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Le Coppe del giovedì
Alex Frosio racconta la vittoria della Roma in Europa League senza parlare davvero di Glasgow, né del Celtic, e nemmeno solo della Roma che vince. Sulla Gazzetta parla in fondo di identità che riaffiorano quando il contesto lo permette. La sua cronaca racconta una Roma che lontano dal campionato e dalle sue frizioni si riconosce: aggressiva, alta, feroce negli anticipi, coerente con l’idea del suo allenatore. In Europa, scrive Frosio, è Roma vera perché il calcio di Gasperini funziona quando può divorare campo e pallone senza mediazioni. E al Celtic Park, che all’inizio sembra una cattedrale, “si siede come a teatro” appena la partita comincia.
Il centro emotivo della partita è stato Evan Ferguson, “re per una notte”, che improvvisamente ricorda “come si pratica il mestiere del centravanti”. Non è una consacrazione, ma una sospensione del dubbio: contro avversari modesti, certo, ma abbastanza per guadagnarsi credito. Frosio dice che “la modesta opposizione rimanda qualsiasi giudizio definitivo”.
Il Celtic è descritto come un corpo confuso, “scombinato”, travolto da un calcio che non ha studiato. La sua costruzione è stata “un’emorragia di palloni persi”, la trequarti un luogo di smarrimento. Il confronto non è avvenuto tra squadre, ma tra idee chiare e idee ancora in traduzione.
Nessuna squadra italiana aveva mai vinto al Balaidos di Vigo, stadio che evoca i fantasmi iniziali del glorioso Mundial 82. Laddove arrivarono i pareggi con Paolo, Perù e Camerun, il Bologna ha battuto il Celta con due gol di Federico Bernardeschi, e Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta segnala che “visti i tempi di carestia, se fossimo nel ct Rino Gattuso, un pensierino a Bernardeschi lo faremmo, in vista degli spareggi di marzo per il Mondiale. Il centrocampista – che a febbraio compirà 32 anni – possiede piede ed esperienza per scongelare partite complicate. Non ci spingiamo a proporlo come titolare, questo no, ma un Bernardeschi in panchina e in gruppo potrebbe essere utile alla Nazionale”. In effetti Bernardeschi titolare sarebbe proprio un brutto segno.
Non può dirsi ancora crescita, quella della Fiorentina. Per ora è più sopravvivenza. Il 2-1 alla Dynamo Kiev in Conference, aspettando la partita chiave col Verona, è un risultato che Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio definisce minimo, quasi con imbarazzo, ma è vitale perché interrompe una deriva emotiva prima ancora che tecnica. È stata una Fiorentina che ha vinto “con la forza di un petardo”, dopo settanta giorni senza successi al Franchi, “era quello che ci voleva per una squadra così depressa”. Non è una rinascita, ma “una piccola ripartenza”. Polverosi dice che la Fiorentina ha vinto pur giocando peggio, lasciando spesso il pallino alla Dinamo Kiev, “più piacevole da vedere come palleggio e sviluppo”, ma incapace di fare male davvero. Una vittoria che non cancella i limiti, anzi li espone, “nella situazione in cui si trova oggi la squadra non ci sembra il caso di fare tanto gli schizzinosi”. Il gol di Kean dopo 525 minuti di digiuno è un segnale anche se accompagnato da errori grossolani. Lo stesso vale per Gudmundsson, e per il cambio tattico della difesa a quattro, ancora instabile ma indicativo. Sullo sfondo, il confronto malinconico con la Fiorentina di Baggio e la Dinamo di Lobanovsky.