#2 giorni alla finale di Supercoppa
► IL BOLOGNA ha battuto l’Inter ai rigori a Riad e giocherà lunedì la prima finale di Supercoppa della sua storia contro il Napoli.
◇ La doppietta col basket invece è saltata. La Virtus è stata battuta a Belgrado dalla Stella Rossa dopo aver vinto due giorni fa sul campo del Partizan.
◇ Giovanni Franzoni si è piazzato al terzo posto nel Super-G in Val Gardena e ha dedicato il suo podio a Matteo Franzoso, morto per le conseguenze di una caduta in Cile in allenamento a settembre. I due erano compagni di stanza nelle trasferte.
◇ Anthony Joshua ha tenuto in piedi per 6 round il match farsesco con lo youtuber Jake Paul e poi lo ha messo ko perché evidentemente aveva altro da fare. L’incasso stimato per Netflix è stato di 184 milioni di dollari. L’agenzia AGI parla di match “completamente fasullo. L’ex burlone di internet, ora pugile professionista e promoter si è aggrappato al suo avversario e ha trascorso molto tempo a terra, non per i colpi ricevuti, ma per il continuo lanciarsi alle gambe del britannico per evitare i suoi potenti pugni”.
Siamo tutti immersi nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle
Oscar Wilde
Meno fango e più luce: la scelta di Fem van Empel
Fem van Empel ha ventitré anni e un percorso che di solito appartiene alle biografie compiute. Tre Mondiali, tre Europei, quaranta vittorie in Coppa del mondo, montagne di fango passate sotto le ruote della sua bici. Ha vissuto un’ascesa verticale. Quelli bravi dicono: da predestinata. Anche se i predestinati non fanno meno fatica di chi se la deve sudare da zero. Comunque. Nove mesi fa sentì il peso indicibile della noia. Si prese una pausa per tornare a respirare. Disse che voleva dedicarsi al suo hobby. Fare torte.
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I due van avversari nel fango di Anversa
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I due van maschietti del ciclocross si sfidano invece oggi per la prima volta in stagione sulla sabbia dello Scheldecross di Anversa. Mathieu van der Poel contro Wout van Aert, ovviamente. Il campione del mondo in carica contro il belga paperino di sempre, per il quale a Slalom ci si commuove e batte il cuore [con profonda ammirazione contemporanea per il nipote di Poulidor]. Van der Poel parte favorito. Ha già vinto la settimana scorsa a Namur. Ma senza dominare come di solito gli succede. Van Aert corre in casa, e speriamo che la gente non esageri. Pare sia in forma Thibau Nys.
ore 15.30 su Eurosport e Rai Sport
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Il primo duello nel fango di un anno fa
Alessandra Giardini su Bicisport diceva che “ci ostiniamo a chiamarlo duello ma in realtà da molto tempo non lo è più”. Ha le prove. Sono schiaccianti. Van der Poel nel ciclocross ha vinto più del doppio di van Aert. Tutto qui
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Dai campi
La finale di Supercoppa che ci sarebbe stata pure nel 1988
Hanno vinto i lealisti. Come accadde nella primavera scorsa in Champions, quando arrivarono in finale due squadre [PSG e Inter] che ci sarebbero state anche gli anni Ottanta con la vecchia formula, due squadre che avevano vinto lo scudetto. Hanno vinto i lealisti pure nella nuova Supercoppa in formato extra-large, con le wild card alle milanesi perché i sauditi vogliono vedere i brand, Napoli e Bologna erano troppo poco.
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L’archeologia di Juventus vs Roma
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gennaio 1928 La prima volta a Torino
Accompagnata da William Garbutt in panchina, la Roma gioca per la prima volta in casa della Juventus, perde prendendo tre gol, ma a distanza di quasi cent’anni si ricorda soprattutto che la squadra veniva chiamata al maschile. Così scrive La Stampa: “Partita piana, regolare e priva di incidenti. Partita essenzialmente sprovvista di quelle violenze e di quelle interruzioni dovute al nervosismo dei giuocatori che così spesso infiorano le gare del giorno d’oggi. Partita quindi esemplare dal punto di vista della correttezza. In tutti i novanta minuti di giuoco, forse un solo fallo attribuibile in certo qual modo alla volontarietà dei giuocatori si ebbe a vedere: ed ancora un fallo di lievissima entità che non interruppe il giuoco che per brevissimi istanti. L’attesa per vedere all’opera il Roma era viva a Torino. Così un pubblico numeroso era convenuto sul campo della Juventus malgrado che il tempo fosse tutt’altro che favorevole per manifestazioni all’aperto. E l’incontro fu bello, veloce ed interessante, pur senza raggiungere in nessun momento carattere emotivo”.
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I dilettanti della Vandea contro il PSG: storia della famiglia Renou
Neppure Matveï Safonov ricorda come si è rotto la mano, ma la certezza è che contro il Flamengo ha parato almeno due rigori su quattro con una frattura. Così, nel momento in cui stava per sfilare la maglia da titolare a Lucas Chevalier deve fermarsi. Tutto da rifare. La partita di Coppa di Francia di oggi contro il Fontenay-le-Comte di Quinta Divisione diventa l’occasione per dare una chance – forse – a Renato Marin, 19 anni, fin qui terzo nelle gerarchie. Safonov si era imposto con personalità. Luis Enrique parla di un gesto imprevisto sul terzo rigore [«ha fatto un movimento strano»] e attribuisce l’incidente a una miscela di adrenalina e destino [«è il karma»], quasi a spiegare l’assurdità dell’infortunio. Per Chevalier si apre una finestra cruciale: la possibilità di “spegnere il dibattito” dice L’Equipe, ritrovando minuti e fiducia. «La vita ti dice che devi accettare la situazione», riflette Luis Enrique, indicando come Safonov tornerà presto per mentalità.
Come Fabietto Schisa, il Fontenay-le-Comte ha una storia da raccontare. Nel 1999 la squadra arrivò fino agli ottavi di Coupe de France trascinata dai gol di Willy Renou, oggi vicepresidente del club e leggenda locale. Oggi tocca ai suoi figli: Noah, portiere, ed Enzo, attaccante, protagonisti dell’avventura col PSG in uno stadio pieno. Willy segnò la rete che eliminò il Sedan, ma sbagliò il primo rigore nella serie al turno successivo contro il Lione. Da allora non ne ha tirati mai più. Noah invece ne ha parati quattro e ha segnato quello decisivo al quinto turno a Cholet, alla fine di una serie da 40 tiri per sbloccare la parità. Enzo ha segnato e servito un assist nella vittoria sul Châteauroux. Il papà a suo tempo arrivò a un passo dal professionismo, con la chiamata del Tolosa di Mombaerts, ma scelse di non lasciare il lavoro, aveva 28 anni, una famiglia e un ruolo da dirigente in azienda. Noah tiene insieme calcio e lavoro in alternanza. Enzo gestisce un centro padel ed è volontario nella comunicazione del club. Nessuno dei due era nato nel ’99, ma il padre è il modello della famiglia e in città l’attesa è elettrica come allora.
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Una regione da 32 anni senza un club in B
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È un momento di picco inatteso per il calcio del dipartimento. A parte il Fontenay, anche Les Sables e Les Herbiers affrontano squadre di Ligue 1 nei trentaduesimi della Coupe de France, rispettivamente Rennes e Angers. È un segnale di vitalità per un territorio che non ha un club professionistico dal 1993, quando La Roche-sur-Yon giocava in B. L’euforia è reale: stadi pieni, biglietti esauriti e il ricordo dell’epopea degli Herbiers finalisti nel 2018. Ma sotto la superficie dell’euforia passeggera affiora il nodo irrisolto del calcio locale, una eccessiva frammentazione.
La proposta del presidente di La Roche, Christophe Chabot, è diventata dibattito. Vuole creare un Vendée Football Club, una struttura unica che raccolga le decine di realtà e tenga insieme tutte le ambizioni isolate: «Lo scopo sarebbe che 50 club della Vandea si associno. Per ora ne avremmo una decina, un passo per volta». Dice che il territorio non può continuare a disperdere risorse e sogni: «Quando avevo 20 anni abbiamo battuto Marsiglia, Lione e Saint-Étienne qui. Era il paradiso. Possiamo ricreare qualcosa».
Ma arrivano resistenze forti. Les Herbiers e gli altri club nazionali vedono nella proposta un accentramento più identitario che tecnico: «Un club ha cambiato nome e pretende di essere il centro della Vandea, ma questo si guadagna sul campo» protesta Charly Charrier, ex giocatore e ora dirigente dei Sables. Rivalità storiche, distanze politiche e timori economici rendono difficile immaginare un progetto comune..
La festa della Normandia
Intanto dalla Quinta Divisione l’impresa l’hanno fatta in Normandia i giocatori dell’Avranches che hanno eliminato il Brest, il secondo club di Ligue 1 della loro storia. «Datemi i brividi», aveva detto l’allenatore Cédric Hengbart nel suo discorso alla squadra, e la richiesta è stata esaudita. Sono andati avanti ai rigori con la parata di Anthony Beuve sul primo tentativo di Romain Del Castillo. Beuve è uno specialista, la sua squadra è arrivata a quattro turni consecutivi superati così. Ne aveva parati due contro l’Aubervilliers e nessun compagno ha sbagliato il tiro. Durante la settimana si allenano con un metodo: chi sbaglia in allenamento alla vigilia, non entra nella cinquina il giorno della partita. Una specie di Trials. Oggi, il club ha un forte legame con il Caen e punta a risalire in fretta in C.
Gli imbucati di Guadalupa
L’avventura più grossa è quella dell’AS Gosier, dal campionato regionale della Guadalupa qualificato per la sfida contro il Lorient. Ha potuto scegliere dove giocare la partita grazie a una modifica del regolamento: un club d’oltremare può, se lo desidera, giocare in un impianto nella regione parigina a partire da questo turno della competizione. Così hanno optato per Bondoufle, vicino a Parigi, per avvicinarsi alla comunità antillana. La decisione è stata un piano di riserva, nata dopo vari tentativi falliti in altri stadi e resa possibile – spiega L’Equipe – per ristabilire una forma di equità. Ma ha sollevato dubbi e critiche: l’incasso sarà infatti molto più basso rispetto all’ipotesi del Moustoir, e “la ripartizione non è equa, è sproporzionata”, osserva il presidente Negre, con il Fleury 91 che si prende la quota maggiore per l’organizzazione. Al Gosier resta solo un 10%.
È una squadra con un budget da 90.000 euro e trasferte pesanti da sostenere. Questo viaggio è stato finanziato in gran parte dalla federazione, così come la possibilità di allenarsi a Clairefontaine in questi giorni, la struttura della nazionale. Il premio garantito per la qualificazione a questo turno è di 43.000 euro. “Non siamo venuti qui da turisti”, dice l’ex Lione Claudio Beauvue, tornato in Guadalupa e ora guida del gruppo. L’allenatore Bizasene chiede coraggio, il capitano Edouard parla di sogno realizzato, eccetera eccetera. “Un’impresa regalerebbe alla squadra – spiega L’Equipe – premi partita più alti rispetto ai turni precedenti (tra i 150 e i 200 euro a testa), ma soprattutto ricadute mediatiche e finanziarie molto superiori”.
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Tendenze
La persecuzione dei cani randagi prima del torneo
attese D’accordo, gli sforzi del paese sono stati monumentali e rapidi. Se ne parlava ieri qui. Ma intorno alla Coppa d’Africa del Marocco sta montando il caso del massacro dei cani randagi, uno sterminio denunciato dalle associazioni, nell’ambiguità della FIFA. Ne parlava nei giorni scorsi L’Equipe Magazine in un reportage dal paese dove domani comincia il torneo.
“Difficili da guardare senza audio, queste immagini diventano insostenibili quando le urla degli animali si mescolano ai pianti dei bambini. I cani vengono abbattuti a colpi d’arma da fuoco nelle strade marocchine, e queste uccisioni non lasciano solo tracce di sangue. «Ogni volta che mio figlio sente gli spari, entra in uno stato di isteria ed esce di casa per cercare di proteggere gli animali», scrive una madre, che si è rivolta alla International Animal Coalition (IAWPC) per tentare di fare pressione sulla FIFA”.
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Interpreti
Un vitello per Lindsey Vonn
Lindsey Vonn è tornata in Val-d’Isère per la discesa otto anni dopo la sua ultima gara in Savoia, un evento uscito dal perimetro tecnico dello sci e diventato evento pop. La vittoria di St. Moritz ha amplificato l’attenzione e l’attesa: «Per un momento sembrava avesse vinto le Olimpiadi», spiega Svindal a L’Equipe che dedica una pagina all’americana, ammettendo di aver dovuto tenere a freno l’euforia prima di arrivare in Francia. Già dai primi allenamenti sulla Oreiller-Killy, intorno a Vonn ci sono stati cacciatori di autografi sui propri caschi e le camere di Disney per un documentario, “giorni da diva, al punto da mettere in secondo Sofia Goggia, la più veloce nelle due prove cronometrate”.
Il legame tra Vonn e Val-d’Isère dura da 16 anni, 22 partenze, 9 vittorie: un capitolo gigantesco, riemerso nonostante otto anni di assenza. “Non sono bastati a far dimenticare la donna che nel 2013 fu involontariamente all’origine di una mini-rivolta nella località savoiarda. Il golfista Tiger Woods, suo compagno di allora, era arrivato per sostenerla, e ogni sua uscita scatenava un’ondata di paparazzi. L’americana, invece, aveva parcheggiato il suo bus attrezzato ai piedi della pista, lontana da ogni agitazione”. Stavolta ha preso un camera in un hotel.
Nel gruppo delle avversarie, Vonn ha anche delle tifose. «A St. Moritz, in fondo al super-G, sono andata a chiederle una foto, perché lei era quarta e io nona» racconta Laura Gauché. «Non ero mai stata così vicina a lei in una gara, e ho pensato che sarebbe stato carino fare una foto, e abbiamo parlato cinque minuti.»
“Ma ciò che conta per la sciatrice del Minnesota – racconta L’Equipe – ha quattro zampe. Nel 2005, quando una cooperativa casearia decise di offrire simbolicamente un vitello alla vincitrice della discesa, lei volle tenere l’animale e rinunciare all’assegno, inaugurando così una tradizione. Vonn ne ha avuti quattro”. Ma dice: «È passato tanto tempo che le mie prime mucche sono morte, mi piacerebbe aggiungerne una questo weekend».
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Il veterinario kenyano ai Mondiali di freccette
DI ROBERTO LIBERALE
Il turno d’apertura del PDC World Darts Championship 2026 si è concluso con l’eliminazione dei primi 64 giocatori. Le uscite di scena più eccellenti sono state quelle relative a cinque teste di serie su 32. La meglio classificata era la numero 12, l’inglese Ross Smith, eliminato dal 50enne svedese Andreas Harrysson, ma la più sorprendente è forse quella del numero 18 del torneo, il belga Mike De Decker, sconfitto dal keniano David Munyua. Non solo Munyua non è un giocatore professionista come De Decker, ma non era mai uscito dall’Africa prima d’ora. Il veterinario keniano è stato capace di ribaltare una partita ormai persa, da un passivo di 0-2 trasformato in un 3-2 a proprio favore, con il giocatore belga che ha fallito per tre volte la freccetta del match. Nel secondo turno Munyua sfiderà l’olandese (non testa di serie) Kevin Doets, partita che si giocherà lunedì 22 dicembre nella sessione pomeridiana.
Altri primati sono stati stabiliti in questa edizione. Il primo riguarda Paul Lim Leong Hwa, giocatore di Singapore. Con i suoi quasi 72 anni (li compirà il prossimo 25 gennaio) è diventato il giocatore più anziano ad aver mai vinto un incontro a un PDC World Darts Championship. Il suo prossimo avversario sarà un ostacolo quasi insormontabile, ovvero il numero 2 al mondo Luke Humphries: altra partita prevista nella sessione serale di lunedì.
Gli altri due record appartengono ai giocatori Nitin Kumar, indiano e Stefan Bellmont, svizzero. Sono i primi giocatori ad aver regalato ai loro paesi una vittoria in un Mondiale. Kumar rigiocherà subito stasera contro l’inglese Bunting, numero 4 del tabellone, mentre Bellmont andrà in pedana contro l’australiano Damon Heta, numero 16, domani.
Nessuna donna è più in gara. Le cinque presenti in tabellone sono state tutte eliminate al primo turno. Beau Greaves è stata quella ad andare più vicina al successo, perdendo solo al quinto set contro il nord irlandese Daryl Gurney, numero 22 del ranking. Gemma Hayter è stata sconfitta per 1-3 da Josh Rock, altro nord irlandese, testa di serie numero 11. Le altre tre giocatrici sono state tutte battute per 0-3.
Delle 34 nazioni inizialmente presenti ne restano 19. L’uscita più clamorosa riguarda il Belgio: cinque giocatori tutto fuori. Fuori anche tre filippini su tre. Gli europei rimasti in gara sono 55, di cui 34 britannici e 3 nord irlandesi. I nove extraeuropei sono due australiani, due statunitensi, e poi uno a testa per India, Giappone, Kenya, Nuova Zelanda e Singapore. L’Inghilterra continua ad essere la nazionale con più rappresentanti, 24 su 64. Pur avendo perso 17 giocatori su 41, anche a causa dei molti derby, gli inglesi costituiscono il 37,5% del totale, in percentuale addirittura più del 32% iniziale. Anche l’Olanda conserva nove giocatori, attestandosi sul 14% del totale.
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Il ritiro di Wawrinka
È stato il quinto dei quattro, così all’altezza di Djokovic, Federer, Murray e Nadal da scombinargli ogni tanto i piani. Come quando sfilò il Roland-Garros 2015 a Nole, privandolo quell’anno del Grande Slam. Stan Wawrinka ha annunciato il suo tour d’addio per il 2026, a quando saranno trascorsi dieci anni dal suo terzo e ultimo Slam: Flushing Meadows. Nel 2014 aveva invece vinto a Melbourne. Tre perle negli anni dei Re Maghi. Nessuno come lui. “Perseveranza, sacrificio, disciplina, resilienza” – dice L’Equipe – “sono termini ben scelti per chi ha dovuto costruirsi all’ombra di Roger Federer e superare pesanti operazioni al ginocchio. Con il suo rovescio mostruoso e un’immutabile passione per il tennis, che ha saputo portare fino alla soglia dei 41 anni, lo svizzero ha abbattuto i suoi demoni e montagne intere fino a raggiungere il numero 3 del mondo, riempiendo la sua carriera con partite d’antologia, in particolare la finale del Roland-Garros 2015. Nei grandi appuntamenti sapeva guardare negli occhi i grandi. Aggressivo, attivo dietro le quinte, non si è mai fatto mettere i piedi in testa”.
Tormentato dagli infortuni, è sceso al numero 263 nel giugno 2018, al 361 nel maggio 2022, al 234 nel settembre 2024, ma si è strappato l’anima – “da vero Stanimal” dice il giornale francese – per tornare tra i primi 100, “con le gocce di sudore visibili nelle foto di allenamento, mai sazio delle emozioni legate a questo sport”. «So che il giorno in cui mi fermerò, non ci sarà possibile tornare indietro. Cerco di godermi tutto al massimo. E finché sono competitivo, sono felice». Sarà in campo a Perth il 3 gennaio per la United Cup ed è già certo di avere una wild card per il torneo di Montpellier. Vivrà questa sua ultima stagione in parallelo a quella del suo grande amico Gaël Monfils. “Gli ultimi giorni dei senatori – dice L’Equipe sono arrivati”.
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Oggi
Mbappé a un gol dalla migliore stagione di Ronaldo a Madrid
Un gol. Adesso ne basta solo uno a Kylian Mbappé per arrivare a 59 in un anno solare ed eguagliare la migliore stagione da realizzatore di Cristiano Ronaldo con la maglia del Real Madrid. L’Equipe dedica la sua prima pagina a quest’attesa e all’interno, spalmato fra la 2 e la 3 il francese se ne sta in una posa alla Pelé, una mezza sforbiciata volante in mezzo a cifre, grafici e corone che danno il senso dell’avvenimento.
Antoine Simonneau ragiona sul peso statistico e simbolico di questo traguardo — Mbappé ci arriverebbe in appena diciotto mesi, mentre CR7 lo fissò alla quarta stagione — e sul modo in cui, nel presente grigio del Real, l’impatto del francese ha riacceso aspettative da era Ronaldo. È un intreccio di numeri e percezioni: la somiglianza tra i due è definita “sconvolgente”, soprattutto per mentalità, leadership, ambizione. «In termini di professionalità, leadership e ambizione di essere i migliori, Mbappé e Cristiano Ronaldo sono uguali», dice a un certo punto Rafael Martín Vázquez, sottolineando come il francese regga quasi da solo una squadra in difficoltà, con un ritmo-gol che nessuno credeva possibile. Ma il pezzo traccia anche le differenze: Mbappé è percepito come una figura più aggregante e meno ingombrante nello spogliatoio rispetto al CR7 di Madrid, pur condividendo la stessa capacità di decidere le partite in un lampo, trasparenti e invisibili per un’ora, devastanti in un secondo. Nell’attesa del gol numero 59, il racconto è il ritratto di un’eredità che sembrava irripetibile — e che invece al Bernabéu sta già prendendo una nuova forma. L’avversario è il Siviglia.
ore 21 su DAZN
Vibo Valentia
48 giorni a Milano
Gioacchino Criaco
Il fuoco di Olimpia ha trascorso la sua prima notte in Calabria e oggi prosegue per Gioia Tauro, attraversa Rosarno e Tropea, dove si tuffa nel suo affaccio a strapiombo sul mare, e poi vira verso Vibo Valentia, Lamezia Terme, Catanzaro.
Di Vibo Valentia è Gioacchino Criaco, lo scrittore per il quale il fuoco è un elemento quasi ossessivo, ma rispetto a Corrado Alvaro subisce una mutazione: da simbolo di civiltà arcaica diventa elemento di purificazione e di legame indissolubile con l’Aspromonte. In Anime nere, il romanzo che ha dato a Criaco fama internazionale, il fuoco è legato al mondo perduto dei pastori. Si fugge verso il benessere illusorio della pianura e del nord, ma si torna in Aspromonte per ritrovare sé stessi. Il fuoco acceso nelle grotte o nei vecchi ovili rappresenta il ritorno all’origine. Il fuoco buono, il fuoco moderno, è quello arcaico della montagna, contrapposto alle luci artificiali della città e del crimine tecnologico.
In molti suoi interventi, Criaco parla del fuoco che divora l’Aspromonte come di un suicidio della memoria. Quando la montagna brucia, bruciano le storie dei nonni. In una intervista al Mattino di un paio d’anni fa spiegò perché nelle sue storia che i cattivi hanno qualcuno che li ama. «È come provare l’esistenza di Dio. L’amore assoluto. Dio provvede a darti qualcuno che ti ama, chiunque tu sia. Nei giorni della cattura di Messina Denaro, tutti si sono sorpresi che qualcuno volesse bene al mostro. Eppure, il pensiero che anche l’essere più abietto abbia un momento d’amore dovrebbe scaldare il cuore. È rivoluzionario. Raccontare l’amore dei cattivi è l’unica forma di anti-conformismo. I film di Sergio Leone lo spiegano benissimo. Al cinema tifiamo per loro perché sono finti. È difficilissimo voler bene ai cattivi veri della realtà in cui sono nato e cresciuto, gli irredimibili, qualcosa fuori dagli schemi».
Solo i ragazzi non li aiuta nessuno, diceva Criaco. «C’è stato un tradimento degli intellettuali del sud. Continuano a crescerli con la pacca sulle spalle e la carezza sulla testa, ripetendo la vecchia frase di Stajano, e l’Aspromonte scuro, nero, ostile. Il cambiamento si opera sovvertendo questo addestramento alla sconfitta, figlio di un altro fraintendimento. I più grandi della letteratura calabrese sono stati Alvaro e Strati. Di loro si mette in risalto l’epopea dei vinti. Un falso assoluto. In realtà raccontavano l’eroismo della lotta degli umili per guadagnarsi la vita. Il pastore non era rassegnato. Se lo mostri solo mentre si rannicchia nella capanna di fango, di Alvaro non hai capito nulla. Il mondo in cui nasciamo è centrale. La periferia non esiste. È un concetto economico».
Criaco esprime pensieri duri con bonarietà. La mitezza è la sua forma di eversione. «È un tratto culturale di noi greci di Calabria. Non c’è rancore – disse – non c’è odio, non c’è rivalsa. Ci fanno crescere con la retorica del riscatto da cercare. Da cosa dovremmo riscattarci? Da quale peccato originale? Non abbiamo peccati né nemici, se non noi stessi. Vivere nella natura è pacificazione. Non c’è popolo al mondo che nella sua ciclica esistenza non abbia pensato di allargare i confini. Tranne il popolo calabrese e meridionale. Le guerre sono state di difesa di un territorio, aperto ai profughi, a chi non ha una patria. Nasciamo e guardiamo in una sola direzione: il nord, il settentrione, il successo. Ma le competizioni solo economiche non ci appartengono. Se ci voltiamo, esiste un mondo vasto al quale apparteniamo, nel Mediterraneo. Ci hanno arruolato dentro una gara che non ci appartiene. Hanno costruito una casa comune secondo gusti che non sono nostri, ne siamo occupanti abusivi e infelici. Diventiamo anche noi cattivi quando parliamo una lingua senza futuro. In calabrese i verbi non lo prevedono. Sembra un gioco semantico, invece è drammatico per una civiltà dover avere una speranza e costruirsi un domani, senza poter dire: sognerà. In greco, il futuro esiste».
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L’ultimo scroll
I muscoli di Cristiano
Questa è una foto da guardare alla fine di tutti gli scroll dopo Fem Van Empel. Un corpo scolpito fino all’eccesso, lucido e granitico, perfetto. Un monumento. Come tutti i monumenti è più fermo che vivo. È l’immagine di un calcio che non sa dismettere la sua corazza nemmeno quando è nudo. Questa memorabile galleria di muscoli avverte per conto di Cristiano Ronaldo e del suo mondo che siamo dentro una casa dove la potenza sfratta la fragilità. Questo è il codice. Questa è la grammatica. Prendete e guardatene tutti, guardate a cosa dovete puntare, guardate com’è fatto il modello dell’impegno e dell’’ossessione.
In quella tavola per lavare i panni che Cristiano porta al posto dell’addome, si sente l’eco dell’ego e si leggono tutti i comandamenti della vecchia religione del machismo sportivo, quella che ancora trasforma uno spogliatoio in una camera dove rimbalzano urla e furia, dove lo stato di tensione è l’unica prova della virilità agonistica. In questa fotografia c’è l’idea stessa della performance totale, la prestazione che precede e supera il gioco, e forse lo schiaccia.
Ma fuori dall’inquadratura di Cristiano sta accadendo altro. Lo sport più giovane, più laterale e più contemporaneo si muove in una direzione diversa, meno fisica e iperbolica. Chiede di parlare meno di invulnerabilità e più di verità. La Gen Z non cerca statue, casomai cerca crepe dentro le quali incontrare conforto e riconoscibilità.
Così questa immagine di un calciatore quarantenne resta sospesa, impeccabile ma distante. Non è sbagliata, sembra vecchia. È fuori sincrono. Pare l’icona perfetta di un’epoca nella sua decadenza. È un segno di forza che finisce per sembrare un’estrema difesa di qualcosa, un ambiente che ancora predica la necessità della rabbia, della garra, della cazzimma, tutto l’armamentario retorico di quei guerrieri che appaiono dentro bellissimi documentari tutti uguali, e nei quali tutti giocano a fare Al Pacino nella sua maledetta domenica, dove si grida sempre qualcosa a qualcuno nell’intervallo e si scaraventano oggetti giù da un tavolo anche per dire con la vena al collo che adesso, cazzo, adesso ti bevi quel fottutissimo bicchiere di tè eccetera eccetera. È l’immagine di un mondo dove esercita il proprio magistero un sacco di gente prigioniera di sé stessa, una caverna di Platone dentro la quale si crede reale ciò che si vede riflesso sulle pareti. Questo mostra Ronaldo di sé e di tutto il calcio, una massa di muscoli enormi che un giorno arriveranno alla gola e toglieranno la forza di respirare. O forse è tutta invidia. Quasi certamente è tutta invidia.
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
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