
Haiti è l’altra grande storia che viene dalla notte Centro-americana. Un dramma, una storia di politica e di vite allo sbando, ma per una notte con il piccolo conforto del pallone. Haiti è quella squadra che nel 1974 aprì i Mondiali dell’Italia in Germania con un gol segnato da Sanon a Dino Zoff. Non ne prendeva da mille e passa minuti, e tutta quella invincibilità difensiva aveva convinto la stampa italiana che si potesse andare a prendere la Coppa. Perché nel calcio la difesa, si sa, eccetera eccetera. Invece fu fatale per il passaggio del turno la differenza reti – ma guarda – l’Argentina contro Haiti ne aveva fatti quattro e noi italiani così avvinti alla difesa come l’edera soltanto tre. Era cinquant’anni fa e non abbiamo imparato niente.
Bentornato Haiti, che vai ai Mondiali senza avere un posto dove giocare a calcio entro i tuoi confini. Bande armate hanno preso il controllo di quasi tutta la capitale, Port-au-Prince, in un conflitto che ha costretto circa un milione e 300 mila persone ad abbandonare le proprie case. L’instabilità economica ha portato alla carestia, tutto a quindici anni di distanza dal terremoto che si stima abbia fatto 230 mila morti, il più grave sulla Terra negli ultimi cinque secoli. Alcune partite in casa sono state giocate proprio a Curaçao e il Miami Herald ricorda come la qualificazione sia arrivata in un 18 novembre, la data della battaglia di Vertières, decisiva nella lotta del Paese per l’indipendenza dalla Francia. Ma francese è oggi il c.t. Sébastien Migne. Eppure, i livelli di pericolo ad Haiti sono tali da averlo spinto a non mettere mai piede nel paese da quando è stato nominato allenatore diciotto mesi fa. Si può andare ai Mondiali allenando in smart working.
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Il senatore Francillon che fermò Chinaglia e Riva
Prima ci provò Mazzola. Poi Facchetti. Poi mi trovai di fronte Giorgio Chinaglia e parai anche il suo tiro, prima di lanciarmi su un colpo di testa di Gigi Riva. E di nuovo su Mazzola. Altre due volte. Se la mia Haiti era sullo 0-0 alla fine del primo tempo contro la grande Italia, insomma, era per merito mio. Un miracolo. Un doppio miracolo. Perché a noi di Haiti, nel giugno del ’74, pareva già tanto essere arrivati lì. Ai Mondiali di calcio in Germania.