Pressione e condizionamenti, il difficile mestiere di allenare il Real

 I Rolling Stones   cantano il Real Madrid

  Non c’è molto da fare. Quando vai ad allenare il Real Madrid, you’ll never farai pipì alone. Insomma. Per capirsi. È la tesi di Daniel Verdú su El Pais. Il Real non è un laboratorio d’autore, ma una forza storica che assorbe tutto. Al Bernabéu puoi provare a essere te stesso. Ma prima o poi è il Madrid che decide e scrive i capitoli a modo suo. 

El Pais usa la battuta oscena dell’altre sera di Guardiola come grimaldello per dire una cosa molto seria: al Bernabéu non si costruisce un equipo de autor, non perché manchino il talento o l’intelligenza, ma perché la storia è più forte di chi prova a cambiarla. Quando Pep dice a Xabi Alonso di “mear con la suya”, fare pipì da solo, fare le cose a modo suo; quando come un maestro usa una ironia brutale per invitare l’allievo a non imitare nessuno, non si sa bene a chi fosse davvero diretto quel consiglio. Era per Xabi? Era un messaggio a Florentino? Al Bernabéu stesso? La metafora, volutamente scabrosa, è servita a smascherare un equivoco: al Real Madrid sembra che ogni allenatore possa imporre la propria firma, ma in realtà il club finisce sempre per “mear con la misma”.

Nel racconto della partita con il City, Verdú osserva che Xabi Alonso ha provato davvero a essere sé stesso: pressing alto nonostante assenze pesanti, scelte coraggiose. Ma è durato poco. Perché a un certo punto Guardiola — che al Bernabéu cresce e si espande — ha iniziato a giocare come in genere sa giocare il Madrid: a ripartire, a colpire con un po’ di fortuna, a vincere senza riuscire a meritarlo prima che finisse il tempo. Quando non basta, si affida al talento puro, “facendo pipì con il coso di Doku, cioè usando il genio individuale senza preoccuparsi del racconto.

xabi real

Allenare il Madrid, dice Verdù, è una lotta per essere sé stessi: “Anche a me piacerebbe scrivere con la penna di Segurola o Besa”, ammette. Ma non tutti possono scegliere. Lui, forse sì. Gli allenatori del Real Madrid, no. Il Leverkusen non ha uno stile riconoscibile sempre uguale, eterno, immutabile. Solo il Real Madrid è eterno, epico, asfissiante, travolge per sistema e per abitudine. Uno stile che non nasce dall’idea, ma dall’urgenza di vincere. Il problema, dice Verdú, è che questi umori intangibili sono potentissimi ma fragili. Cruyff lo aveva spiegato: se non sai perché vinci, non saprai perché perdi. Al Real Madrid funziona così. Sempre. La conclusione non è un’accusa né un elogio. Al Bernabéu è quasi impossibile fare da sé. Come in Sympathy for the Devil  c’è una forza che cambia maschera, allenatori, epoche, ma resta sempre sé stessa. Puoi essere Guardiola, Xabi Alonso, Ancelotti o chi verrà dopo: il diavolo è sempre lì, elegante, antico, vincente. Il Bernabéu è esattamente quel pleased to meet you, hope you guess my name. Credi di affrontare un’idea, e invece stai giocando contro un mito che si nutre di te.

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