i quali poi rompeva clamorosamente. È sceso in piazza con alleati diametralmente opposti, dalla Memorial antistalinista ai nazional-bolscevichi di Eduard Limonov. Ha litigato immancabilmente con tutti, per ultimo, solo due settimane fa, con Vladimir Kara-Murza, a una cena parigina di oppositori che ha scosso come una tempesta il bicchiere dell’emigrazione russa. … È stato lui a coniare il neologismo infelice dei “russi buoni”, che l’Europa dovrebbe accogliere e aiutare”. 

Mikhail Tal diceva che i sacrifici negli scacchi non sono solo tattica, ma una sfida alla logica prestabilita. Viktor Korčnoj, il dissidente per eccellenza, mostrò che la suprema sfida alla logica era la fuga. Kasparov predica che il potere assoluto del Re è un’illusione. Regge finché i pedoni accettano il loro sacrificio. L’unica mossa che il potere non sa calcolare è il rifiuto dei pedoni a essere vittime. Alla fine di una partita, pedoni e re finiscono tutti dentro la stessa scatola.

 

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